Il Governo sta elaborando una riforma delle pensioni che dovrebbe essere approvata a breve. Con tale riforma si prevede una parziale deroga alla Legge Fornero del 2011, che ha stabilito per tutti, a partire dal 2018, l’età pensionabile a 66 anni e sette mesi con 20 anni di contributi. Mediante tale deroga, detta “Ape” ossia anticipo pensionistico, compiuti i 63 anni si potrebbe accedere alla pensione con 3 anni e sette mesi di anticipo.

Si prevede, tuttavia, una decurtazione dell’assegno pensionistico variabile in base all’età di uscita dal mondo del lavoro (circa il 5% in meno in caso di anticipo di un anno, fino a una decurtazione del 18% in caso si acceda alla pensione tre anni e sette mesi prima): su una pensione di 1.000 Euro la decurtazione ammonterebbe, quindi, a circa 180 euro mensili in caso di uscita a 63 anni, a 50 euro nel caso in cui la pensione sia anticipata di solo un anno.

La decurtazione durerebbe per i successivi vent’anni: l’anticipo infatti verrebbe erogato con un prestito che le banche concederebbero ai pensionati tramite l’INPS, in una triangolazione per la quale la riduzione dell’assegno corrisponde al pagamento degli interessi sul prestito, e nella quale spetterebbe allo Stato garantire le banche sul pagamento dello stesso.

Sono state previste, inoltre, delle categorie di lavoratori che potranno andare in pensione anticipata con decurtazioni ridotte, in particolare i disoccupati di lungo corso rimasti senza ammortizzatori sociali; chi svolge lavori rischiosi, pesanti, faticosi; chi è in condizioni soggettive di bisogno (come chi si occupa dell’assistenza a un famigliare disabile).

Oltre a ciò si prevede una rendita integrativa anticipata – Rita – per chi aderisce alla previdenza integrativa, da combinare all’Ape al fine di minimizzare le penalizzazioni sull’assegno pensionistico.

Il testo della riforma non è ancora definitivo: cifre, platea e modalità precise saranno resi pubblici al termine delle consultazioni con le parti sociali, termine previsto per il prossimo 21 settembre. L’UGL ha partecipato al confronto con il governo su tali misure previdenziali, mediante un incontro tecnico con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Tommaso Nannicini.

Al termine dell’incontro stesso, il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone ha espresso le proprie perplessità: “Premesso che Ape non è lo strumento indicato dall’Ugl per conferire all’attuale sistema previdenziale un valido meccanismo di flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, il nodo per noi essenziale è la definizione più ampia possibile, a prescindere dalle risorse, della platea degli agevolati, un nodo per noi più politico che tecnico. Crediamo che in tale platea debbano rientrare tutti i veri disagi sociali esistenti nel nostro Paese, a partire dai disoccupati e da chi ha necessità di cure per sé o per un familiare fino ad arrivare all’estensione dei lavori usuranti, considerando anche quelli faticosi/rischiosi, passando per i lavoratori precoci. Altrettanto importante è intervenire, e bene, sul potere d’acquisto delle pensioni in essere”.

Sulla Rita, la rendita riservata agli aderenti alla previdenza complementare, Capone ha poi fatto notare che “può rappresentare un incentivo a ricorrere all’Ape solo per coloro che possono permettersi l’uscita anticipata dalla pensione in quanto non generata da motivi cogenti, facendo tuttavia attenzione dal parte del governo a non snaturare il secondo pilastro del nostro sistema previdenziale che ancora stenta a decollare”. “Un giudizio più puntuale e completo – ha concluso il Segretario Generale – è possibile darlo solo di fronte ad un documento esaustivo e dettagliato”.