di Fiovo Bitti, segretario confederale dell’Ugl

Dieci anni or sono, fra i primi temi trattati dal neonato Iper Ugl vi fu quello della necessità di individuare uno strumento di analisi che permettesse di andare oltre al semplice dato del prodotto interno lordo, il quale, come ben aveva evidenziato già nel 1968 Bob Kennedy, non misura la qualità della vita, ma somma insieme aspetti positivi ed altri meno, dall’inquinamento dell’aria “alle serrature speciali per le nostre porte di case e le prigioni per coloro che cercano di forzarle”.

Quasi in silenzio, sono ormai quattro anni che l’Istat, in passato supportato dal Cnel, presenta un corposo studio dedicato al Benessere equo e solidale, nel quale si intrecciano dati quantitativi e qualitativi organizzati in dodici domini: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica ed istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; ricerca ed innovazione; qualità dei servizi.

L’utilità del Bes risiede nel fatto che da più indici, spesso noti perché già pubblicati nell’ambito della produzione statistica dell’Istat, si ricavano degli indicatori compositi che permettono di avere una migliore e più efficace visualizzazione del contesto economico e sociale di un territorio. Ebbene, dalle quasi duecento pagine che compongono il Rapporto sul benessere equo e solidale 2016 la considerazione vera che è possibile fare, rimanda al primo insegnamento dell’aritmetica, a quella proprietà commutativa per la quale cambiando gli ordini degli addendi il risultato finale non cambia: il Mezzogiorno è drammaticamente indietro rispetto al resto del Paese. Il grande pubblico, dopo un primo attimo di smarrimento, essendo abituato a vedere il prodotto interno lordo graficizzato in colonna, potrà apprezzare, in particolare, la figura 5 di pagina 17 del Rapporto, laddove si mettono in relazione nove dei dodici domini.

infografica

L’andamento del Benessere equo e sostenibile in Italia: i risultati principali (Anno 2016)

Ne esce fuori una ragnatela con una scala di valori compresa fra 70 e 120. Tranne che per l’ambiente, in tutti gli altri casi, le regioni meridionali hanno valori di molto al di sotto di 100. Non così per il Nord e il Centro. Sul versante dell’occupazione, la forbice è di quasi cinquanta punti, ma non va tanto meglio per il reddito, la qualità del lavoro, l’istruzione e la salute. Se poi guardiamo anche al decadimento delle relazioni sociali, viene meno pure l’idea che nel Meridione si viva meglio rispetto al resto del Paese. Evidentemente, senza lavoro, senza scuole e senza ospedali è duro tirare avanti.