di Claudia Tarantino
Il 25 marzo di 60 anni fa, nella sala degli Orazi e Curiazi, furono firmati i Trattati di Roma che segnarono, di fatto, la nascita dell’attuale Unione europea. Quel giorno del 1957 sei leader (Italia, Francia, Germania dell’Ovest, Olanda, Lussemburgo e Belgio) firmarono per creare un’unione politica di difesa comune, iniziando da quella economica, e forse nemmeno immaginavano che nel 2017 sarebbero stati ben 27 gli Stati chiamati a sottoscrivere una dichiarazione unitaria.
Le celebrazioni del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma trovano però un’Europa inquieta e alla ricerca di una nuova identità: la recente uscita della Gran Bretagna, le spinte di alcuni Paesi dell’Est, le turbolenze del bacino mediterraneo, le difficoltà ad arginare gli effetti della crisi economica e il diffondersi di sentimenti euroscettici hanno sottoposto a forti tensioni la coesione dell’Unione e hanno favorito quello che è stato da più parti definito come “un ripiegamento dell’Europa su se stessa”.
A partire dallo stesso Presidente della Repubblica che, a Camere riunite, tre giorni fa, ha esortato a “trovare subito il coraggio per ripartire, ribaltando l’Unione dei tecnici e dei burocrati”. Per Mattarella, infatti, è necessario “rianimare in fretta un’Europa arroccata su posizioni di egoismo, annichilita dalla paura e da pulsioni isolazioniste”.
Per l’Ugl è chiaro che in Europa ci sono “due velocità e due misure”: da un lato i Paesi del Nord “sicuramente più sviluppati e più forti economicamente”, dall’altro “la parte meridionale, Grecia, Spagna e Italia, che soffrono molto di più una mancanza di continuità e di politiche di sviluppo nazionali”.
A conferma di ciò, come spiega il segretario generale Paolo Capone, il periodo davvero critico per quanto riguarda il lavoro nel nostro Paese. “In Italia – chiarisce – nel 2006 i disoccupati erano più di un milione, dati raddoppiati nel 2015 con oltre 3 milioni di italiani senza lavoro. Situazione invertita in Germania, dove nel 2006 i senza lavoro erano più di 3 milioni, mentre nel 2015 sono scesi a meno di 2 milioni. Evidentemente – conclude – in questa Europa c’è qualcosa che non va”.
Una dichiarazione comune né esaltante né rivoluzionaria
In occasione del 60esimo anniversario i capi di Stato e di governo dei Ventisette si preparano a firmare solennemente in Campidoglio la ‘Dichiarazione di Roma’.
L’evento è stato però preceduto da giorni di intensi negoziati per limare il testo dell’agenda comune e giungere ad un compromesso soprattutto sulla famosa formula dell’Ue ‘a più velocità’. Il passaggio chiave della dichiarazione, infatti, recita: “Agiremo insieme quando possibile, con ritmi e intensità diversi quando sarà necessario, come abbiamo fatto in passato all’interno della cornice dei trattati e lasciando la porta aperta a coloro che vogliono unirsi dopo. La nostra Unione non è divisa ed è indivisibile”.
L’escamotage per vincere le resistenze dei Paesi dell’Est, spaventati dalla prospettiva di essere lasciati indietro, è stato quello di eliminare proprio il termine ‘velocità’, che tante discussioni ha generato.
Anche se, a ben vedere, comunque si vogliano chiamare, ‘integrazioni a formato differenziato’ esistono già da tempo: l’eurozona, lo spazio di libera circolazione Schengen, la cooperazione in materia di difesa. E, peraltro, i Trattati europei in vigore già prevedono la possibilità di ‘cooperazioni rafforzate’ tra Stati su singole politiche. Il timore, manifestato in questi giorni soprattutto da Polonia e Grecia, è che la creazione di formati più ristretti rispetto all’attuale integrazione a 27, si traduca in emarginazione per chi non vi partecipa e apra la strada ad una frammentazione.
La Grecia, in particolare, ha espresso riserve perché vorrebbe nella Dichiarazione un impegno più forte a tutela dei diritti sociali e del lavoro.
Così, per rispondere alle preoccupazioni greche e non solo, nel testo si legge: “L’Unione combatte la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà”. C’è, inoltre, il richiamo al ruolo dell’Unione nel “creare crescita e lavoro”, e nel promuovere “il progresso economico e sociale, così come la coesione e la convergenza” fra le economie degli Stati membri, “mantenendo l’integrità del mercato interno e tenendo conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo chiave dei partner sociali”. E c’è un riferimento ai giovani, che devono “ricevere la migliore educazione e formazione” e poter “studiare e trovare lavoro in tutto il Continente”.
Insomma, sembrerebbe niente di nuovo rispetto a quanto da 60 anni a questa parte ci si aspetta dall’Unione. Per questo, la Dichiarazione di Roma non appare né esaltante né rivoluzionaria, perché non è la svolta necessaria per i problemi europei. Ed ecco perché, come sintetizza il segretario generale Ugl, “l’Ue è un altro sogno infranto dei giovani e dei popoli d’Europa”.
Allarme sicurezza nella Capitale
Decine di telecamere posizionate in luoghi strategici e tanti occhi puntati sui cortei (quattro in programma) ed i sit-in (due) per il rischio di infiltrazione di black bloc e antagonisti in arrivo da tutta Italia, dalla Francia, dalla Germania e dalla Grecia.
In campo per la sicurezza artificieri, unità cinofile, tiratori scelti, circa cinquemila operatori delle forze dell’ordine, tra cui anche decine di agenti in borghese. Da settimane è in atto un serrato monitoraggio, sul web e non solo, volto a sondare le progettualità dei gruppi anarco-insurrezionalisti italiani e stranieri in arrivo nella Capitale, che potrebbero tentare di mettere in atto azioni dimostrative violente in chiave anti-europeista.
Per il ministro dell’Interno, Marco Minniti, la macchina della sicurezza messa in moto dovrà garantire “la protezione delle personalità, la tranquillità dei cittadini e la manifestazione pacifica del dissenso”. Rafforzate, quindi, anche le misure antiterrorismo con il divieto di sorvolo aereo, di circolazione di camion e altri mezzi pesanti e la chiusura delle strade e delle piazze con le barriere di cemento.
Più che una festa, sembra una giornata di lotta e mobilitazione e Roma si prepara allo stato d’assedio. Questo la dice lunga sull’indice di gradimento delle politiche europee e sul sentimento europeista nel nostro Paese.
La più temuta è la manifestazione indetta da Eurostop contro “gli avvoltoi di Bruxelles”, ma ci sarà anche la mobilitazione Not My Europe con le organizzazioni della società civile che porteranno il Mediterraneo nel cuore della Capitale, sulle acque del Tevere, per una simbolica azione di protesta contro le politiche migratorie dell’Ue e per chiedere un’Europa più umana e accogliente verso chi fugge da guerre, persecuzioni o povertà. Sul fiume, una imponente installazione riprodurrà l’impatto delle politiche dei muri sulle persone in cerca di sicurezza in Europa.