di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl
Non più di tardi di sei anni fa, da una ricerca effettuata sui libri di testo in dotazione nelle nostre scuole medie risultò che su quindici manuali in uso, appena cinque trattavano il tema delle Foibe. E ciò, nonostante fosse già intervenuta la legge 30 marzo 2004, numero 92, che aveva istituito il 10 febbraio quale Giorno del ricordo della tragedia degli italiani e delle altre vittime delle Foibe e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.
Come se nulla fosse, molti di quei libri di storia continuano a sorvolare su quanto successe in quegli anni, quando fra le 10mila e le 30mila persone, uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale, furono precipitate, ancora in vita e l’una all’altra legata, negli inghiottitoi di natura carsica dalle truppe titine. Un’immane tragedia, oggi forse più conosciuta, ma sulla quale non si è mai indagato fino in fondo per conoscere le responsabilità e per capire il perché questa vicenda sia rimasta per molti anni insabbiata.
Nel tempo, gli storici, che hanno provato ad indagare, hanno maturato tre tesi, la prima delle quali, quella della reazione vendicativa davanti alle violenze del nazifascismo, appare oggettivamente poco credibile, visto che fra le vittime ci furono anche dei non fascisti. Del resto, la vicenda Porzus, quando partigiani rossi trucidarono partigiani bianchi, è tornata agli onori della cronaca alcuni giorni or sono: dopo oltre 70 anni, per la prima volta, anche gli eredi di quei partigiani hanno sentito il dovere di rendere omaggio alle vittime di allora. Le altre due tesi confermano, viceversa, quello che in molti immaginano, che, cioè, si è trattato di una operazione volta a colpire gli italiani con una eliminazione etnica, per favorire l’annessione delle terre contese, e politica, per togliere di mezzo l’opposizione al nascente regime comunista di Tito.
In seguito a queste vicende, furono 350mila gli esuli che abbandonarono le loro case per rifugiarsi in Italia, nell’oblio e nel silenzio, però. Una dozzina di famiglie, guidate dal dottor Attilio Paliaga, scelse di vivere in quello che era il Villaggio operai dell’Eur, dando vita al Villaggio Giuliano che poi divenne il Quartiere Giuliano-Dalmata, che oggi ospita 18mila residenti.
Era il 1947; a distanza di 70 anni, un fiore serve a ricordare quei martiri che morirono nelle Foibe e tutte quelle persone strappate dai loro affetti. Senza acredine né voglia di rivincita, con la certezza, però, che dobbiamo tutti qualcosa a quegli italiani che, con dignità e in silenzio, hanno insegnato a ognuno di noi che la giustizia non dovrebbe distinguere fra vinti e vincitori, ma dovrebbe essere una giustizia giusta.