Alitalia: duello a tutto campo fra Ryanair e Lufthansa


di Annarita D’Agostino

“Per Alitalia è probabile uno spezzatino” ma “Ryanair terrà la maggior parte del personale Alitalia, in particolare piloti ed ingegneri, se la sua offerta verrà accettata”: lo dichiara l’amministratore delegato della compagnia low cost irlandese, Michael O’Leary, quando manca poco più di un mese alla scadenza del termine per la presentazione delle offerte vincolanti. Dichiarazioni che confermano l’attivismo di Ryanair sul dossier Alitalia, anche se l’interesse dichiarato solo per la “flotta” appare in contrasto con il bando, che prevede o l’acquisto dell’intera compagnia di bandiera o la divisione del gruppo in due parti, ‘aviation’ (aerei, flotta, direzione e manutenzione) e ‘handling’ ( carico e scarico merci e assistenza a terra ai passeggeri).
Secondo le indiscrezioni che stanno accompagnando il processo di vendita di Alitalia, sarebbero proprio Ryanair e Lufthansa i concorrenti più agguerriti: non è un caso il fatto che la low cost abbia accusato la compagnia tedesca di avere violato le regole sulla concorrenza nella presentazione delle offerte per Air Berlin, gridando al complotto con il governo tedesco per tenere fuori altri concorrenti. Proprio l’appoggio dell’esecutivo teutonico, secondo Milano Finanza, sarebbe la carta vincente per Lufthansa nella partita italiana. Ma la low cost irlandese è pronta a chiedere l’intervento dell’Antitrust europeo.
Dunque, la vendita di Alitalia è diventata un tassello di un confronto più ampio e complesso, e siccome in ballo c’è il controllo dei cieli europei, non si escludono colpi di scena.


Istat, aumentano gli occupati ma anche la disoccupazione


 

di Cecilia Pocai

Il numero degli occupati torna a salire, superando il livello di 23 milioni di unità, ma torna a crescere anche il tasso di disoccupazione che sale all’11,3% a luglio, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno, con quella giovanile che si attesta al 35,5% (+0,3 punti).
Secondo l’Istat il numero degli occupati sarebbe tornato quasi ai livelli del 2008, ma questo di certo non significa che stiamo cavalcando l’onda della ripresa vista l’evidente crescita del numero di disoccupati, soprattutto giovani.
L’aumento della disoccupazione, infatti, si accompagna a una crescita degli occupati grazie all’aumento delle persone attive nel mercato, ovvero chi si mette alla ricerca di un lavoro, ed è questo che fa crescere il tasso di disoccupazione, cioè il numero di persone che sono a caccia di un impiego ma non lo trovano. Sebbene tocca il minimo storico il tasso degli inattivi, che scende al 34,4% (-0,3%), resta il fatto che per molti, soprattutto i giovani, un’occupazione stabile resta ancora un miraggio.
Inoltre, l’aumento della disoccupazione nell’ultimo mese coinvolge esclusivamente le donne (+4,6%) a fronte di una stabilità tra gli uomini e l’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 9,5% (cioè poco meno di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza risulta in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno.
C’è da aggiungere poi che andrebbe analizzata anche la componente degli occupati, perché stiamo parlando di forme di precariato che di certo non contribuiscono ad un rilancio del mondo del lavoro in Italia.
Allo stato di fatto, dunque, è evidente che nel nostro Paese la voglia di trovare un lavoro non manca, eppure senza investimenti sulle politiche attive e un cambio di rotta anche da parte delle imprese, per tanti continua a rimanere un obiettivo difficile da raggiungere.
Forse è troppo presto per parlare di una “fase di espansione occupazionale”.


Piano per i giovani, pensioni da 660 euro con 20 anni di contributi


di Claudia Tarantino

Si apre la discussione sull’ipotesi avanzata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di un assegno minimo di circa 660 euro per quei giovani che in futuro andranno in pensione senza aver maturato contributi necessari a raggiungere quella soglia.
Si tratta, cioè, di persone che rientrano interamente nel sistema contributivo, che hanno iniziato a versare i contributi a partire da gennaio 1996 e che, vista l’attuale situazione di crisi occupazionale, sono alle prese con carriere discontinue e rischiano così di uscire dal mondo del lavoro, stanti le attuali norme, con l’assegno di vecchiaia oltre i settant’anni.
L’indicazione del governo è quella di farli andare in pensione “prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi, avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5”.
Ciò vorrebbe dire che i futuri pensionati uscirebbero – sempre secondo i calcoli di Palazzo Chigi – con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva. Nella somma andrebbero, inoltre, comprese anche le maggiorazioni sociali.
Questo meccanismo di garanzia per i giovani che rischiano di ritrovarsi con un trattamento pensionistico troppo basso trova i sindacati favorevoli, almeno per quanto riguarda l’impianto generale della misura, ma viene bocciato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, il quale fa sapere subito che “non condivide l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani che hanno avuto carriere discontinue perché sarebbe un trasferimento di costi a carico delle generazioni future”.
Di tutt’altro tono, invece, si prospetta il dibattito sulla possibile sospensione del meccanismo automatico che adegua l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Questo punto, infatti, fortemente caldeggiato dai sindacati, sembra incontrare una certa resistenza da parte del Governo, che rimanda – ancora una volta – la questione alla pubblicazione dei dati definitivi dell’Istat previsti per il mese di ottobre.
E’ piuttosto ovvio che l’Esecutivo sta solo prendendo tempo, perché è molto difficile che quei numeri possano essere tanto differenti dalle stime preliminari di marzo che prevedrebbero, quindi, di portare il trattamento pensionistico su un gradino più alto di cinque mesi, trascinando ‘l’età della vecchiaia’ a 67 anni tondi.


Rifiuti, per imprese e famiglie una batosta da 9,1 mld di euro


Ben 9,1 miliardi di euro. Tanto costerà alle famiglie e alle imprese italiane l’asporto dei rifiuti. I dati, diffusi oggi dalla Cgia, evidenziano che “tra il 2017 e il 2016, i negozi di frutta, i bar, i ristoranti, gli alberghi e le botteghe artigiane subiranno un aumento della tariffa dei rifiuti oscillante tra il 2 e il 2,6 per cento. Per le famiglie, invece, l’incremento sarà leggermente più contenuto”, ma, diciamolo, sempre alto. Per un nucleo con 2 componenti la maggiore spesa sarà del 2 per cento, con 3 dell’ 1,9 per cento e con 4 dello 0,9 per cento.
Sebbene in questi anni di crisi la produzione di rifiuti sia diminuita di 3 milioni di tonnellate, i servizi non siano migliorati e l’incidenza della raccolta differenziata è aumentata di 20 punti percentuali, le tariffe continuano ad aumentare.
Questo accade, spiega la Cgia, perché anche se in questi ultimi due anni il Governo abbia imposto l’obbligo di non aumentare le tasse locali, gli amministratori si sono ”difesi tagliando i servizi e/o aumentando le tariffe che, per loro natura, non contribuiscono ad appesantire la pressione fiscale, anche se hanno un impatto molto negativo sui bilanci di famiglie e imprese”. L’Istituto ricorda che sono state numerose le novità che hanno riguardato il prelievo dei rifiuti: si è passati dalla Tarsu, alla Tia poi alla Tares e infine, alla Tari. Quest’ultima tassa si basa sul principio stabilito dall’Ue che ”chi inquina paga”, confermando il legame tra la produzione dei rifiuti e l’ammontare del tributo. Rispetto alla Tarsu, ricorda la Cgia, le successive forme di prelievo sono andate nella direzione di coprire integralmente il costo del servizio. Con la Tia questa previsione era stata prorogata e mitigata, mentre con la Tares prima e la Tari poi, questa prescrizione è stata resa operativa. “L’applicazione di questo principio – secondo l’Istituto – si è tradotto in un forte incremento dei costi per gli utenti. I risultati riportati più sopra sono stati ottenuti considerando le superfici medie definite dall’Istat di alcune tipologie di immobili strumentali presenti nel paese. Le tariffe, invece, sono quelle medie applicate dai principali Comuni capoluogo di regione”.
Con l’introduzione della Tari è stato ulteriormente confermato l’assunto che il costo del servizio in capo all’azienda che raccoglie i rifiuti dev’essere “interamente coperto dagli utenti, attraverso il pagamento del tributo”. Sta proprio qui il problema: “le aziende di asporto rifiuti, di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e attività produttive, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in alcuni casi sono del tutto ingiustificati”.


La ricerca del lavoro diventa un business


di Annarita D’Agostino

La ricerca del lavoro diventa un business e traina la crescita del comparto Servizi. Nel secondo trimestre del 2017, l’Istat segnala che l’indice destagionalizzato del fatturato dei servizi aumenta del 2,7% sull’anno e dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017, “consolidando i segnali espansivi registrati nei trimestri precedenti”. Ed è l’area delle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale a fare il boom, con un aumento del 24,9% sull’anno.
Crescono anche i settori delle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (+2,5%), delle agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+1%), del commercio all’ingrosso, commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli (+0,8%), del trasporto e magazzinaggio (+0,7%) e dei servizi di informazione e comunicazione (+0,1%). Ma “la crescita maggiore mai registrata dall’Istat” dal 2001, anno di avvio di queste serie storiche, è proprio quella dei centri per l’impiego e agenzie interinali.
Quindi, la disoccupazione fa fatturato, ma qualcosa non torna: evidentemente se i tassi restano alti, con picchi drammatici fra i giovani, il sistema funziona male, e ciò riporta all’ordine del giorno la necessità di investimenti strutturali sui centri per l’impiego, per renderli davvero capaci di essere punto di incontro fra domanda e offerta di lavoro. Altrimenti, continueremo a trovarci nella situazione paradossale di fatturati record per chi cerca e seleziona i lavoratori e milioni di lavoratori in cerca di chi li selezioni o ne favorisca la riqualificazione.


Voucher e controlli sulle assenze, ‘superlavoro’ per l’Inps


di C.T.

Si prospetta un autunno intenso per l’Inps. Oltre alle consuete attività e ai normali servizi, infatti, l’Istituto dovrà far fronte ad una ‘mole’ di lavoro aggiuntiva rappresentata da un lato dalla piattaforma per la gestione delle prestazioni occasionali (nuovi voucher), che ha raggiunto già 27 mila registrazioni, e dall’altro dalle visite fiscali, sistematiche e a ripetizione, per i lavoratori sia privati che pubblici, come previsto dalla ‘riforma Madia’.
La prima, in verità, vede l’Inps in campo già dal 10 luglio scorso, quando hanno debuttato il nuovo Libretto famiglia e il Contratto di prestazione occasionale, introdotti dalla Manovra correttiva in sostituzione dei vecchi voucher, abrogati il 17 marzo.
Dai dati pubblicati dall’Istituto, risultano oltre 27 mila gli utenti registrati: si tratta di “3.998 utilizzatori del Libretto Famiglia, 12.252 utilizzatori del contratto di prestazione occasionale (aziende, liberi professionisti, associazioni ed altri enti) e 10.767 lavoratori disponibili a operare nelle forma del lavoro occasionale”.
I versamenti effettuati dagli utilizzatori hanno superato l’importo di “4 milioni di euro dei quali 362.000 per il Libretto Famiglia e 3.833.000 per il contratto di lavoro occasionale”.
Situazione che non coglie affatto di sorpresa, perché l’abuso dei voucher si è mostrata sin da subito una delle conseguenze più nefaste del Jobs Act: è dalla sua approvazione, infatti, che si è verificata un’impennata dell’utilizzo di questa forma di pagamento che ora i dati Inps confermano.
L’altra attività che vedrà l’Inps in prima linea già dal primo settembre riguarderà le visite fiscali sulle assenze per malattia che potranno essere condotte in modo sistematico e ripetitivo, anche a ridosso delle giornate festive o di riposo settimanale. E’ la misura inserita nel decreto che regolerà i controlli sulla base del nuovo Polo unico (affidato per l’appunto all’Inps) competente sia per il privato che per il pubblico, finora ‘vigilato’ dalle Asl.
Cambia, quindi, il sistema dei controlli, ma restano fermi alcuni capisaldi, come le visite immediate per gli statali che mancano dal servizio il giorno prima o dopo la festività.
Le giornate a rischio assenteismo, come hanno dimostrato anche i dati dell’Inps, sono in effetti proprio quelle vicine ai weekend (come il lunedì o il venerdì) o ad altre ricorrenze.
Inoltre, i controlli a ripetizione mirano a disincentivare comportamenti ‘furbi’, per cui dopo la prima visita non si resta esentati da ulteriori controlli. Sarà il ‘cervello informatico’ dell’Inps a scovare gli assenteisti attraverso un algoritmo che deciderà quando un’assenza è a rischio: luce verde quando non c’è motivo di allerta, arancione quando è il caso di valutare meglio o rossa quando è necessario che scatti subito un controllo.
Quanto alle fasce orarie di reperibilità, nella fase sperimentale che inizierà appunto il primo settembre, nel primo periodo di vita del Polo unico, dovrebbero restare quelle attuali: privati (10-12 e 17-19) e pubblici (9-13 e 15-18). Non è comunque esclusa una futura armonizzazione tra i due settori.


Inail: in aumento gli incidenti sul lavoro, oltre 3 morti al giorno


di Claudia Tarantino

Nei primi sette mesi di quest’anno sono aumentati gli incidenti e i morti sul lavoro, il cui numero ha raggiunto quota 591, 29 in più rispetto ai 562 decessi dell’analogo periodo del 2016 (+5,2%).

Fino a luglio, inoltre, “le denunce d’infortunio sono state 380.236, 4.750 in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (+1,3%), per effetto di un aumento infortunistico dell’1,2% registrato per i lavoratori (2.832 casi in più) e dell’1,4% per le lavoratrici (oltre 1.900 in più)”.

E’ quanto segnala l’Inail pubblicando i dati provvisori del 2017.

Dai dati forniti dall’Istituto emerge chiaramente che, oltre agli incidenti, anche per quanto riguarda i decessi la percentuale che interessa le donne è significativa. “A morire sul lavoro sono soprattutto gli uomini – nota l’Inail – i cui casi mortali sono saliti da 506 a 531 (+4,9%)”. Ma, c’è una crescita del 7,1% per le donne, passate da 56 a 60 casi in pochi mesi.

Si tratta di cifre inaccettabili in un Paese in cui la sicurezza negli ambienti di lavoro non è un concetto nuovo e dove è garantita dalla legge e regolamentata dal D.L. 81/2008, che prevede una serie di adempimenti da parte dei datori di lavoro proprio al fine di limitare al minimo le cause di pericolo e le possibilità di infortunio.

A livello territoriale, le denunce d’infortunio sono aumentate al Nord (oltre 5.800 casi in più) e, in misura più contenuta, al Centro (+245), mentre hanno fatto registrare una diminuzione al Sud (-985) e nelle Isole (-337). Risultato abbastanza scontato vista la disoccupazione dilagante nel Mezzogiorno molto più che nel resto del Paese. Il ragionamento, infatti, è semplice: meno si lavora e meno si è esposti al rischio che possa capitare un incidente.

Dal rapporto Inail emerge anche che i settori maggiormente interessati dagli incidenti sono “la gestione Industria e servizi (+2,1%) e la gestione Conto Stato dipendenti (+3,6%), mentre Agricoltura e Conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,0% e all’1,9%”.

Secondo la Coldiretti, la controtendenza registrata dall’Agricoltura, con un calo del 5% dei casi mortali, è dovuto principalmente al “prezioso lavoro di ammodernamento delle imprese agricole fatto in questi anni per rendere il lavoro in agricoltura tecnologicamente più avanzato, ma anche più sicuro”. Un risultato, quindi, che concilia “gli interessi delle imprese, degli occupati e dei consumatori”.

E’ vero anche, però, che molto spesso gli infortuni non derivano solo da inosservanze della legge o dal grado di rischio di una specifica attività, ma anche dalla scarsa informazione dei dipendenti in merito agli strumenti e alle tecniche di prevenzione.

Ecco perché la formazione è fondamentale per migliorare le condizioni di sicurezza in un’azienda, in quanto rende consapevoli i lavoratori dei fattori di rischio così come delle misure di prevenzione e delle tecniche per tutelare se stessi e gli altri in caso di pericolo.

Tutto ciò vale anche per le malattie professionali che, a differenza degli infortuni, non avvengono per causa violenta, ma secondo un’azione graduale nel tempo. Vengono infatti contratte nell’esercizio e a causa della lavorazione alla quale è adibito il lavoratore.

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi sette mesi del 2017 sono state 36.224, 1.336 in meno rispetto allo stesso periodo 2016 (-3,6%). Le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare le tecnopatie più denunciate (75,8% del complesso dei casi).

“Dopo anni di continua crescita – osserva l’Inail – il calo delle tecnopatie denunciate conferma per quest’anno l’andamento già rilevato nei mesi scorsi”.


Via libera definitivo al Reddito d’inclusione


di Annarita D’Agostino

Arriva l’ok finale al decreto legislativo che introduce il Reddito di inclusione (Rei). In una riunione lampo, durata appena 16 minuti, il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva la misura, che dal prossimo primo gennaio sostituirà il Sostegno all’inclusione attiva (Sia) e l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione. Commentando l’approvazione del provvedimento su Twitter, il premier, Paolo Gentiloni, ha scritto: “Un aiuto a famiglie più deboli, un impegno di Governo Parlamento e Alleanza contro #povertà”.
Il Rei avrà un importo variabile dai 190 ai 485 euro in base al numero dei componenti del nucleo familiare e alla situazione socio-economica, per una durata massima di 18 mesi. In particolare, dal prossimo primo gennaio potranno accedere all’assegno le famiglie con un Isee non superiore ai 6mila euro, un valore del patrimonio immobiliare diverso dalla prima casa non superiore ai 20 mila euro e un patrimonio mobiliare massimo tra i 6mila e i 10mila euro a seconda del numero dei componenti del nucleo. Almeno nella fase iniziale avranno la priorità le famiglie con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza e disoccupati over 55. I beneficiari dovranno partecipare a un progetto di reinserimento sociale e lavorativo per continuare ad usufruire dell’assegno.
Destinato ad una platea di 400mila famiglie, per un totale di 1,8 milioni di persone, il Rei dovrebbe essere esteso, secondo quanto dichiarato dal governo, a circa 660 mila famiglie, di cui 560 mila con figli minori. Le risorse messe a disposizione per la misura sono pari a 1,7 miliardi di euro e l’obiettivo è di arrivare ad almeno 2 miliardi l’anno. Ma considerando che, nel 2016, le persone in povertà assoluta in Italia erano ancora 4 milioni e 742mila, appartenenti a 1 milione e 619mila famiglie residenti, il Rei è un ‘aiuto’ ancora troppo piccolo per poter davvero contrastare l’impoverimento del Paese.


Brexit, ripartono i negoziati e le polemiche


C.P.

La Commissione Europea bacchetta nuovamente la Gran Bretagna. Sui piani per il divorzio dall’Europa la strada sembra ancora in salita: a solo poche ore dalla riapertura della terza fase dei negoziati, il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha dichiarato infatti che nessuno dei documenti presentati dalla Gran Bretagna lo ha davvero soddisfatto. “C’è un enorme numero di questioni che resta da risolvere” ha detto. “Non si tratta solo della questione delle frontiere” con l’Irlanda del Nord, “un problema serio sul quale non abbiamo risposte definitive – spiega – ma anche lo status” dei cittadini “deve essere più chiaro”. Junker ha puntualizzato che non ci saranno negoziati sulle future relazioni tra Ue e Londra prima della soluzione delle questioni che riguardano il divorzio, regolato dall’articolo 50. “Non si possono mischiare. Non ignoro che ci siano delle parziali intersezioni tra le due dimensioni” ha detto, ma Consiglio e Commissione europea sono stati “ultrachiari, prima di affrontare il futuro” occorre sistemare le questioni individuate come prioritarie.
Una linea che era stata già ribadita ieri da Michael Barnier, capo negoziatore Ue, alla ripresa dei negoziati. “Abbiamo letto i documenti molto attentamente, ma abbiamo bisogno di tutte le posizioni della Gran Bretagna su tutte le questioni” ha detto, esortando il governo inglese a trattare seriamente e insistendo sulla necessità di risolvere i tre problemi principali con tutti i loro aspetti tecnici prima di passare a questioni commerciali. Per l’Europa, infatti, sono tre i nodi da sciogliere: i diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito e dei cittadini britannici residenti nell’Unione, l’ accordo finanziario e al questione irlandese. Sul primo punto si attende ancora una posizione dettagliata da parte di Londra, mentre sul secondo c’è preoccupazione da parte di Bruxelles per il legame tracciato da Londra tra il processo di pace in Irlanda del Nord e le future relazioni tra Ue e Regno Unito. Per quanto riguarda i diritti dei cittadini, il terzo punto prioritario, restano distanze, in particolare sul ruolo della Corte di Giustizia Ue.
Dal canto suo, David Davis, il ministro inglese responsabile della Brexit, ha insistito sulla necessità che la risoluzione di questi problemi venga trattata in parallelo con la questione dei rapporti commerciali. “Vogliamo chiudere i punti su cui c’è accordo, sciogliere le aree in cui non concordiamo e fare ulteriori progressi su tutte le questioni. Ma questo richiederà flessibilità e immaginazione da entrambe le parti”.
Nel frattempo, però, gli effetti della Brexit continuano a farsi sentire: secondo un sondaggio condotto della Kpmg, circa 1 milione di cittadini Ue che lavorano nel Regno Unito pensano, o già progettano, di lasciare il Paese dopo la Brexit. Una vera e propria “fuga di cervelli”, la definisce la stampa britannica, che rischia di danneggiare i settori chiave per il paese.


Questione migranti: una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso


di Claudia Tarantino

Finalmente il Governo sembra essersi reso conto che per bloccare l’enorme flusso di immigrati verso l’Italia occorre fare accordi con i Paesi di partenza, come d’altronde sostenuto da tempo dall’Ugl e come dimostrano i primi risultati della cooperazione tra Italia e Libia sui flussi migratori.

Se, infatti, il premier Gentiloni, ha potuto portare all’Eliseo, al vertice tra Francia, Germania, Italia e Spagna, allargato ai leader di Libia, Niger e Ciad, un “perfetto esempio” di come andrebbe gestita l’emergenza immigrazione, è proprio grazie ad un nuovo approccio alla questione, che vede i Paesi europei impegnati a “sostenere lo sviluppo in Africa”, ad accrescere la “capacità di controllo delle frontiere” e a “mettere in crisi il modello di business dei trafficanti”.

Dal summit francese, se non altro, è emersa la volontà comune di una maggiore cooperazione per gestire i flussi e contrastare la lotta al traffico degli esseri umani.

Anche se nelle dichiarazioni dei leader presenti sono state ripetute continuamente parole come ‘cooperazione’, ‘collaborazione’, ‘condivisione degli sforzi’, ‘strategia comune’, è stato il commento della leader tedesca ad essere quanto mai calzante: “Visto che non c’è solidarietà reale, – ha affermato la Merkel – dobbiamo trovare nuove soluzioni”.

Il nodo della questione, infatti, resta quello della revisione degli accordi di Dublino che prevedono la permanenza dei migranti nei Paesi in cui sbarcano in attesa della verifica dello status di rifugiato.
Un sistema che finora ha mostrato tutti i suoi limiti, soprattutto per il nostro Paese che è, insieme alla Grecia, quello maggiormente interessato dagli sbarchi e, quindi, messo in condizioni critiche dall’eccessiva presenza di migranti, tanto da non essere più in grado di gestirli adeguatamente.

La stessa Merkel ha ammesso che il ‘sistema Dublino’ “non offre soluzioni soddisfacenti”, in quanto “i Paesi cosiddetti d’arrivo sono sfavoriti” ma, al di là dei commenti e degli apprezzamenti al lavoro svolto dall’Italia, è arrivato il momento che la Ue trovi una via per ridistribuire il peso dell’arrivo dei migranti in tutti i Paesi.

Insomma, la questione dei migranti è una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso.

Il compito del Governo, quindi, resta quello di riuscire a raggiungere un accordo a livello comunitario affinché gli altri Stati membri siano partecipi nella relocation dei migranti, altrimenti si rischia che il numero degli sbarchi divenga insostenibile e che tutte le problematiche connesse all’immigrazione restino irrisolte.