di Barbara Faccenda
La strada del nuovo presidente francese, Emmanuel Macron, sebbene costellata dal successo nelle recenti elezioni parlamenti, non è scevra da problemi. Alcuni sono scettici sulla sua giovane età, sulla sua inesperienza, altri si chiedono se sarà in grado di concretizzare una strategia di contro-terrorismo efficace.
Il terrorismo ha ucciso più di 200 persone in Francia tra il 2015 ed il 2016. Il tentativo di attacco terroristico del 19 giugno 2017 a Parigi è quasi una sorta di promemoria per il Presidente francese, sulla necessità di dedicare tempo alla preparazione di un apparato di sicurezza che sia in grado, efficacemente, di contrastare l’attuale minaccia terroristica.
La scorsa settimana Macron ha annunciato un nuovo “centro nazionale di contro-terrorismo”: un’unità composta da 20 persone che supervisionerà gli impegni di contro-terrorismo francese e agirà sotto la diretta autorità del presidente. Riportando direttamente all’esecutivo, il centro eviterà alcune lacune di coordinamento che hanno reso, in passato, inadeguati gli impegnisulla sicurezza. L’inefficienza delle sei unità (separate) di intelligence francese che rispondono ai ministeri dell’interno, della difesa e dell’economia, per non parlare delle diverse banche dati sugli individui che potenzialmente pongono una minaccia alla sicurezza nazionale francese, è stata denunciata da diversi rapporti parlamentari. Dalle raccomandazioni dell’ultimo rapporto si evince la volontà di creare un modello simile a quello del centro nazionale di contro-terrorismo di Washington, anche se non risulta chiara la circostanza che avvenga o meno la fusione delle diverse banche dati, sebbene sembri il successivo passo logico.
La maggior parte dei perpetuatori degli attacchi del 2015 e del 2016 erano cittadini francesi.Mentre il governo di Hollande si è concentrato sulla tolleranza zero agli imam radicali e chiudendo le moschee, ci pare che sfugga alla Francia e, più in generale al resto dell’occidente, una circostanza fondamentale: l’elemento dell’identità nell’ideologia estremista. Gli estremisti creano una narrativa di giustificazione per le loro convinzioni legando il gruppo dei loro (out-group) alle crisi che affliggono il gruppo ristretto o gruppo di noi (in-group) e legando il gruppo ristretto ad una soluzione violenta contro il gruppo dei loro. In maggior misura la crisi è percepita, più violenta ed estrema è la soluzione. Questi legami sono la sostanza dell’ideologia estremista e come talisono vulnerabili a programmi di contro-terrorismo. Gli assoluti generici preferiti da politici come Macron sono inadatti a questo compito. In maniera semplicistica gli attacchi sulla legittimità sono al meglio inefficaci e al peggio rischiano di alimentare un incremento delle visioni estremiste. L’asserzione di una identità in competizione potrebbe accrescere le dinamiche in-group/out-group, o peggio creare un movimento estremista in concorrenza.
Al di là del “stiamo creando una task force che si rapporti all’Eliseo” e “il presidente sarà responsabile della guerra al terrore” non ci sembra che Macron abbia compiuto una riflessione strategia sulla minaccia dei gruppi estremisti (religiosi). Non solo non si evince che il gruppo di Macron abbia realmente ragionato su come incrementare le misure di contro-terrorismo tradizionali, ma nel suo governo non si ravvisa la presenza di qualcuno che abbia lavorato molto nel contro-terrorismo.
Dal novembre 2015, la Francia è in stato di emergenza, circostanza che ha conferito alla polizia poteri straordinari, come ad esempio: porre i sospettati agli arresti domiciliari, imposizione del coprifuoco, chiusuradelle moschee.
Macron durante la sua campagna si è opposto allo stato di emergenza permanente, ma sospendere i poteri che autorizza sarebbe pericoloso politicamente. Dopo l’attentato a Manchester il 22 maggio 2017, infatti, Macron ha dichiarato di voler estendere i poteri di emergenza (che dovevano cessarea metà luglio) fino al 1 novembre 2017.
Una bozza di legge che circola all’interno del governo istituzionalizzerebbe alcuni elementi dello stato di emergenza, configurando certi poteri eccezionali connessi alla “guerra al terrore” nel diritto comune. Se si ravvisano, secondo il testo della bozza di legge, “ragioni serie” per credere che qualcuno ponga un “particolare grave minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico”, la polizia può disporne gli arresti domiciliari, chiedere accesso alle password e ai contatti online o richiedere che lui/lei indossi un braccialetto elettronico, tutto senza il controllo del potere giudiziario.
Il quadro che se ne delinea è abbastanza approssimativo. Non con sorpresa, la vaghezza delle parole del testo ha allarmato i sostenitori dei diritti umani, che hanno già criticato lo stato di emergenza attuale per aver preso di mira i musulmani in maniera sproporzionata ed arbitraria. Impiantare la strategia di contro-terrorismo francese nella legge nazionale potrebbe essere controproducente, intensificando i sentimenti di risentimento e di marginalizzazione della popolazione musulmana, stimata essere 6 milioni, la più grande nell’Europa occidentale, che conta già il 60% dei detenuti nelle prigioni francesi e fronteggia ineguaglianze nel lavoro, nell’educazione.
C’è ragione di credere che Macron intraprenderà un approccio più sfumato nel combattere l’estremismo religioso rispetto ai suoi predecessori. La Francia manca di una politica di sicurezza fissa e consistente. Sia la bozza di legge che il nuovo centro di contro-terrorismo sono un chiaro teatro politico. Pare che in Francia ci sia la bizzarra abitudine di cambiare leggi di contro-terrorismo ogni due anni: dopo un attacco in Francia, o uno a Londra si ha bisogno di una nuova legislazione. Ad un certo punto la Francia avrà bisogno di un quadro giuridico stabile, anche perché il terrorismo ora è un problema permanente.
Si potrebbe osservare che nella creazione di una strategia che sia efficace senza calpestare le libertà civili, l’inesperienza di Macron e del suo team giochi a loro favore, incoraggiandoli a pensare fuori dagli schemi ed evitare errori del passato. Tuttavia le recenti mosse, come la spinta a rendere le misure di emergenza permanenti e concentrare i poteri di sicurezza nell’esecutivo, offrono una ragione per essere scettici e diffidenti.