A cinque anni dalla rivolta dei migranti di Rosarno – 7 gennaio 2010 –  quando i lavoratori africani scesero in piazza, anche violentemente, contro lo sfruttamento e la violenza della ’ndrangheta, nulla o quasi è cambiato nella Piana di Gioia Tauro (http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_07/rosarno-rivolta-immigrati_4649d878-fbd4-11de-a955-00144f02aabe.shtml)

Le catene ‘invisibili’ ma dolorose del caporalato continuano a stringere le caviglie e a soffocare la dignità degli ‘schiavi’ dei campi. Quei lavoratori (italiani o immigrati che siano) continuano a trascinare il peso di fatiche e di ingiustizie per pochi spiccioli al giorno. Sui migranti, in particolare, incombe il peso di un sistema di accoglienza ancora precario e frammentato e cosa ancor più grave, la totale perdita dell’identità. Un fenomeno, quest’ultimo, che analizzeremo insieme a Luciano Lagamba, Presidente del Sei Ugl.

Luciano Lagamba, Presidente Sei Ugl

Luciano Lagamba, Presidente Sei Ugl

Non bastano le denunce, le iniziative, le proposte di legge, per il Sei Ugl servono azioni concrete. “Chiediamo di accelerare i tempi sulla legge, depositata in Senato, contro il caporalato  – precisa Lagamba –  oggi più che mai è doveroso che le istituzioni territoriali si attivino per trovare soluzioni dignitose per l’accoglienza superando una volta per tutte la negazione all’integrazione rappresentata  anche dalle tendopoli e dai ghetti”.

Il Presidente del Sei Ugl, in particolare, fa riferimento all’ultimo fatto di cronaca che, ieri, ha macchiato di sangue e terrore, la tendopoli di San Ferdinando (link di approfondimento http://www.corriere.it/cronache/16_giugno_08/accoltella-carabiniere-che-reagisce-sparando-morto-migrante-rosarno-b88b0a4e-2d67-11e6-9ed7-029647940570.shtml).

“Quanto accaduto nelle ore precedenti a Rosarno è gravissimo  spiega il sindacalista –  sarà la magistratura a fare luce sulla reale dinamica dei fatti, ma le Istituzioni tutte devono passare agli atti concreti. Nella tendopoli di San Ferdinando i migranti vivono in condizioni disumane, quegli stessi migranti che vengono sfruttati nei campi dai caporali. Si trovino presto soluzioni per l’accoglienza e si attribuisca una corsia preferenziale alla legge sul caporalato depositata in Senato, ma soprattutto si lavori concretamente all’integrazione”.

“La tendopoli di San Ferdinando – racconta Lagamba – è una baraccopoli, un luogo infernale per le condizioni di vita delle centinaia di migranti che vi cercano rifugio, tra cui alcune donne e bambini. Così come sono infernali le condizioni in cui queste persone sono costrette a lavorare, sotto i talloni dei caporali e l’ombra della criminalità organizzata, sfruttate per pochi euro nella raccolta degli agrumi”.

Qui, in queste strutture allestite dalla Protezione civile, vivono – o, meglio, sopravvivono – almeno 500 persone impegnate nel lavoro nei campi che nel periodo della raccolta arrivano fino al migliaio. Senza alcuna assistenza. Ma tutto questo è inaccettabile.

Da sempre l’Ugl segue con attenzione e grande sensibilità il fenomeno, unitamente all’On. Renata Polverini, Vice Presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati di Forza Italia.“Continueremo lungo questa linea – precisa –  fino a quando non avremo risposte concrete”.

Come arginare atti di aggressione e violenza proprio come quello avvenuto ieri a Rosarno? Per Lagamba è doveroso rivedere il sistema dell’accoglienza e concretizzare al più presto il termine ‘integrazione’, ciò che realmente rende liberi gli immigrati.

Proprio perché siamo ancora lontani ‘dall’integrazione culturale’ ci ritroviamo di fronte ad un fenomeno, purtroppo, ben radicato e pericoloso come la perdita dell’identità dell’immigrato.

In una recente ricerca del Sei Ugl si focalizza l’attenzione sui mutamenti che subisce l’Io durante l’emigrazione. Partendo da un campione di 540 interviste, sono stati selezionati 150 soggetti ai quali è stato somministrato un questionario. Da questo è emerso che a livello psicologico, i soggetti hanno dichiarato la sensazione di sentirsi ‘stranieri’ in patria e nel paese che li ospita. Il senso di non appartenenza porta ad un disequilibrio nell’armonia della persona che finisce a muoversi incerta all’interno del tessuto sociale. I fattori esterni su cui l’Io si struttura vengono a mancare e ciò comporta una perdita o una crisi di identità. Tutto ciò alimenta nell’animo dell’individuo ormai disorientato ed isolato (perché non ha punti di riferimento) odio, rancore, rabbia. Tutti stati d’animo che sfociano poi in violenza, proprio come avvenuto ieri a Rosarno.

Dunque, l’abbandono della propria terra – conclude Lagamba –  una realtà tristemente differente da quella sognata, e le difficoltà innumerevoli e di varia natura che la persona migrante può incontrare possono sottoporre l’individuo a gravi problematiche psico– fisiche che si potrebbero ripercuotere nelle relazioni sociali e nel processo integrativo. Tale disintegrazione del legame sociale ostacola il sentimento di appartenenza e accentua quello di non appartenenza andando così a minare l’identità culturale dell’individuo. Si è visto da numerose ricerche che gli immigrati possono essere sottoposti a una serie di problemi anche di origine psicosomatica e di disturbi psicologici”.