di Paola Saraceni, segretario nazionale Ugl Funzione Pubblica

Da molti, troppi anni si parla, a proposito, ma spesso anche a sproposito, della necessità di una profonda riforma della pubblica amministrazione italiana.

Infatti, l’intero apparato presenta notevoli criticità, a partire dai suoi costi esagerati, soprattutto a causa degli sprechi enormi che bruciano ogni anno milioni di euro della collettività; ma è l’intero assetto organizzativo che non risponde ormai più ai bisogni di una pubblica amministrazione efficiente e moderna.

Una prima considerazione di carattere generale, ma di primaria importanza, riguarda un principio cardine, non solo della nostra Costituzione repubblicana, ma di tutte le democrazie degne di questo nome: la netta divisione tra i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), che è alla base dello Stato di diritto, come ben illustrato da Montesquieu nel lontano 1748; oggi più che mai occorre ripristinare questo principio, in modo netto, anche attraverso la scrittura di appropriati codici etici se necessario.

Altro passo essenziale sul cammino di una efficace riforma della P.A., è l’abolizione della legge 23 del 1993, la legge quadro sul pubblico impiego, che basandosi sul presupposto fittizio di aumentare l’efficienza dell’azione della pubblica amministrazione, di fatto permette di condizionare l’azione esecutiva delle pubbliche amministrazioni attraverso le nomine politiche degli alti vertici e via a seguire con le nomine “fiduciarie” all’interno della struttura della P. A.

Va ristabilito con fermezza il principio costituzionale di cui all’articolo 97 e cioè l’accesso alla pubblica amministrazione mediante la via esclusiva del pubblico concorso, al fine di selezionare realmente i più preparati: al riguardo, occorre che le prove d’esame siano maggiormente mirate alle reali esigenze delle amministrazioni, eliminando i quiz di “cultura generale”, che ben poco hanno di cultura e che invece, come hanno dimostrato recenti gravi episodi relativi a concorsi per le forze armate e di polizia, servono solo a facilitare la manipolazione delle prove stesse, attraverso la rivelazione fraudolenta delle griglie con le risposte esatte ad alcuni tra i concorrenti.

Va poi rinforzato (e magari codificato) il principio dell’incompatibilità tra più incarichi, pratica assai diffusa che spesso porta a conflitti di interesse o a sovrapposizioni a dir poco “imbarazzanti”.

Infine, va prevista in modo netto la separazione tra gli staff politici, la cui vita è legata a quella del Governo che li ha promossi, e le strutture amministrative, che costituiscono la continuità dell’azione della P. A., a tutela della sua imparzialità, nell’interesse primario dei cittadini che sono i fruitori dei servizi erogati dalla stessa.

Come detto in premessa, abbiamo delineato solo alcuni punti, di carattere generale, ma di fondamentale importanza, perché attengono alla cultura stessa della pubblica amministrazione, che troppo spesso ha dimostrato di non sapersi evolvere e di essere rimasta ancorata a principi e a valori ormai superati, che troppo spesso hanno spianato la strada a pericolose connivenze, a favoritismi, alla corruzione.

Siamo convinti che questo sia il punto da cui partire, al fine di delineare un nuovo modello di pubblica amministrazione, più aderente ai reali bisogni dei cittadini e più vicino a tante realtà europee dalla quali dobbiamo ancora, purtroppo, imparare molto.