di Caterina Mangia

La capitale d’Italia rischia una figuraccia internazionale.
Tra dopodomani e giovedì si terrà al ministero dell’Ambiente una riunione dell’osservatorio permanente sugli usi idrici dell’Appennino centrale, a cui dovrebbe partecipare anche lo stesso titolare del dicastero, Gian Luca Galletti, insieme ai tecnici della Regione Lazio, la società Acea Ato 2 e le autorità di bacino: l’obiettivo, scongiurare l’ipotesi del razionamento dell’acqua a Roma.
Facciamo un passo indietro: nei giorni scorsi, il presidente della Regione Lazio ha parlato di “rischio di catastrofe ambientale” facendo riferimento al lago di Bracciano, sempre più basso e “asciutto”, e ha vietato le captazioni da parte di Acea a partire dal 28 luglio. Per parte sua, la società municipalizzata ha paventato turni di otto ore in cui dai rubinetti di interi quartieri di Roma non uscirà acqua: resteranno “a secco” circa un milione e mezzo di romani.
Tuttavia c’è un’apertura su possibili soluzioni alternative: in una nota diffusa oggi, la municipalizzata rende nota che “dopo l’ordinanza emessa dalla Regione Lazio venerdì sera in modo unilaterale, che si continua a ritenere inadeguata e illegittima, Acea apprende solo dagli organi di stampa che sempre la Regione avrebbe ipotizzato un piano alternativo per ovviare alla captazione dell’acqua dal lago di Bracciano, prevedendo di utilizzare altre fonti o aumentando la portata di quelle attuali. Se la Regione volesse illustrare tali soluzioni, nelle sedi opportune, Acea sarà pronta ad ascoltare e collaborare”.
Inoltre, la sindaca di Roma Virginia Raggi ha reso noto, in una video-intervista al Messaggero, che chiamerà oggi “la Regione e Acea per convocare un tavolo in Campidoglio per superare qualsiasi tipo di visione politica o strumentalizzazione. Per il primo cittadino, “bisogna trovare risorse e soluzioni. Da un lato è inaccettabile che oltre un milione e mezzo di romani restino senza acqua, dall’altro dopo il cambio di governance di Acea c’è stata un’inversione di tendenza, con investimenti su reti e riduzione della captazione dal lago di Bracciano”.
Al di là dei soliti toni polemici e rimpalli di responsabilità che caratterizzano le emergenze, si dovrebbe fare il punto sulle questioni strutturali che hanno portato la capitale d’Italia a questo indegno epilogo, a partire da quello della dispersione idrica: secondo la Coldiretti, a causa delle carenze infrastrutturali soltanto l’11 per cento dei 300 metri cubi d’acqua che cadono in Italia viene trattenuto. Con la conseguenza che basta una siccità per bloccare il Paese, e con esso la “Città Eterna”.
In un’intervista a Qn uscita questa mattina, il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti ha ammesso che “la situazione di Roma è quella che oggi ci preoccupa di più”, e richiede “uno sforzo straordinario”: la capitale “ha problemi evidenti, a partire dalle consistenti e intollerabili perdite della rete”.
Insomma, tutto cambia per non cambiare mai: in un Paese come il nostro che non investe in infrastrutture, prevenzione e manutenzione, non sono previste eccezioni: un po’di maltempo genera feriti, morti e alluvioni, una siccità straordinaria blocca l’erogazione di acqua.
Con buona pace dei cittadini, che, al solito, pagano il prezzo delle mancate scelte della politica.