Prof. Mario Bozzi Sentieri

Il Mondo va a destra e anche l’Italia si adegua. Brexit … Trump … Le Pen fanno scuola ed il brand – per usare un termine “modaiolo” – sembra funzionare. Del resto viviamo tempi in cui la semplificazione, anche simbolica, è tutto, ed il messaggio corre sull’onda della sintesi.
Le “emergenze” non mancano: immigrazione incontrollata, terrorismo di marca islamista, crisi economica, globalizzazione selvaggia. A dettare la linea è una sorta di precarizzazione di massa, in cui ad intersecarsi sono questioni “di valore” e quotidianità, crollo dei modelli culturali e portafoglio. Facile perciò appropriarsi di immagini vincenti, per quanto lontane, intorno a cui tentare di coagulare consensi. Sulle brevi distanze l’appropriazione (indebita) di “marchi” politici d’importazione può funzionare. Un po’ meno se si guarda al di là delle contingenze, se ci si misura sui “pensieri lunghi”, sulle idee e sui programmi in grado di affrontare realmente i fattori strutturali della crisi odierna.
Certamente è più facile ragionare per “spot”, cogliere l’attimo e raccogliere l’applauso immediato. Ma dopo ed oltre ?
Senza ripercorrere desuete schematizzazioni di taglio ideologico, nel senso burkeniano di ciò che è astratto, irreale, antistorico, qualcosa di più rispetto ad una sorta di trumpismo all’amatriciana, oggi diffuso trasversalmente nella politica italiana, va pensato e detto. Perché se la sintesi è d’obbligo (visti i tempi degli odierni mass media) ed il decisionismo un elemento di chiarezza, non si può lasciare ai think tank tecnocratici di dettare priorità, di fissare scadenze, di imporre visioni strutturate. Se la crisi è sistemica evidentemente qualcosa di più è necessario dire rispetto ad un generico appello all’ordine, al blocco dell’immigrazione e all’uscita dall’Euro.
Qualcosa che torni a ridare senso a termini quali merito e giustizia sociale, dimensione economica e dimensione spirituale, democrazia e consenso, laddove il venire meno, sui temi sociali, delle appartenenze forti ed identitarie ha portato ad assimilare un’idea “liquida” della politica, sostanzialmente frammentata, senza alcun richiamo ad una visione d’insieme, ad una proposta organica, ad una risposta non-minimalista alla crisi.
Dove cercare ? Una proposta noi l’abbiamo e si chiama modello partecipativo, cioè l’idea di un sindacalismo il cui ruolo non può essere soltanto di tutela degli interessi dei lavoratori “nelle forme comuni della vertenza e della stipulazione dei contratti di lavoro”, quanto anche – come scriveva, nel 1950, Ugo Clavenzani , uno dei padri del sindacalismo nazionale – di “creare le premesse per un graduale, costante progresso sociale, sviluppando nei lavoratori la cognizione delle loro responsabilità, la consapevolezza della loro forza e la necessità di orientare l’una e l’altra al bene collettivo per ottenere saldi vantaggi individuali”.
In concreto: attuare l’art. 46 della Costituzione, nel quale viene riconosciuto il “diritto dei lavoratori a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende”.
Può essere un passo, un piccolo, ma significativo passo per tentare – sul terreno sociale – una risposta alla domanda di integrazione e di partecipazione, oggi – da più parti – sottovalutata. Da qui può partire la sfida per ricostruire la cesura tra Stato e Società, Lavoro e Nazione.
Se l’emergenza è la quotidianità, i problemi stringenti della gente, la politica, quella vera, e le forze sociali devono allora imporsi di traguardare il Paese oltre l’emergenza e quindi oltre i bassi orizzonti della quotidianità, puntando a realizzare politiche autenticamente partecipative.
“Da scrivere” c’è l’agenda del Paese. Le ricette del trumpismo all’amatriciana difficilmente saranno in grado di riempirla.