L’Italia cresce da dieci trimestri consecutivi (cioè dai primi tre mesi del 2015): per l’Istat il pil nel secondo trimestre del 2017 è aumentato dello 0,4% rispetto al primo trimestre e dell’1,5% rispetto al secondo trimestre del 2016, confermate così le stime di agosto.
Nello stesso periodo di rilevazione, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,8% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia, dello 0,6% in Germania, del 0,3% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,2% negli Stati Uniti, del 2,1% in Germania, dell’1,7% in Francia e nel Regno Unito. Quindi in media la perfomance degli altri Paesi è migliore rispetto alla nostra.
Ma, neanche a dirlo, il governo è soddisfatto e si è intestato subito il risultato. D’altronde, hanno ripreso a crescere gli investimenti fissi lordi (+0,7% a livello congiunturale e del +2,6% su base annua) con la spinta del settore dei mezzi di trasporto, come anche l’andamento dei consumi finali nazionali.
La crescita del Pil italiano è stata determinata da andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto dell’industria (+0,6%) e dei servizi (+0,4%), il cui effetto positivo è stato tuttavia frenato dalla diminuzione del valore aggiunto dell’agricoltura (-2,2%) e delle costruzioni (-0,4%).
La variazione acquisita del Pil, quella cioè che si registrerebbe in caso di crescita nulla nella restante metà dell’anno, per il 2017 è pari a +1,2%. Fatto in sé positivo se consideriamo che la previsione ufficiale del Governo è ferma al Def di aprile, dove si indicava per l’anno una crescita dell’1,1%. Quindi bene?
Almeno un punto, enorme, negativo c’è. “Con un deficit al 3% l’Italia non sarebbe in grado di ridurre il suo altissimo debito pubblico”, lo ha dichiarato all’Ansa due giorni fa, il 31 agosto, il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, per il quale il nostro Paese ha “ha bisogno di continuare a seguire quello che Pier Carlo Padoan chiama il ‘sentiero stretto’ tra la riduzione del deficit e il sostegno della crescita”, ribadendo che “Il 3% è stato concepito come un limite, non un obiettivo”. Insomma, gli anni di scelte lacrime e sangue non sono ancora finiti, tant’è che quando il Governo dà da una parte (povertà), toglie da un’altra (povertà).
Basti ricordare l’ultimo, ennesimo record del debito pubblico che a giugno è stato pari a 2.281,4 miliardi, in aumento di 2,2 miliardi rispetto al mese precedente.
Ecco perché purtroppo non ha alcun senso fare i salti di gioia per la crescita del Pil.
