La carriera in Italia, soprattutto per le donne, è ostacolata da tre fattori: l’avanzare dell’età, favoritismi e mancanza di opportunità. E’ l’Adp, leader mondiale nei sistemi informativi e applicativi a fare questa scoperta attraverso un sondaggio esteso a 9.920 lavoratori in tutta Europa e racchiuso nella ricerca “La forza del lavoro in Europa 2017”.
Dal sondaggio – il cui esito non sorprende – è emerso che l’età è un fattore decisivo per “la disponibilità di opportunità di carriera” e che i dipendenti avvertono meno supporto dalle aziende man mano che invecchiano (vale per il 16,6% della media dei 1.305 lavoratori italiani, ma sopra i 45 anni si va dal 25 al 40%).
E’ un fatto logico nei principi, ma che si rivela un paradosso per lo spostamento in avanti dell’età lavorativa degli ultimi anni. L’ostacolo età è temuto più dagli uomini che dalle donne (19,6% contro 12,4%), ed è anche una sfida ai rapporti sul lavoro. “Per la prima volta nella storia, esiste una forza lavoro che sta invecchiando: molto presto, cinque generazioni di impiegati lavoreranno fianco a fianco. Le tecnologie avanzate e ulteriori significative differenze d’età nella forza lavoro fanno sentire isolati i lavoratori più anziani, che si sentono sorpassati da lavoratori più giovani e tecnologicamente più preparati”, riporta la nota Adp. L’età è molto menzionata come fattore critico in Olanda (24%), Svizzera (21%) e Regno Unito (20%).
Un secondo ostacolo, che accomuna tutte le fasce d’età, è il “favoritismo”, temuto dal 12,2% degli italiani (14% uomini, 9,6% donne), mentre l’8,3% denuncia invece una generale mancanza di opportunità di crescita (il 7% degli uomini intervistati e una donna su 10). Anche i bisogni della famiglia possono ostacolare: li cita l’8,4% delle donne ma solo il 4,7% degli uomini; mentre alla domanda “il sesso di appartenenza può essere un ostacolo alla crescita professionale?” dice sì il 7,3% delle donne e uno 0,8% maschile.
Non per tutti lo sconforto è identico: spagnoli, olandesi, svizzeri e britannici si ritengono più supportati nei percorsi di crescita, il 39% dei francesi dichiara di non esserlo affatto, mentre al secondo posto del mugugno ci sono italiani (35%) e tedeschi (34%).
“Se gli impiegati sentono che ci sono barriere ai loro obiettivi di carriera, si sentono frustrati – ha detto Nicola Uva, direttore strategia & marketing di Adp Italia -. I datori di lavoro dovrebbero rassicurare i dipendenti, trattandoli equamente e dando tutto il supporto e il riconoscimento che meritano.
Allo stesso modo, le aziende hanno bisogno di affrontare eventuali problemi generazionali dei dipendenti, facendo percepire il valore che l’esperienza legata all’età apporta”.
La frustrazione, si sa, stressa: specie dove la crisi economica è stata più cattiva. Il 17% dei lavoratori europei si sente stressato ogni giorno. Il primato va ai polacchi, con un 22% che si sente stressato ogni giorno o tanto spesso da pensare a un altro lavoro. I tedeschi sono i meno desiderosi di avanzare nella carriera, ma hanno uno dei più alti livelli di stress (20%). In Italia non si scherza: è stressato al lavoro il 18% del campione (uomini 12%, donne 16,5%), e il 25% una volta la settimana. Il 21% in compenso non si sente mai stressato in azienda. Tra i meno stressati sono gli spagnoli: solo il 10% avverte tensione ogni giorno e oltre un terzo sostiene di non essere mai stressato. Un 3,4% degli italiani ha detto poi di non avere nessun interesse ad avanzamenti di carriera, forse per “la quantità di stress che i lavoratori sperimentano, dal momento che preferirebbero evitare ore di lavoro extra o anche ulteriori richieste”. Le donne, in generale, hanno più probabilità di stressarsi degli uomini (20% risponde “giornalmente o eccessivamente”, rispetto al 15% maschile).