di Claudia Tarantino

Le carceri “sono lo specchio del livello di civiltà di un Paese” e “occuparsi di chi vive nelle carceri non vuol dire essere indulgenti, o come qualcuno direbbe usando una parola odiosa, ‘buonisti’. È interesse della collettività occuparsi dei detenuti perché possano uscire dal carcere persone migliori”. Lo ha detto la Presidente della Camera, Laura Boldrini, introducendo a Montecitorio la ‘Relazione al Parlamento 2017’ del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
Il nostro Paese sa bene cosa significa il sovraffollamento degli istituti di pena, perché è stato più volte richiamato e condannato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. E sa anche che ammassare detenuti ben oltre la capacità delle celle, non solo è degradante per le persone ristrette, ma anche contrario ai principi sanciti nella nostra Costituzione, che non consentono trattamenti contrari all’umanità. Ma, come spesso denunciato dall’Ugl Polizia Penitenziaria “il sovraffollamento delle carceri è un peso non solo per i detenuti ma, soprattutto per gli agenti della Polizia Penitenziaria costretti a dover gestire una quotidianità legata ad un’immagine sempre più sbiadita e precaria della sicurezza”.
Sul tema è intervenuto in diverse occasioni anche il Capo dello Stato, che oggi ugualmente non ha fatto mancare il suo monito affinché si individuino “gli strumenti e le modalità attraverso cui assicurare la piena realizzazione dei principi sulla pena affermati dall’articolo 27 della Costituzione. È la Carta fondamentale – spiega Mattarella – a sancire che la pena, nel rispetto della dignità e dei diritti fondamentali dell’uomo, deve favorire il reinserimento sociale di chi ha sbagliato e lo Stato ha il compito di offrire un’occasione di recupero attraverso l’impegnativo percorso di rieducazione”.
“Ai detenuti – gli fa eco Boldrini – non può essere data una pena aggiuntiva e non prevista”, né possono essere “messi in condizioni che non consentono un riscatto”. Giusto e condivisibile se non fosse che l’Italia ha un sistema penitenziario inadeguato e fallimentare perché mancano piani strategici.
Quello del sovraffollamento degli istituti di pena, infatti, non è un problema recente. Per decenni la politica lo ha affrontato prima con amnistie e indulti, poi con decreti svuota-carceri e con la liberazione anticipata speciale, cioè lo sconto di detenzione per buona condotta, infine costruendo nuove strutture e ampliando la possibilità di detenzione domiciliare.
Eppure, l’emergenza non è mai finita. Basta guardare i dati elaborati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, secondo cui, a fronte di una capienza di 50.228 posti detentivi in tutte le carceri italiane, al 31 dicembre 2016 erano presenti 54.653 persone detenute. A conti fatti, quindi, 4.425 persone in più rispetto ai posti disponibili. E, di fronte a questi numeri, il reinserimento sociale e l’importanza di offrire possibilità di riscatto finiscono inevitabilmente in secondo piano.