di Valentina Carboni

Segretario Provinciale Trieste UGL Polizia Penitenziaria

La crescita esponenziale del malessere e della sofferenza degli operatori penitenziari, la sempre più frequente fragilità e vulnerabilità a sviluppare psicopatologie del lavoro, il continuo aumento dei casi di suicidio tra i poliziotti penitenziari, impone la necessità di un’analisi multidimensionale: personale, lavorativo – organizzativa, istituzionale e sociale. Valutazione atta ad individuare i fattori interni ed esterni
implicati nel malessere individuale ed organizzativo, al fine di iniziare a rispondere concretamente ed  efficacemente alla domanda d’aiuto. Le prime domande che bisogna porsi, però, sono: Chi è il poliziotto penitenziario? Perché un ragazzo una ragazza decidono di arruolarsi nella polizia penitenziaria?
Per poter rispondere a queste domande è necessario aprire uno spazio di riflessione sulla singola persona, sull’organizzazione per la quale lavora e su tutta la comunità.

I poliziotti penitenziari sono persone, ragazzi e ragazze che si arruolano con la speranza di poter migliorare la loro vita, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista personale, maturando sempre più il desiderio di soddisfare il bisogno di autorealizzazione, correlato allo sviluppo di una nuova identità personale e sociale impregnata di valori rappresentante la legalità dello Stato. Entrando negli istituti penitenziari ci si scontra, tuttavia, con una realtà di dolore alla quale non si era preparati e per la quale, nonostante il periodo formativo, non sempre si possiedono gli strumenti per poterla affrontare ed elaborare. A ciò, sovente, si aggiunge uno scarso riconoscimento sociale e professionale nonostante il duro lavoro svolto
quotidianamente, e tale noncuranza potrebbe provocare effetti sul senso di
autoefficacia percepita.
All’interno di ogni istituto penitenziario si respira il contagio emotivo della sofferenza, delle aggressioni vissute direttamente o indirettamente, della violenza, degli abusi, delle minacce gravemente lesive la persona, nonché causa principale di stress psicologico e fisico. A ciò si aggiunge il carico di lavoro molto spesso intollerabile, i turni definiti sulle 24 ore, nonché un ambiente strutturato in modo non sempre troppo favorevole.

Le ripercussioni dal punto di vista fisico, cognitivo, affettivo e socio-relazionale sono inevitabili: in talune circostanze, si inizia con il percepire di non sentirsi bene, non si comprende sempre consapevolmente cosa genera il malessere, ci si lamenta di qualsiasi situazione e si cerca costantemente una via di fuga, si vorrebbe il confronto con altri che vivono la medesima realtà, ma non sempre questo è possibile. L’isolamento lavorativo ed interiore, il senso d’insoddisfazione personale e la poca
autostima cristallizzano la vulnerabilità, si perde il controllo sulle proprie emozioni ed a volte anche sul proprio comportamento ed ogni evento acquisisce immotivatamente un valore esponenziale: paura, ansia, stress iniziano a strutturarsi e diventano una realtà con la quale bisogna convivere. Frequentemente capita, soprattutto ai neo-poliziotti, di trovarsi assegnati lontano da casa, a centinaia di chilometri dalla famiglia, coloro che potrebbero offrire il giusto sostegno: le richieste di distacco o trasferimento, il più delle volte, non “possono” essere accolte.
Ci si ritrova quindi ad affrontare una realtà burocratica, inflessibile, autoritaria, noncurante e demotivante, impregnata di sofferenza, monotonia, carichi eccessivi di lavoro e stress. Le persone, in questo specifico contesto, potrebbero diventare maggiormente suscettibili a disturbi da stress lavorativo, fino ad arrivare a quello che in psicologia viene identificato con il termine burnout.
Il burnout è un fenomeno psicosociale, una sindrome multidimensionale complessa associata a quelle professioni nelle quali il rapporto con l’utente assume un aspetto emotigeno profondo. Essa determina il deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro, delle emozioni originariamente associate ad esso ed ostacola l’adattamento tra le persone ed il lavoro, perché quest’ultimo impone carichi che la persona non è in
grado di sostenere: la mancanza di controllo, l’insufficienza delle gratificazioni, il crollo del senso di appartenenza comunitario, l’assenza di equità e valori contrastanti sono fra le principali cause eziopatogenetiche nello sviluppo di tale sindrome. Da ciò si evince che fattori sociali, personali, relazionali, oggettivo-professionali, socioculturali, si integrano generando vera e propria sofferenza che si
manifesta e si individua in una molteplicità di conseguenze psicofisiche.
I segnali della presenza del burnout si inquadrano nell’esaurimento cronico in cui ci si sente esasperati, prosciugati, incapaci di rilassarsi e di recuperare; nelle somatizzazioni come l’emicrania, l’insonnia e i disturbi dell’alimentazione e della digestione; nella depersonalizzazione, nei comportamenti distaccati dal lavoro che portano all’assenteismo, ad un senso di indifferenza, inefficienza e alla perdita della capacità di controllo e del senso critico. Se il burnout viene considerato l’extrema
ratio delle sindromi derivanti dall’attività professionale, di non meno importanza sono lo stress ed il dolore interiore causato dall’esposizione a continue situazioni stimolo per le quali la persona non dispone delle risorse necessarie ad affrontarle e fra queste si inquadra anche il cordoglio anticipatorio.
Così come la paura, che nelle forme più acute porta a sviluppare emozioni di ansia tali da predisporre lo strutturarsi di vere e proprie patologie a cui la persona non potrebbe mai riuscire a far fronte da sola. Il poliziotto penitenziario non si confronta solo con una realtà lavorativa difficile, esigente e molto spesso destabilizzante, ma anche con una propria interiorità nella quale emergono paura, senso di colpa e vergogna, senso di inadeguatezza, vissuti tali da portare il soggetto non solo a non chiedere aiuto, ma ad isolarsi nei propri pensieri prima, ed ossessioni interiori poi. Cosa fare quindi per aiutare ogni singolo soggetto, quali interventi apportare per favorire il benessere di ogni poliziotto, dell’organizzazione e dell’intera comunità?

L’Istituzione Ministeriale ed il Legislatore sono  consapevoli di tali problematiche già da diversi anni. A prova di ciò, non prima e non ultima, vi è la proposta di Legge 1772/2013, ancora ferma in fase di analisi. Proposte e decreti presenti che impongono di inquadrare le figure tecniche a supporto della grande fragilità e mancanza di resilienza che rappresentano il vero e proprio disagio. Qualcosa si è fatto: sono stati
istituiti sportelli di ascolto a Padova e Roma, sono state elaborate ricerche scientifiche ed eseguite pubblicazioni proprio atte ad enfatizzare le problematiche che vive il poliziotto penitenziario, una ricerca-intervento con l’obiettivo di realizzare una trasformazione in termini di aiuto. Ma, per ottenere effetti concreti di benessere della persona, l’intervento dovrebbe essere maggiormente istituzionalizzato, legalizzato e
concretizzato in ogni singolo Istituto. I poliziotti penitenziari hanno bisogno di maturare nuovamente il senso collaborativo di appartenenza, hanno bisogno di sentirsi avvolti e sicuri all’interno della propria organizzazione lavorativa e tutelati a livello Istituzionale Ministeriale. Hanno bisogno di un vero e proprio sostegno
psicologico tale da renderli capaci di elaborare le situazioni particolarmente provanti la persona, sia dal punto di vista fisico, sia dal punto di vista psicologico. Hanno necessità di sentirsi appagati e gratificati, premiati per i loro meriti. Hanno bisogno di avvicinarsi alla propria famiglia. Hanno bisogno di un clima lavorativo fondato e fondante sul mutuo e reciproco aiuto, su porte aperte all’ascolto, sul rispetto
della dignità che permetta di ricostruire ciò che una condizione di estremo
disagio distrugge.