di Marco Colonna

 

 

Torna a salire ad aprile il tasso di disoccupazione: +11,7 per cento rispetto all’11,5 per cento di marzo. I disoccupati sono 2.986.000 in crescita di 50.000 unità su marzo. Ed anche il tasso di disoccupazione giovanile risale al 36,9 per cento con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a marzo. Questi dati si sommano alla brusca frenata del numero degli occupati registrata a inizio d’anno con il taglio degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato: da 8 mila a 3.250 euro l’anno per ogni nuovo assunto, come già segnalato da Meta Sociale. Le cifre fornite dall’Istat – che sottolinea comunque un aumento della partecipazione al mercato del lavoro con un calo degli inattivi – sono salutate con ottimismo dal premier Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: “I dati sul lavoro diffusi dall’Istat sono i più alti come numero di lavoratori che sono tornati al lavoro negli ultimi 4 anni”: cinguetta su Twitter il presidente del consiglio che tesseva le lodi della riforma del mercato del lavoro avviata con il suo governo.

Ma gli effetti del Jobs Act, così come sono stati analizzati dal Centro studi Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi, sono chiarissimi: “A fronte di 790 mila contratti che hanno usufruito della decontribuzione prevista dalla legge di stabilità del 2015 i posti di lavoro in più a tempo indeterminato sono solo 101 mila. Questi fondi sono stati, quindi, utilizzati unicamente per conversioni dei contratti”. Ovvero, le politiche occupazionali del governo Renzi non creano nuovo lavoro, trasformano solo i contratti esistenti in altre tipologie che vengono poi rinnovate infinite volte: assistiamo ad una ristrutturazione del mercato sul modello del lavoro stabilmente precario, precarietà a vita e senza diritti. Per non parlare della fotografia più aggiornata del mercato del lavoro scattata dalla stessa Istat nell’ultimo rapporto annuale presentato a metà maggio: 6 giovani su 10 ancora in casa con i genitori, uno su quattro che non studia e non lavora ed è totalmente a carico della famiglia, i Neet aumentati di oltre mezzo milione sul 2008 , un tasso di giovani di età compresa fra i 15 e i 29 anni pari a 2,3 milioni senza lavoro e fuori dai programmi di formazione e ci dobbiamo aspettare nel 2025 un tasso di occupazione pari a quello del 2010. Questo appena descritto è uno scenario generale di stagnazione e non di ripresa , come ci vorrebbe far credere il capo del Partito Democratico. E non è tutto. In rete, in queste ore, tiene banco una polemica sulla classificazione che l’Istat attribuisce alle prestazioni di lavoro. Nel conteggio degli occupati l’Istituto di statistica “inserisce anche chi lavora con i voucher da 8 ore al mese e presta la sua opera in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo almeno un’ora nella settimana di riferimento della rilevazione”.

E mentre l’ Istat non fornisce al pubblico alcun approfondimento l’ Inps, dal giugno 2015 mensilmente indica i dati essenziali dimostrando che la crescita dell’utilizzo dei voucher per il cosiddetto “lavoro accessorio” sia ormai inarrestabile: soltanto nei primi 9 mesi del 2015 sono stati acquistati 8.138.347 Voucher da 10 €, per un totale di 81.383.474 €. Di questi, solo una parte va direttamente in salario (il 75 per cento), il resto si suddivide tra contributi, assicurazione e costi di intermediazione. Situazione che si potrebbe ugualmente descrivere per i posti di lavoro ottenuti calcolando i tirocini di “Garanzia Giovani”: decine di migliaia di giovani che non percepiscono e non hanno percepito stipendi veri eppure dalla “presa in carico” si ritrovano nel calcolo degli occupati che fanno gioire il premier Renzi.

La verità, al netto dell’ottimismo e della propaganda governativa, è che sul fronte del lavoro l’unico dato in salita è quello dei contratti a termine, con i rapporti precari che crescono di anno in anno, e – per contro – i diritti dei lavoratori che diminuiscono, le politiche attive messe in soffitta, i Centri per l’impiego ancora alle prese con la riforma Delrio delle Province, con personale insufficiente, mal pagato e inadeguato, e l’Anpal, la nuova Agenzia nazionale per le politiche del lavoro, che fra ritardi e intoppi burocratici tarda ad arrivare.