di Giovanni Magliaro – Responsabile Ufficio Legale Ugl

(dal documento politico approvato all’unanimità dal III Congresso Nazionale UGL tenutosi nel 2012)

“Gli anni trascorsi dal precedente Congresso ad oggi sono caratterizzati da un evidente e netto peggioramento delle condizioni sociali ed economiche del nostro Paese e di gran parte dei Paesi occidentali nonché da preoccupanti previsioni per un futuro che attualmente si presenta  pieno di incognite e privo di solidi punti di riferimento e che fa intravedere lo spettro di una recessione economica strutturale. Purtroppo  le valutazioni e i timori che la UGL aveva puntualmente espresso fin dal Congresso del 1996 a proposito dei processi di globalizzazione che stavano cominciando a concretizzarsi si sono verificati nella forma più negativa.
Gli effetti sono palesi. Tra i principali : ripetute crisi  determinate da una speculazione finanziaria senza regole con pesanti ricadute sulla economia produttiva; aumento della disoccupazione e della precarizzazione dei rapporti di lavoro; tendenza ad  abolire ogni regola sul lavoro per pervenire alla piena libertà di licenziare, di fissare i livelli retributivi e le condizioni di lavoro; progressiva diminuzione del potere d’acquisto delle retribuzioni; smantellamento sistematico di consolidati sistemi di welfare, nel campo previdenziale, assistenziale e sanitario; aumento abnorme delle disuguaglianze economiche e sociali all’interno dei singoli Stati nazionali e tra gli Stati; delocalizzazioni  alla ricerca di mano d’opera a basso costo su scala globale nei Paesi con minori tutele sociali; uso spregiudicato delle risorse ambientali con danni irreversibili all’ecosistema. Si potrebbe continuare nell’elencazione ma qui basta sottolineare che per quanto riguarda il mondo del lavoro tutto questo non è che la evidente conseguenza della drammatica asimmetria che si è creata nel rapporto di forza tra il capitale e il lavoro. Questo rapporto da qualche decennio è caratterizzato dal netto predominio del primo sul secondo.
Tale risultato negativo è l’effetto dell’affermazione a livello planetario del pensiero unico neoliberista. Da qualche decennio viene condotta con successo su scala globale, con i mezzi illimitati della finanza internazionale, una offensiva  per diffondere le dottrine economiche, politiche e sociali del neoliberismo. Al predominio a livello universale di questa vera e propria ideologia hanno contribuito noti “serbatoi del pensiero”  (think tank)  finanziati da gruppi e corporation industriali in diversi Paesi che hanno decisamente influito con i loro studi e rapporti (pubblici o riservati) sui media, sulle politiche dei governi, sull’insegnamento universitario. Agevolati dalla pervasività e dalla universalità dei nuovi mezzi di tecnologia informatica. Si è in sostanza attuata  una reale egemonia culturale di questa ideologia, unica rimasta dopo la dichiarata “fine delle ideologie”. Con essa bisogna necessariamente confrontarsi se si vuole fare un’analisi fondata della situazione e soprattutto se si vogliono prospettare possibili via d’uscita.
I paradigmi di questo pensiero unico sono ben noti. Anzitutto la mitologia del mercato, visto come supremo regolatore e come migliore forma di organizzazione della vita dell’uomo non solo in campo economico ma anche politico e sociale. Le istituzioni devono essere ridotte al minimo, le disuguaglianze non solo non si devono contrastare ma sono la insopprimibile espressione della libertà e della capacità individuale. E’ in sintesi la teorizzazione e la legittimazione del dominio universale del mercato sullo Stato e su tutti gli aspetti delle realtà umane e civili. Secondo queste teorie, poiché il mercato ha una intrinseca capacità di autoregolarsi (la famosa “mano invisibile del mercato”) non ha bisogno di regole imposte dall’esterno : quando servissero regole il mercato provvederà da solo. Meno regole equivale a più sviluppo, a cominciare dal lavoro. Quindi massima deregolazione in tutti i settori della società. La politica in genere, la politica economica e quella industriale in particolare, non devono trovare spazio dal momento che costituiscono interferenze dannose nel libero gioco delle forze del mercato.
Secondo il neoliberismo l’uomo da considerare è l’homo oeconomicus , il cittadino isolato nella sua individualità, soggetto produttore e consumatore dedito a massimizzare la propria funzione di utilità. Il bene comune non è quello che risulta dal confronto tra diverse visioni ideali e morali della società ma il prodotto del gioco delle forze economiche. I servizi necessari alla convivenza civile e alla protezione sociale non devono restare nella mano pubblica ma devono essere prodotti e gestiti, quanto più è possibile, con mezzi privati perché più efficienti. Infatti la privatizzazione è alla base  dello sviluppo perché favorisce il libero mercato contrariamente a quanto avviene se si dà spazio alle istituzioni pubbliche.
Si è ritenuto di richiamare qui alcuni principi di questa dottrina economica, che peraltro ha trovato grande spazio di attuazione da parte di molti Governi sia di destra che di sinistra, per evidenziare la sua netta contrapposizione ai principi basilari della nostra civiltà che si fonda sulle regole e sul diritto (“ubi societas ibi jus”), sull’ homo politicus e quindi sul ruolo della politica; sulla solidarietà e sulla coesione sociale; sull’economia al servizio del bene comune e non viceversa; sul valore delle istituzioni pubbliche e dei corpi sociali intermedi;  sul significato etico e sociale della vita umana; sul ruolo del mercato che non deve essere “il fine” delle attività economiche ma uno “strumento” di politica sociale”.