In termini occupazionali contrattuali e retributivi le donne sono fortemente penalizzate rispetto agli uomini. Non stiamo parlando del passato, di storia, ma di attualità, dell’Italia del 2017. Una tradizione, chiamiamola così, che il nostro paese non riesce proprio ad abbandonare. Poco importa se le donne all’università hanno performance più brillanti rispetto ai loro colleghi uomini, sia in termini di regolarità negli studi sia di votazioni conseguite, nel mondo del lavoro di oggi sembra ancora una stranezza il fatto che possano guadagnare di più e fare carriera, sempre che un’occupazione riescano a trovarla. Le poche fortunate che hanno successo percepiscono comunque uno stipendio più basso rispetto agli uomini.
Le indagini condotte da AlmaDiploma e AlmaLaurea e dall’Eurostat fotografano un’Italia in cui la donna viene vista spesso come madre e casalinga più che una professionista in carriera.
Sebbene, in base ai dati del XVI Rapporto sul Profilo dei laureati italiani, emerge che tra i laureati del 2013 è nettamente più elevata la presenza della componente femminile, con il 60%, le donne nel mondo del lavoro incontrano maggiori difficoltà di realizzazione professionale, a tal punto che per “giocare alla pari” di fatto devono essere più qualificate, in Italia ancora di più di quanto non capiti in Europa. Il divario occupazionale tra laureati e laureate e le differenze retributive segnalano infatti quanto ancora le donne, in questo caso quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro.
Cercano più lavoro degli uomini, ma non lo trovano. Ad un anno dalla laurea le donne risultano meno favorite in termini occupazionali: trovano difficilmente lavoro sebbene lo cerchino di più rispetto ai colleghi uomini. La differenza con la componente maschile è di oltre i 7 punti percentuali: lavorano il 52,5% delle donne e il 60% degli uomini. A cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze di genere si confermano significative e pari a 7 punti percentuali: lavorano 78 donne su cento e 85 uomini su cento. E se si hanno dei figli questo complica ulteriormente la situazione: il differenziale occupazionale, a un anno dalla laurea, raggiunge i 28 punti, mentre scende fino a 10 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno bambini. A cinque anni dalla laurea, si conferma il differenziale: 24,5 punti percentuali tra quanti hanno figli (il tasso di occupazione è pari all’88% tra gli uomini, contro il 63,5% delle laureate), mentre scende fino a 7 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno prole (tasso di occupazione pari al 82% contro il 75%, rispettivamente). Anche nel confronto tra donne, chi ha figli risulta penalizzata: a un anno dal titolo lavora il 40% delle laureate senza figlio e il 27% di quelle con bambini. A cinque anni le percentuali aumentano rispettivamente del 75% e del 63,5%.
Penalizzate anche nei contratti e nello stipendio. Il contratto a tempo determinato è leggermente più diffuso tra le donne, coinvolgendo 27 occupate su cento (rispetto al 23% dei colleghi). A cinque anni dalla laurea il lavoro stabile è tutto maschile con il 77% degli occupati e il 64% delle occupate. Differenze significative si rilevano anche dal punto di vista retributivo visto che ad un anno dal conseguimento del titolo gli uomini guadagnano il 30% in più delle loro colleghe: 1.217 euro contro i 936 euro delle donne. A cinque anni, il differenziale retributivo è pari sempre al 30,5% a favore dei maschi: 1.556 euro contro 1.192 euro delle colleghe. Sicuramente incide la maggior diffusione tra le donne del contratto part time, ma anche a parità di condizioni gli uomini guadagnano in media, ad un anno dalla laurea, 90 euro netti in più al mese; un valore che sale a 167 euro tra i laureati 2009 a cinque anni dalla laurea.
Cosa accade in Europa. In prima analisi l’Eurostat rivela che il nostro Paese è tra quelli con il più basso numero di donne in posizioni dirigenziali, così come per quelle che invece fanno carriera i loro stipendi sono tra i più bassi d’Europa.
Il quadro a livello europeo, dove il 35% dei manager è donna, vede differenze significative tra gli Stati membri, per quanto riguarda sia le posizioni che le retribuzioni. La Lettonia è l’unico Paese membro con un numero di donne manager (il 53%) superiore a quello degli uomini. Seguono Bulgaria e Polonia (entrambi 44%), Irlanda (43%), Estonia (42%), Lituania, Ungheria e Romania (tutte e tre 41%), Francia e Svezia (entrambi 40%). In fondo alla classifica, le donne dirigenti sono meno di un quarto degli uomini in Germania, Italia e Cipro (in ciascun Paese 22%), appena meglio Belgio e Austria (23%) e Lussemburgo (24%). Per quanto riguarda gli stipendi, in tutti gli Stati membri gli uomini manager guadagnano più delle donne, anche se in differenti proporzioni. La differenza salariale più bassa si incontra in Romania (5%), poi in Slovenia (12,4%), Belgio (13,6%) e Bulgaria (15%). Mentre, all’opposto, le donne manager guadagnano circa un terzo in meno dei loro colleghi maschi in Ungheria (33,7%) e in Italia (33,5%) così come in Repubblica Ceca (29,7%), e circa un quarto in meno in Slovacchia (28,3%), Polonia (27,7%), Austria (26,9%), Germania (26,8%), Portogallo (25,9%), Estonia (25,6%) e Regno Unito (25,1%).