Salvatore Argiolas, segretario regionale reggente dell’Ugl Polizia Penitenziaria, lancia un grido d’aiuto: servono più uomini e mezzi, e una preparazione specifica per far fronte alla minaccia della radicalizzazione jihadista.
La denuncia – che ha preso forma attraverso una missiva indirizzata sia agli Organi competenti romani che regionali – non nasce a caso: gli Istituti Penitenziari della regione Sardegna, in particolare Sassari e Nuoro ‘ospitano’ ben venti detenuti di matrice islamista accusati di terrorismo internazionale, alcuni già condannati con sentenza definitiva e tutti ubicati in sezione di Alta Sicurezza. Ricordiamo che a questa fetta di popolazione carceraria vanno aggiunti anche i detenuti sottoposti al regime del 41 bis O.P. E tutto questo per la Ugl Polizia Penitenziaria è inaccettabile: non è semplice gestire una situazione così complessa con scarse risorse umane distribuite nelle varie carceri (solo nell’Istituto penitenziario di Sassari registra una carenza d’organico pari a 150 unità), con la mancanza di Direttori in alcuni Istituti, con la chiusura ‘scellerata’ della casa di reclusione Macomer, a Nuoro, e con la vulnerabilità legata alla mancanza di mezzi e risorse necessarie per colmare tutti quei vuoti che hanno messo in ginocchio l’intero comparto. In questo modo si mette a rischio la sicurezza e dei cittadini e degli stessi agenti che operano in tali strutture, costretti ad ore di lavoro massacranti pur di coprire i vuoti legato alla cronica carenza d’organico.
Alessandro De Pasquale, segretario nazionale dell’Ugl Polizia Penitenziaria, che sta seguendo con attenzione la vicenda sostenendo le preoccupazioni del comparto sul territorio sardo chiede maggiore attenzione sulla questione e, più sostegno agli agenti che operano nelle strutture adibite alla sezione di Alta Sicurezza.
L’Ugl Polizia Penitenziaria è preoccupata e chiede al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di essere vigile sopratutto in materia di terrorismo islamico.
“Nello specifico – spiega Argiolas a La Metasociale – a Bancali (Sassari) sono reclusi nelle carceri sarde ben 18 uomini accusati di terrorismo internazionale, altri otto sono a Badù ‘e Carros e complessivamente farebbero ben più della metà dei 44 dietro le sbarre in Italia arrestati per reati legati al fondamentalismo islamico e all’affiliazione dell’Isis”.
Nei giorni scorsi il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Interno Marco Minniti hanno illustrato a Palazzo Chigi un dossier sui rischi della radicalizzazione, cioè dello spostamento verso posizioni estreme, dei detenuti di fede islamica nelle carceri e nel web.
“Uno dei risultati più importanti” del lavoro della commissione è aver appurato che “i percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri luoghi che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione” aveva illustrato Gentiloni: “C’è una specificità” italiana nei fenomeni di radicalizzazione e “per certi versi è più rassicurante nel senso che le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi. Ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighter non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo”.