di Giovanni Magliaro
Negli ultimi tempi si sono intensificati e sono diventati sempre più evidenti i segnali che stiamo vivendo i preludi di una svolta che si preannuncia epocale. Ci riferiamo alla crisi della globalizzazione. Dopo la Brexit c’è stata la elezione di Trump. In Europa e in molte altre Nazioni del mondo i popoli e in particolare i ceti medi, alle prese con crescenti problemi e insicurezze (diseguaglianze mai viste prima, disoccupazione cronica, immigrazione senza controllo, ecc.), hanno aperto gli occhi e mostrano la loro aperta avversione verso un mondo politico piegato ai diktat della finanza mondiale e del liberismo selvaggio. Le elites al potere paventano altri tsunami alle future prossime prove elettorali in programma.
C’è poi un altro dato su cui riflettere. Sono sempre più numerosi i discorsi, i libri, le interviste di studiosi e intellettuali in genere che si vanno ricredendo sulle promesse di benessere, sviluppo e felicità che trent’anni fa accompagnarono il sorgere del fenomeno della globalizzazione. Non manca giorno che sui quotidiani e sulle riviste economiche si metta in luce la realtà disastrosa creata dal pensiero unico che ha finora pervaso la nostra vita.
Citiamo alcune interviste, tra le tante, di questi giorni. Massimo Cacciari: “Lo Stato nazionale non ha più la sovranità politica sui flussi di capitale, il lavoro dipendente si è polverizzato, le diseguaglianze crescono a dismisura e i poteri politici non sanno per loro natura affrontare questi problemi”. Giulio Tremonti: “E’ la fine di un’epoca. La fine dell’utopia della globalizzazione. Questa data (insediamento di Trump) ha una portata storica simile alla caduta del comunismo. La talpa populista ha scavato via via il terreno su cui la globalizzazione aveva costruito la sua cattedrale”. Stefano Zecchi: “l grande tema è la globalizzazione da cui bisogna difendersi. Globalizzazione significa un relativismo generale in cui dominano la grande finanza e una visione estetica nichilistica. Oggi il vero scontro non è tra destra e sinistra. Lo scontro è tra la globalizzazione e i suoi avversari”.
Ormai tutti hanno capito che il finanzcapitalismo ha rovesciato il concetto stesso di capitalismo come lo conoscevamo. Quello classico che produce valore, che crea strade e ponti, che produce beni reali e che crea posti di lavoro. Il capitalismo di oggi, finanziario, il valore lo estrae speculando attraverso l’usura, imponendo prezzi e tassi sui mutui, erogando prestiti a chi non potrà pagarli e rovesciando poi sulla collettività i debiti altrui come accaduto nel 2008. La tirannia della finanza è costata agli Stati 15 trilioni di dollari per salvare banche, assicurazioni e fondi vari. L’80% dei 120 trilioni di dollari scambiati annualmente sulle borse mondiali perseguono finalità speculative. I derivati che sfuggono ai mercati regolamentati ammontano a sette volte tanto. Questa enorme massa di denaro (virtuale) che potrebbe nutrire due volte il mondo si muove autonomamente, al di fuori delle politiche economiche (si fa per dire) dei governi e dei loro sistemi banco centrici.
La verità sempre più chiara è che la vita reale e quella finanziaria vivono realtà parallele, che non si incrociano. E’ il confronto tra chi produce valore e chi lo estrae speculando, tra chi vive di reddito (sudato) e chi vive di rendita (parassitaria), tra chi esce di casa per andare a lavorare e chi sposta ricchezza con un clic del computer.
Ci sono i sintomi che questo grande imbroglio moderno abbia cominciato la sua parabola discendente e che i “sudditi” si stiano svegliando minacciosamente. Sarà vero? Tutti noi lo crediamo.
