Regioni_Condizioni economiche delle famiglie

di Sabina Andreuzzi

È stato recentemente pubblicato dall’Istat il rapporto Noi Italia 2016, che offre una panoramica dei principali indicatori statistici economici e sociali del Paese. Ne emerge, purtroppo, un quadro nel quale le speranze di una ripresa sembrano ancora lontane. Nel complesso si disegna il ritratto di un Paese dalle grandi potenzialità, ma imbrigliato nella crisi, nell’assenza di prospettive di sviluppo e nella cattiva gestione delle risorse pubbliche. Quando i dati Italiani vengono analizzati nello specifico regionale, emerge poi la disastrosa situazione del Mezzogiorno, che non accenna ad uscire dallo stato di profonda depressione economica e sociale in cui si trova.

Gli indicatori esaminati dall’Istituto Nazionale di Statistica sono molti e spaziano nei diversi ambiti della demografia, dell’economia e del lavoro. Esaminando tre macro-aree particolarmente significative dal punto di vista sociale: salute, benessere economico e lavoro, un primo dato significativo è apparso quello della diminuzione della speranza di vita alla nascita, per la prima volta negli ultimi dieci anni. Sintomo di un peggioramento generale delle condizioni di vita ed anche dell’offerta sanitaria, a causa del ridimensionamento delle risorse disponibili per l’erogazione dei servizi. L’Italia si colloca in fondo alla classifica europea quanto a posti letto ospedalieri disponibili per abitante e, su base regionale, si osserva un profondo squilibrio fra Nord (3,7 posti letto per mille abitanti), Centro (3,3 per mille) e Mezzogiorno (2,5 per mille).

Altro dato significativo è la costante diminuzione del tasso di fertilità, con una media di 1,37 figli per donna. Se prima il Mezzogiorno contribuiva all’aumento demografico, ora il tasso di fecondità maggiore si riscontra al Nord (1,46), seguito dal Centro (1,35) e poi dal Sud (1,26). Con la conseguenza di una popolazione in perdurante invecchiamento: l’indice di vecchiaia assume proporzioni notevoli, salendo a quota 154,1% nel 2014, facendo dell’Italia una delle nazioni più anziane d’Europa, seconda solo alla Germania. Il ricambio generazionale non è ormai più garantito neanche dall’immigrazione a causa dell’aumento dell’emigrazione dei giovani italiani, del Sud in particolare, e della concomitante diminuzione dell’immigrazione straniera.

Per quanto concerne il benessere economico, l’Italia per PIL pro capite si colloca in una fascia mediana nell’Ue, con 26.400,00 € rispetto ad una media europea di 27.400,00 € in parità di potere d’acquisto. La crisi si fa sentire, ma l’aspetto più preoccupante risulta quello relativo alla effettiva distribuzione del reddito all’interno del Paese, sia per territorio che per fasce di reddito. Tra Centro-Nord e Mezzogiorno si osserva un profondo divario: si passa infatti dall’estremo positivo del PIL pro capite della provincia di Bolzano, vicino ai 38.000,00 € , a quello negativo della Calabria, di poco superiore ai 15.200,00 €, con nel mezzo le varie sfumature di reddito che degradano quando si scende dal Nord verso il Sud.

Per quanto riguarda la distribuzione per fasce di reddito, in Italia ben l’11,6% della popolazione residente si trova in stato di grave deprivazione rispetto a una media Ue del 9%. All’interno del Paese, la situazione è tutt’altro che omogenea: se al Nord si trova in stato di grave deprivazione il 6,6% della popolazione ed al Centro il 7,5%, nel Mezzogiorno tale percentuale sale al 19,5% ossia una persona su cinque. C’è poi nel complesso un indice di diseguaglianza abbastanza elevato (0,324) e superiore alla media europea (0,309), diseguaglianze che poi, all’interno del Paese, si intensificano molto al Sud.

Infine, per quanto riguarda il lavoro, a conferma del fatto che la spinta all’occupazione non può derivare da ulteriori modifiche delle norme già moderne e flessibili sul lavoro, ma solo da concreti investimenti nello sviluppo (fiscalità, infrastrutture, progetti lungimiranti per favorire le attività produttive, energia) si osserva che il Jobs Act non ha ottenuto risultati soddisfacenti dal punto di vista occupazionale. Il tasso di occupazione 20-64 anni dell’Italia, pari a 59,9% si colloca infatti al fondo della classifica europea mentre siamo ai primi posti per numero di disoccupati. Con, poi, ulteriori dati negativi quanto a disoccupazione giovanile (al 4° posto in Europa) e occupazione femminile (penultimi prima della Grecia), ed in questo quadro già desolante, si collocano le enormi disparità territoriali tra Centro Nord e Mezzogiorno, che continua a registrare record negativi quanto a disoccupazione totale (12,4%), tasso di occupazione femminile (fermo al 37,4%) e con un tasso di disoccupazione giovanile al 37,8%.