“Faremo dell’Ilva uno stabilimento moderno rispetto agli standard  dell’industria europea dell’acciaio, uno dei più puliti».  Questa la promessa di Saijan Jindal, presidente del gruppo Jsw  ‘in corsa’ per l’acquisizione dell’Ilva di Taranto durante un incontro al quartier generale di Mumbai con i giornalisti italiani per illustrare i  programmi e i ‘buoni’ propositi.

Intanto è prorogato dal 3 al 6 marzo alle ore 12 il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione degli asset dello stabilimento siderurgico.

La proroga è stata concessa dai Commissari su richiesta delle due cordate concorrenti. Si tratta della terza proroga di un termine comunque non perentorio.

Sempre Jindal ha spiegato che “gli agenti cancerogeni dell’industria siderurgica si possono  minimizzare e che Jsw lo farà con un impianto di captazione delle emissioni  polverose con un approccio molto simile» a quello che Jsw adotta nel suo  principale stabilimento in India.  Le particelle polverose saranno riciclate nel giro di due anni».

Solo per l’Ilva, invece, gli indiani ipotizzano una produzione a regime di 10  milioni di tonnellate di acciaio all’anno, 6 delle quali con la tecnologia  tradizionale, sia pure fortemente innovata, e 4 invece con i forni elettrici,  dando vita a quella decarbonizzazione così amata da Emiliano e da chi vede  comunque un futuro per l’acciaieria tarantina.
“Abbiamo la forza finanziaria e la capacità tecnologica – spiega Jayant  Acharga, capo della divisione commerciale della Jsw steel – per fare dell’Ilva  di Taranto uno stabilimento modello per l’Europa, in grado di invertire la  tendenza fatta di produttori monopolisti e conservatorismo produttivo. Abbiamo  soci validi, un progetto ambizioso e la voglia di fare bene in Europa e in  Italia. Taranto da questo punto di vista è strategia per noi, è la porta d’accesso giusta per entrare nella produzione europea dell’acciaio e di  posizionarci meglio nel mercato europeo dove peraltro siamo già presenti visto  che le nostre produzioni di qualità vengono molto apprezzate dalle aziende  europee».
Intanto i termini dell’offerta si   si conosceranno soltanto dopo che sarà scaduta la data  ultima per la presentazione il 6 marzo  e che i commissari che guidano  l’Ilva avranno fatto le loro scelte (non prima di metà aprile). Ma intanto  filtrano comunque particolari in grado di far comprendere la differenza tra le  due proposte in campo. Arcelor Mittal intende mantenere l’attuale assetto  produttivo a tre altiforni e 6 milioni di tonnellate all’anno di acciaio
prodotto, assetto che rischia di avere pesanti ripercussioni occupazionali (si  ipotizzano 6500 dipendenti diretti rispetto ai 10.500 attuali). Acciaitalia  invece intende produrre sempre 6 milioni di tonnellate di acciaio con la  tecnologia utilizzata oggi ma rinnovando profondamente gli impianti. Sarebbe  infatti rifatto l’altoforno 5, il più grande d’Europa, spento dal 18 giugno 2016 in quanto arrivato a fine corsa, destinato a lavorare in tandem con l’altoforno 4, avendo l’1 come riserva e spegnendo il 2, teatro nel giugno del 2015 dell’infortunio che costò la vita ad Alessandro Morricella e al centro da  mesi di segnalazioni da parte degli operai sul suo stato di invecchiamento.  Alle 6 milioni di tonnellate così prodotte, andrebbero aggiunte nel giro di 5-6  anni, altre 4 frutto di due forni elettrici ad arco, tecnologia sulla quale Jws  crede malgrado l’ironia fatta nei giorni scorsi dai suoi concorrenti.

Parti civili intanto chiedono revoca facoltà uso impianti : “Fabbrica inquina ancora”

I legali di una serie di associazioni e di oltre 500 cittadini già costituiti parte civile nel processo “Ambiente svenduto” per il presunto disastro ambientale causato dall’Ilva questa mattina hanno depositato un’istanza alla cancelleria della Corte d’Assise chiedendo di vagliare l’opportunità di revocare la facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto sul presupposto che la fabbrica, come dimostrerebbero anche documenti degli enti di controlli, “continua a inquinare”.

“Abbiamo intrapreso questa iniziativa – spiega all’ANSA l’avv. Raffaella Cavalchini, uno dei legali che hanno depositato l’istanza – in considerazione del fatto che ad oggi ci sono state numerosissime violazioni alle prescrizioni di adeguamento alla procedura per ottenere l’Aia. Abbiamo allegato anche dei rilievi di Ispra, l’ulteriore indagine Asl che ha fatto venir fuori il problema della presenza di naftalina nelle urine. Stiamo quindi chiedendo – aggiunge Cavalchini – che la Corte valuti di revocare la facoltà d’uso degli impianti perché, a distanza di anni, nulla è stato fatto e continuano continuano ad esserci problemi senza che le prescrizioni vengano osservate”.