di Barbara Faccenda

La guerra, come la politica, è progettata per indurre un oppositore a modificare il suo comportamento. Da un punto di vista cinetico: uccidendo un combattente nemico oppure distruggendo le infrastrutture e le capacità dell’avversario mettendolo nella condizione di non poter continuare le ostilità. La vittoria politica implica un opponente politico. La natura del movimento globale jihadista ha limitato i politici e i militari di tutto il mondo perché hanno sempre trattato il movimento come una “religione” invece che come una forza politica con un’ideologia che trae i suoi tratti principali da correnti conservatrici di una religione monoteistica quale l’Islam. L’ISIS come Al Qaeda prima di lui sono fondamentalmente movimenti estremisti che inseguono il controllo politico sulle popolazioni e su territori. È questa considerazione fa una gran bella differenza quando si tratta di a) capirne fino in fondo l’organizzazione e b) quando si tratta di delineare una campagna per contrastare il movimento estremista e in ultima analisi metterlo nelle condizioni di non poter più continuare le ostilità. Ecco perché diventa di primaria importanza concentrarsi meno sulla narrativa del conflitto e molto di più sull’aspetto psicologico (cambiamenti dei processi e dei comportamenti che includonoun approccio generale a sbriciolare la volontà del nemico e di coloro che lo sostengono nel credere nella causa che perseguono).
La guerra psicologica che conduce l’ISIS ha come obiettivi più immediati quelli di sostenere il morale dei suoi seguaci e demoralizzare ed impaurire le sue vittime. Per il pubblico, il bagliore della paura sovrasta quello delle ferite e della morte. Lo “stato islamico”, inoltre vuole che reagiamo,in preda alla paura, in maniera eccessiva. Se le organizzazioni terroristiche transnazionali non sempre ottengono quello che vogliono, hanno però successo in due obiettivi vitali: diffondere la paura e provocare politiche reattive. Il terrore ci potrebbe far reagire contro il nemico sbagliato, per le ragioni sbagliate o entrambe le cose (come fu il caso dell’invasione dell’Iraq nel 2003). Noi vogliamo dichiarare guerra non solo al terrorismo, ma anche al terrore, per bandire il sentimento di essere ingiustamente attaccati o incapaci di proteggere gli innocenti. Noi vogliamo dichiarare guerra al demonio. Qualche volta l’effetto della nostra reazione è precisamente quello che volevamo scacciare: più terroristi, più attacchi diffusi in tutto il mondo.
È stato osservato che le cose che ci impauriscono di più sono spesso abbastanza diverse da quelle che probabilmente ci danneggiano. La percezione del rischio è altamente correlata con i livelli di copertura mediatica. Inevitabilmente e spesso inavvertitamente, i media tendono a facilitare le performance teatrali dei terroristi. Ed i terroristi lo sanno. Ayaman al – Zawahiri, l’ex leader di Al Qaeda, una volta scrisse: “più della metà della battaglia contro l’occidente e per i cuori e le menti della nostra Umma si svolge nel campo di battaglia dei media”. Nelle loro valutazioni tecniche, gli esperti si focalizzano sulle probabilità ed i risultati, ma la percezione del rischio dipende da altre variabili. C’è poca correlazione tra l’oggettivo rischio e la percezione del pericolo. Le immagini hanno importanza. Molti non riescono a togliersi le immagini dell’11 settembre dalle loro teste: lo schianto degli aerei nel metallo e nei vetri delle torri, seguite dalla vista di piccole figure che balzavano nel vuoto come in un sogno di volare, per trovare la morte al suolo. Ed è qui che s’inserisce l’ISIS, prendendo questa scena e portandola ad un passo successivo: usano i social media per diffondere immagini di deliberate brutali decapitazioni nelle case e nelle menti di persone in tutto il mondo,
L’analisi del rischio comprende il tentativo di generare giudizi statistici piuttosto che emotivi. Quello che manca agli“analisti del rischio” è che la determinazione dei terroristi di danneggiarci, la loro malizia e le loro considerazioni in anticipo, combinate con la nostra mancanza di organizzazione, fortemente influenzala nostra percezione del rischio. La sedia che si rompe sotto di noi non ha organizzazione né contiene malizia, quindi noi valutiamo l’importanza di questo rischio differentemente.
Kahneman,(http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/2002/kahnemann-lecture.pdf) che,con Tversky, ha vinto il premio Nobel per due scritti straordinari e racconti influenti negli anni ’70, ha rivisto i suoi lavori nel 2011, ed il suo contributo è di aiuto alla comprensione dell’argomento che trattiamo. Descrive la sua reazione emotiva al suo sforzo di mantenere un approccio “razionale”. In un suo viaggio in Israele, in un periodo in cui gli attacchi suicidi sui bus erano relativamente comuni, si trova a costatare che non riusciva a stare accanto ad un bus fermo al semaforo. Pur sapendo che la probabilità di essere vittima di un attentato era minuscola (23 attacchi bomba tra il dicembre 2001 e il settembre 2004: 236 vittime; il numero delle corse giornaliere in quel periodo, in Israele, era approssimativamente di 1.3 milioni) la sua esperienza illustra come il terrorismo lavora e perché è così efficace. Un’immagine estremamente vivida sia di morte che di danno, costantemente rinforzata dall’attenzione dei media, da frequenti conversazioni, diventa altamente accessibile, specialmente se è associata con una specifica situazione. L’eccitazione emotiva è associativa, automatica e incontrollata e produce un impulso per l’azione protettiva. Noi possiamo forse “sapere” che la probabilità è bassa, ma questa conoscenza non elimina lo sconforto auto – generato e che vogliamo evitare.
L’ISIS è un nemico straordinariamente intelligente nel sapere quello che ci orrifica e ci disgusta di più.
La guerra psicologica dell’ISIS è diretta alle sue potenziali vittime, ma è anche diretta a coloro che mira a controllare. Deliberatamente cerca di smussare l’empatia dei suoi seguaci per forzarli a partecipare o ad osservare atti di brutalità. Quando una persona si addestra o viene addestrata a sentire meno empatia la sua assenza diventa un tratto e diventa capace di de – umanizzare gli altri, mettendosi a rischio di atti di estrema crudeltà. L’ISIS usa la frequente l’esposizione alla violenza come tecnica per erodere l’empatia tra i suoi seguaci. Nel tempo, questo può condurre ad una psicopatologia secondaria o al desiderio di danneggiare altri e contagiare la violenza. Le decapitazioni sono uno di questi strumenti per smussare l’empatia.
Un altro mezzo della guerra psicologia è la diffusione di immagini grafiche di violenza. Il gruppo sceglie di rilasciare informazioni secondo necessità e le attaglia al contesto locale. Per esempio, se sente che una popolazione locale inizia ad essere irrequieta dissemina più propaganda sulle iniziative di sviluppo e se sente che cresce il potenziale per sfide politiche e militari, diffonde più immagini brutali per instillare paura nell’avversario.
Concludendo: è necessario trattare il nemico nell’interezza della sua rete operativa, non solo coloro che combattono o i loro comandanti, ma tutti i sostenitori ideologici, politici, educativi, gli addestratori, coloro che gestiscono la logistica, coloro che li finanziano. Includendo naturalmente gli sponsor stranieri, specialmente gli stati sovrani, allo scopo di spezzare il supporto all’ISIS e la “presa” psicologica sulle vittime.