di Annarita D’Agostino
Tutti sanno che nel nostro Paese una sanità sempre meno pubblica significa una tutela sempre più debole del diritto alla Salute, soprattutto delle fasce più povere della popolazione. Ma pochi penserebbero che i tagli al sistema sanitario nazionale alimentano anche il sommerso, moltiplicando i danni per la collettività.
In occasione della giornata internazionale dell’infermiere il Censis ha effettuato una ricerca per Ipasvi (Federazione Nazionale Collegi Infermieri professionali, Assistenti sanitari, Vigilatrici d’infanzia) ed Enpapi (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica) sulle spese sanitarie sostenute dalle famiglie italiane. Dall’indagine è emerso che sono 12,6 milioni gli italiani che pagano di tasca propria infermieri per prestazioni a domicilio. Con i fondi per la spesa sanitaria in costante diminuzione, in un’Italia “che invecchia – spiega il Censis – e con tanti malati cronici” c’è “sempre più bisogno di queste prestazioni”. E allora le famiglie italiane spendono in media 6,2 miliardi di euro all’anno per sopperire alle carenze dello Stato e del welfare. Ma – ecco l’altra nota dolente – quasi la metà della spesa è in nero: sono ben 6,3 milioni gli intervistati che hanno ammesso di aver pagato le prestazioni in nero, per intero o in parte. Quasi uno su due. Il dato è già allarmante, ma lo è ancor di più se si considera il margine di errore in difetto dovuto alla riluttanza nel dichiarare di aver evaso le norme fiscali.
Come evidenzia il Censis, “il sommerso della spesa privata per infermieri non è un fatto eccezionale, ma una variante della più ampia nuova spesa sommersa delle famiglie per accedere a servizi di welfare: un modo per le famiglie di trovare nel privato a prezzi sostenibili servizi che non trovano o non trovano più nel pubblico”.
Le prestazioni richieste sono le più varie: si va da esami comuni come i prelievi di sangue (richiesti dal 31,5% dei cittadini) alle iniezioni (23,5%), dalla misurazione di parametri vitali come la pressione arteriosa (14,3%) alle medicazioni (13,5%), dalle flebo (13,4%) all’assistenza notturna (4,3%).
Sono 2,3 milioni gli italiani che chiedono assistenza domiciliare prolungata nel tempo e 920.000 le famiglie che ricorrono privatamente agli infermieri per assistere una persona non autosufficiente. Una figura professionale nella quale, evidenzia l’indagine, la fiducia resta molto alta e trasversale ai diversi gruppi sociali e ai territori: “si fidano dell’infermiere l’84,1% dei residenti del Nord-Ovest, l’87,3% al Nord-Est, l’85,6% nelle regioni del Centro e l’83,3% nel Sud. Particolarmente alta è la fiducia tra le persone anziane (90,1%)”.
La domanda di lavoro alta e crescente a fronte di un’offerta scarsa produce un’ulteriore distorsione: “gli italiani – sottolinea il Censis – affidano alcune prestazioni infermieristiche anche a non infermieri”, soprattutto per quelle considerate semplici come iniezioni e medicazioni. “Il 31,1% si rivolge a un parente o a un conoscente, il 16,1% a operatori socio-sanitari, il 14% a personale di assistenza non qualificato come le badanti. A fare maggiore ricorso ai non infermieri sono proprio le famiglie con persone non autosufficienti (58%)”.
Nella ricerca degli infermieri, il principale canale è la conoscenza diretta (40,3% degli intervistati), un parente o un amico (29,6%), l’indicazione di un medico (17%), la farmacia (8,7%), annunci su giornali o su Internet (1,2%). Cresce anche il ricorso agli intermediari, come le cooperative sociali. Per facilitare la ricerca, “il 53,8% vorrebbe l’infermiere convenzionato sul territorio, come il medico di medicina generale, il 38,5% vorrebbe infermieri reperibili nelle farmacie, il 19,8% l’abolizione del numero chiuso per l’accesso alle facoltà universitarie di scienze infermieristiche, il 16,3% incentivi fiscali per aderire a prodotti assicurativi che includano pacchetti di prestazioni infermieristiche”.
Per le famiglie italiane l’infermiere è dunque una professione sempre più richiesta e sempre più necessaria. E con una sanità sempre meno al servizio del cittadino, la valorizzazione di questa professione sarebbe il minimo da fare per uno Stato che non riesce a garantire prestazioni pubbliche essenziali.