Il fatto che nel nostro Paese le tasse sul lavoro siano elevate non è certo una novità. Si tratta, infatti, di un argomento affrontato a più riprese sia da numerose associazioni di categoria che dalle principali istituzioni italiane ed europee. Ultimamente a soffermarsi sul tema è stata la Banca centrale europea che, attraverso le anticipazioni del prossimo Bollettino economico, ha spiegato come sia necessario tagliare le tasse sul lavoro per favorire la crescita economica dell’Eurozona, suggerendo di spostare il peso fiscale su fattori meno “distorsivi”, come ad esempio i consumi o le proprietà.

Come sottolineato dalla Bce, nel corso della fase di consolidamento dei conti pubblici che ha seguito il periodo peggiore della crisi economica, in Europa le entrate derivanti dalla tassazione sul lavoro sono aumentate notevolmente, incidendo pesantemente sul costo del lavoro stesso.

Ridurre le tasse sul lavoro garantirebbe, quindi, non solo un vantaggio per i lavoratori, che godrebbero di un gap inferiore tra la retribuzione lorda e quello che mettono realmente in tasca(favorendo quindi anche il potere d’acquisto e, di conseguenza, i consumi), ma anche per le aziende che, con un costo del lavoro più ridotto, potrebbero incrementare la forza lavoro e quindi la competitività, offrendo un contributo positivo notevole all’intero sistema economico.

Il problema è che il costo del lavoro, almeno secondo le rilevazioni trimestrali dell’Eurostat, non accenna a diminuire, anzi: nel primo trimestre del 2017 l’indice relativo al costo del lavoro orario è nuovamente aumentato, confermando l’andamento che nei trimestri precedenti ha interessato sia l’area della moneta unica che l’intera Unione europea. In particolare le rilevazioni mostrano un aumento dell’1,5% per Eurozona ed un +1,6% per l’Ue. Questo però non significa necessariamente che siano aumentati solo gli stipendi.Non bisogna infatti dimenticare che ad oggile tasse incidono per oltre un terzo sul costo totale del lavoro (circa il 39%) europeo.

Ancora peggio accade in Italia, doveil cuneo fiscale – appunto il prelievo fiscale e contributivo – è pari al 47,8% del costo del lavoro totale, una quota che, sebbene sia in diminuzione rispetto a qualche anno fa, ci pone ancora ai gradini più alti della classifica dell’area Ocse. Più precisamente al quinto posto, alle spalle solo di Belgio, Germania, Ungheria e Francia.