di Caterina Mangia

Un Paese la cui crescita è e continuerà ad essere “moderata”,  con un Prodotto interno lordo che resterà all’1 per cento nel 2017 per poi scendere allo 0,8 nel 2018 a causa della “stretta fiscale già adottata e pari all’1 per cento del Pil”.
Un Paese in cui la qualità del lavoro “è più precaria”, inserito in un contesto economico generale “non abbastanza buono per migliorare la sostenibilità del benessere dei cittadini”.
Un Paese che “nonostante il suo ampio settore manifatturiero”, contribuisce all’economia globale in modo “limitato”, in cui molte imprese soffrono di bassa produttività a causa delle scarse dimensioni; in cui “l’inefficacia sociale e le politiche di formazione” hanno impedito di trarre benefici dalla globalizzazione.
Questo è il ritratto dell’Italia che emerge dall’Economic Outlook dell’Ocse. Il quale ci vede deboli, ma pare ci voglia indebolire ancora di più: nonostante riconosca che le revisioni al ribasso sono dovute alla stretta fiscale, inviti l’Italia ad “aumentare l’innovazione e la competitività” e solleciti ad andare avanti con “le riforme strutturali” e “le politiche fiscali moderate”, ci chiede di aumentare le tasse.
L’istituto di Parigi raccomanda infatti di introdurre imposte sulla casa, basate sui nuovi estimi catastali. Soluzione che, si sa, non è esattamente la ricetta giusta per rilanciare l’economia e incoraggiare i cittadini, già alle prese – per stessa ammissione dell’Ocse – con una pressione fiscale che ha pochi rivali in Europa ed è la quinta al mondo.
Fortunatamente l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico riconosce anche che ridurre i contributi, specialmente per le fasce più deboli, incentiverebbe l’occupazione, oltre ad aumentare la progressività del sistema fiscale.