di Daniele Milani

Mai come in questi tempi appare datato, almeno nel titolo, il bellissimo film di Orson Welles. C’era una volta la stampa che forniva le notizie magari distorcendone il contenuto; i giornalisti si limitavano, quasi sempre a registrare i fatti, a darne conto all’opinione pubblica e a fornire di questi una loro analisi e interpretazione che coincideva con gli interessi politici, economici e sociali della testata che rappresentavano. In effetti, fino agli anni settanta il cosiddetto giornalismo di inchiesta era molto poco praticato.

L’inizio dell’interazione tra magistratura e giornalismo si potrebbe datare nel 1972, negli USA, ai tempi dello scandalo Watergate. Due giornalisti del Washington Post dettero notizia di intercettazioni poste in essere da uomini legati al partito repubblicano nel palazzo che ospitava il quartier generale del partito democratico.

Di lì il putiferio che ne seguì e la richiesta di impeachement di Nixon e le successive dimissioni di colui che, a nostro avviso, rimane forse il migliore e il meno condizionato Presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto.

Da allora, anche nel nostro paese e fino ai giorni nostri la situazione è declinata, in maniera forse irreversibile sotto i colpi di inchieste che hanno dato la stura a successivi interventi della magistratura inquirente.

Pensiamo, per non tediare i lettori, ma l’elenco sarebbe lungo, ai recenti fatti di cronaca politico- giudiziaria: nel giro di pochissimi giorni, dopo che per anni gli inquirenti avevano sostenuto  inchieste alimentate, dirette e spesso precedute da un battage giornalistico senza limiti, sia nell’ambito della carta stampata che in quello televisivo, la magistratura giudicante, a vario titolo processuale ha fatto strame delle accuse rivolte a Cota, quando era governatore della regione piemonte, a Marino quando era sindaco di Roma e a centoventuno inquisiti nell’inchiesta mafia capitale.

Inutile dire che tale riabilitazione non potrà incidere minimamente sulla vita politica e, prima ancora, sulla vicenda umana, di soggetti che hanno visto cancellata ogni possibilità di percorso nella società civile.

L’elenco potrebbe continuare: pensiamo a Bertolaso, assolto per i fatti legati al terremoto dell’Aquila, a De Luca, il vulcanico governatore della Campania, assolto in Cassazione per il reato di abuso d’ufficio.

Non dimentichiamo infine il Presidente Berlusconi, perseguitato, si, dai magistrati inquirenti ma per causa del decisivo impulso di giornali a lui avversi. Non dimentichiamo che,  il primo governo da lui presieduto cadde per un avviso di garanzia, poi rivelatosi fallace, del quale dette notizia il Corriere della sera, prima che l’interessato lo ricevesse, durante i giorni del G8 di Napoli.

Detto ciò possiamo mandare in soffitta il povero Orson Welles, altro che quarto potere: la stampa, in   tutte le sue componenti, è attestata sul gradino più alto del podio del potere.

Ci viene in mente, come più congruo riferimento cinematografico un film della serie di 007.c’era il solito pazzo che, padrone di una gigantesca holding dell’informazione, provocava avvenimenti, ovviamente sempre funesti, per poterne dare notizia prima degli altri.

Il film era intitolato “il domani non muore mai”. Alla fine l’agente segreto più famoso della letteratura di genere la spunta. Ma James Bond è un personaggio di fantasia: noi rimaniamo indifesi.