di Barbara Faccenda

La sfida della Merkel, dopo gli avvenimenti della sera del 31 dicembre 2015, è quella di convincere i tedeschi che sono al sicuro. Quello che ha scioccato molti nel paese è il luogo dell’attacco. Colonia è considerata una delle città più liberali ed aperte della Germania. Le sue annuali celebrazioni per il carnevale, portano nella città migliaia di persone che festeggiano. Il fatto poi che questi crimini siano occorsi di fronte alla cattedrale gotica del 7° secolo è impensabile per molti. I rapporti della polizia descrivono una situazione caotica in cui gli ufficiali si erano trovati in minoranza rispetto a “diverse centinaia” di uomini.
Quello che abbiamo visto in questi giorni è più vicino alla retorica che alla realtà. La sicurezza è importante in ogni paese, tuttavia in Germania mantenere uno stretto ordine pubblico quasi confina con l’ossessione.
In Germania le dimostrazioni in piazza sono coordinate con le autorità fino all’ultimo dettaglio. I tedeschi si aspettano ordine e stabilità in ogni sfaccettatura della vita. Se meno del 40% dei tedeschi, secondo un sondaggio condotto del giornale Bild (http://www.bild.de/) dopo gli avvenimenti del 31 dicembre, credono che la polizia possa garantire la sicurezza, è un fallimento del partito che per anni è stato il baluardo e garante della sicurezza. Per decenni i cristiani democratici della Merkel, sono stati considerati come i garanti di questo senso di sicurezza. Personificato da leader come Wolfgang Schäuble, ex ministro degli interni e odierno ministro delle finanze, il partito si è sempre mosso per l’ordine e la legge. L’Unione Democratica Cristiana tedesca sta mascherando da un lato il suo stesso fallimento nel gestire queste sfide e dall’altro le dispute interne nel partito circa la strategia futura sui migranti. Il rifiuto della Merkel di porre un limite al numero di coloro devono entrare nel paese è diventata una difficile posizione per cui trovare sostegno all’interno del suo stesso partito. Ciò è dimostrato anche dal fatto che proprio dalla Bavaria arriva la netta posizione di limitare il numero dei migranti, circostanza che appunto rende la posizione della Merkel incredibilmente tenue.
Bisognerebbe forse riflettere che l’immagine della donna nuda, che corre con delle impronte di mani nere sul suo corpo è una rappresentazione che potrebbe essere in egual misura misogina e razzista. Come ha dichiarato il ministro della giustizia tedesco Heiko Maas le autorità avrebbero dovuto coordinarsi con i social media prima di creare un vero e proprio campo di battaglia in cui si è celebrata la violenza verbale dell’estremismo e della xenofobia.
Un altro punto di vista su cui riflettere in maniera costruttiva ci sembra essere la risposta alla crisi dei migranti da parte dell’Unione Europea. Si è rivelata caotica e divisa, caratterizzata da litigi sulla divisione delle responsabilità, causando una chiusura delle frontiere a cascata. Coloro che cercano di tenere i migranti fuori con appelli al pregiudizio e al panico sfruttano le ansie delle proprie popolazioni per ottenere consenso.
Storicamente, a vario grado, le società europee hanno lottato con la diversità crescente. L’opinione pubblica e come risultato, i dibattiti pubblici, in molti paesi membri, sono stati sempre di più caratterizzati dalle preoccupazioni identità culturale, coesione sociale e sicurezza, così come inquietudini sull’economia, accesso ai servizi, crimine e lavoro. I dibattiti si sono maggiormente focalizzati su le popolazioni di immigrati nel complesso piuttosto che sui richiedenti asilo in particolare. Non dimentichiamo che nel 2011 il primo ministro inglese Cameron con l’allora presidente francese Sarkozy e con la Merkel hanno famosamente concordato che le politiche multiculturali avevano fallito. La profonda inadeguatezza con la diversità ha dato vita alla crescita di partiti di estrema destra e anche atti di violenza come l’attacco di Anders Breivik, che uccise 77 persone e ne ferì centinaia in Norvegia proprio quell’anno.
La pletora di prescrizioni accademiche e di politica sull’integrazione dimostra che ci sono poche risposte assolute. Il diritto alla non – discriminazione, all’eguaglianza sono principi saldi nel diritto internazionale così come nel diritto dell’Unione Europea e dovrebbero guidare le politiche d’integrazione. Tuttavia non c’è un “diritto” all’integrazione e neppure un “diritto” a vivere in una società omogenea dove la diversità non pone alcuna sfida. Il Migrant Integration Policy Index (MIPEX) ha classificato 38 paesi in via di sviluppo, incluso membri dell’Unione Europea su come investono in equità dei diritti e opportunità per i “nuovi arrivati” rispetto al mercato del lavoro, sanità, educazione, partecipazione politica, residenza, riunificazione familiare e misure anti – discriminazione. Nel 2014, la Svezia ed il Portogallo erano ai primi posti, seguiti dalla Finlandia, Norvegia e Belgio. I ricercatori del MIPEX hanno concluso che paesi con “politiche d’integrazione inclusive” tendono a fornire le migliori condizioni per la coesione sociale a beneficio sia dei “nuovi arrivati” che della società in generale. Similmente, le politiche restrittive possono dare vita ad attitudini xenofobe e all’inabilità di vedere i benefici della diversità. Detto questo, le buone politiche di integrazione non necessariamente preservano una società dall’estremismo – la Svezia vede il crescente supporto per l’estrema destra, la Norvegia è casa di Breivik ed il Belgio fu usato come base per coloro che sono stati coinvolti nei recenti attacchi di Parigi.
Le parole contano. Una negativa raffigurazione dei migranti, dei richiedenti asilo nei media o da personaggi pubblici offrono un tremendo disservizio per la vasta maggioranza di quelli che arrivano e al principio di società inclusive. Non è l’estrema destra, i partiti anti immigrazione che hanno distorto la realtà per predare sulle paure delle persone. In Inghilterra Cameron si è riferito allo “sciame” di persone che vengono dal Mediterraneo. In Ungheria, Orban descrive coloro che arrivano come “migranti economici illegali, guerrieri e potenziali terroristi. La retorica xenofoba e anti – musulmana dovrebbe essere contrastata con misure anti – discriminatorie e la responsabilità per i crimini. I fatti di Colonia ci suggeriscono allora che i criminali vanno puniti in generale di qualsiasi gruppo etnico facciano parte, che è compito delle forze dell’ordine garantire la sicurezza all’interno del territorio di uno stato e che non si può nascondere il fatto che il numero dei criminali la notte di Capodanno a Colonia era di gran lunga superiore a quello delle forze dell’ordine, lanciando campagne denigratorie contro la generalità degli immigrati.