di Annarita D’Agostino

Il futuro del Sud? E’ nella terra. Secondo il Rapporto Ismea-Svimez, nel 2015, per la prima volta dopo anni il Mezzogiorno è cresciuto più del resto del Paese. Il merito va alla tradizione agricola, che rinasce grazie ai giovani, all’export, alla diversificazione.
Il trend dell’economia a più velocità – Nord in testa, Sud fanalino di coda – ha cambiato direzione: il prodotto interno lordo meridionale ha registrato un più 0,8% a fronte del +0,5% del Centro-Nord. Ad invertire la rotta il settore agricolo, che è cresciuto nel Mezzogiorno del 7,3% rispetto al più modesto +1,6% registrato nel Centro-Nord. Se si considera che l’industria ha segno negativo (-0,3%) e i servizi appena +0,8%, emerge con evidenza il peso che la ripresa agricola sta avendo sull’economia meridionale. “Significativa” è la dinamica dell’occupazione giovanile rispetto alla crescita dell’agricoltura: nel Mezzogiorno è cresciuta più della media italiana (+12,9%), con la nascita di quasi 20mila nuove imprese gestite da giovani nel settore agricolo nei primi mesi del 2016, in particolare nelle regioni Basilicata, Calabria e Molise. Nel settore gli under 35 occupati sono cresciuti del 9,1%, a fronte di un aumento complessivo del 3,8% nel 2015, del 5,8% nel primo trimestre 2016 e del 6,5% nel secondo. Secondo il report Ismea-Svimez, questi risultati sono da collegare alla crescita degli immatricolati alle facoltà agrarie, che nell’anno accademico 2015/2016 è stata di quasi il 20% rispetto ai dieci anni precedenti. “Ma – si precisa -, nonostante questi andamenti incoraggianti, l’inerzia degli squilibri del passato li rende comunque insufficienti ad assicurare un adeguato ricambio generazionale. Si tratta di un fenomeno preoccupante, a cui si sta tentando di rispondere con misure dedicate al primo insediamento e con politiche di sostegno e detassazione dell’imprenditoria giovanile. L’attrazione che l’agricoltura esercita nelle giovani generazioni è l’elemento da cui partire per rafforzare un quadro che fa ben sperare sul versante occupazionale”.
In vetta alla classifica delle regioni più virtuose nel 2015 c’è la Calabria, con la produzione di olio d’oliva, purtroppo penalizzata lo scorso anno da fenomeni atmosferici e infestazioni di parassiti. Segue la Campania, con aumenti del valore della produzione superiori al 40%. La spinta più forte al comparto è data dall’export che, nel 2015, ha registrato un aumento del 7,3%, tendenza confermata dall’Istat per il 2016. Le esportazioni dei prodotti agricoli meridionali sono cresciute del 15,5% e quelle alimentari del 6,3%, mentre il Centro-Nord si ferma rispettivamente a +9,6% e +6,3%.
Gli ottimi risultati sono dovuti anche all’aumento di investimenti e produttività: nel 2015 il valore degli investimenti fissi lordi in agricoltura al Sud è stato di 2 miliardi e 217 milioni (+9,6% rispetto al 2014). Questi investimenti puntano alla diversificazione e innovazione di un settore tradizionale, mediante la valorizzazione di energie rinnovabili, agriturismo, agricoltura sociale, sistemazione di parchi e giardini. Nel Mezzogiorno, queste attività valgono 958 milioni e concorrono per il 5% al valore aggiunto del settore, anche se le aree meridionali devono ancora recuperare terreno rispetto al Centro-Nord. Le filiere agroalimentari del Sud, infatti, restano in prevalenza legate alle tradizionali produzioni vegetali, fra le quali le più importanti sono le coltivazioni erbacee, la filiera del grano duro, le coltivazioni legnose, la filiera degli agrumi, quella dell’olio d’oliva e quella del vino. Nella categoria ortofrutticola si concentra anche il maggior numero di Indicazioni Geografiche Protette e Denominazioni di Origine Protetta, seguita da quella degli oli e dei formaggi. Oltre il 70% dei riconoscimenti riguarda Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, e la mozzarella di bufala campana è fra i primi 5 prodotti che, in Italia, determinano da soli oltre il 60% del fatturato all’origine.
La crescita significativa dell’agricoltura meridionale si inserisce nel contesto di un anno positivo per l’intero Paese: secondo un rapporto sull’agroalimentare curato da Intesa Sp, infatti, nel 2015 il valore aggiunto dell’agroalimentare in Italia è ammontato a 58,5 miliardi di euro pari al 3,9% del valore aggiunto totale nazionale. In termini occupazionali in Italia sono circa 1,3 milioni gli occupati nell’agribusiness, pari al 5,5% degli occupati totali. Una rilevanza confermata anche su scala europea, con l’Italia al secondo posto dopo la Francia nella produzione agricola e terza nell’alimentare. Nel 2016, inoltre, il Bel Paese è stato il più ricco di produzioni locali meritevoli dei marchi DOP, IGP e STG.