di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Sono in corso, ormai da tempo, delle trasformazioni nel rapporto tra produzione e lavoro a cui, è evidente, non si è riusciti a dare alcun tipo di risposta lasciando in sospeso un’analisi approfondita sul nuovo modo di produrre e sulla natura stessa delle prestazioni lavorative. Da questa considerazione, trattata anche durante i lavori del nostro Consiglio Nazionale del 9 luglio, credo sia opportuno ripartire fornendo qualche spunto di riflessione per delineare gli orizzonti del nostro agire sindacale in un futuro neanche troppo prossimo.
L’innovazione più significativa è venuta da un nuovo paradigma che ha capovolto la tipica logica del flusso produttivo che ha determinato profonde ripercussioni nell’organizzazione del mondo del lavoro, ribaltando la logica delle economie di scala e dell’integrazione verticale, tant’è che è progressivamente diminuita la dimensione media dell’impresa per numero di addetti, è aumentata la quota degli occupati nelle imprese minori sul totale e il sistema delle imprese si è andato disponendo e articolando in orizzontale.
La conseguenza è che a livello macro la lista delle professioni si è allungata e si è frazionata,  senza che si rendesse necessaria una netta ascesa della professionalità media, quanto piuttosto una gamma più estesa di “capacità”, in grado di rispondere all’intreccio fra domande vecchie e nuove. Nel complesso i contenuti sono diventati meno manipolativi e più cognitivi e si è imposto un modo di lavorare scandito da un ritmo teso e da una tensione continua. Non a caso, nel secolo scorso, i sociologi studiavano l’oppressione dovuta alla monotonia e alla ripetitività mentre adesso devono studiare l’ansia generata da variabilità e incertezze.
Ieri il sintomo era la noia, oggi la frenesia. Ieri il problema era la rigidità, oggi la flessibilità e la precarietà.
Di conseguenza altrettanto profondi sono i movimenti che hanno trasformato i rapporti di lavoro: sono diventati, innanzitutto, meno subordinati e più autonomi, perfino nel lavoro dipendente; meno durevoli, data la crescita dei contratti a tempo determinato e il calo di quelli a tempo indeterminato; meno uniformi giacché l’ambito dei contratti di lavoro è diventato, allo stesso tempo, più circoscritto e più articolato, essendo disposto su orari più corti, durate d’impiego più brevi, o entrambe le cose. Basti pensare al lavoro autonomo che genera gruppi di lavoratori eterogenei, disciplinati soltanto in modo generico e al cui interno, a parità di mansioni, posso esserci forti differenze retributive.
Questo nuovo modo di produrre e lavorare ha, inevitabilmente, indebolito i profili di tutela e le solidarietà fra i lavoratori, dando corpo a un mercato del lavoro dove da una parte si collocano gli stabili e garantiti (in diminuzione) e dall’altra i fluttuanti e meno garantiti (in aumento).
Se la gabbia entro cui ha funzionato la società del lavoro, dal dopo-guerra alla fine del secolo scorso, era forte e visibile, la ragnatela entro cui si colloca la società dei lavori è fitta e impalpabile, un reticolo di snodi orizzontali, anziché un’intelaiatura di gerarchie verticali.
Su questi spunti è necessaria per il nostro sindacato una profonda riflessione: il problema è come dare corpo ai nuovi bisogni di tutela, tutti da delineare e da costruire, all’interno di una rete protettiva e universalistica che garantisca il lavoratore nella definizione di una nuova cittadinanza del lavoro.