Cecilia Pocai

Se da una parte, secondo l’Ocse,  il Jobs Act ha avuto effetti positivi sul mercato del lavoro italiano, dall’altra l’istituto certifica “come la metà degli under 25 italiani che lavorano sia precario, con una percentuale in aumento tra il 2104 e il 2015, dal 56% al 57,1%”.
Secondo il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, “il Jobs Act sta molto lentamente creando una nuova generazione, peraltro non giovane, di precari” e  “non c’è da meravigliarsi di fronte al crescente sentimento antieuropeo palpabile in diversi Stati del Vecchio Continente, dove evidentemente non a caso i giovani precari sono arrivati alla ragguardevole percentuale del 57%”.
Nei paesi come Italia, Spagna e Grecia, dove “il mercato del lavoro rimane assai fiacco”, si è assistito a un “incremento particolarmente elevato” dei Neet e la maggior parte compresi tra i 15 e i 29 anni non è composta da persone in cerca di lavoro ma da “inattivi” che non lo cercano nemmeno. Nei paesi dell’area euro colpiti dalla crisi del debito, come l’Italia, si registra inoltre una flessione dei salari in termini reali.
Inoltre, sebbene il tasso di disoccupazione in Italia, attestatosi all’11,5% nel 2015, sia destinato a calare all’11,1% a fine 2016 e al 10,5% a fine 2017,  resta il quarto più elevato dell’Unione Europea.
“La valutazione è  apparentemente politica – ha spiegato il leader dell’Ugl – in realtà è puramente sindacale e dimostra che la società, prima ancora dell’economia e della finanza, dovrebbe essere il primo riferimento della politica, non a caso quindi quest’ultima sta pagando in tutti i Paesi europei un altissimo prezzo in nome di quella flessibilità sul lavoro che, secondo la filosofia liberista, è gradita ai mercati, ma che alle persone comuni e alle famiglie, la stragrande maggioranza, rende la vita impossibile da progettare e da sognare”.