Cultura
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La partecipazione corporativa, la via sociale della modernità

Il nostro amico e collaboratore Mario Bozzi Sentieri ha pubblicato lo scorso mese di giugno un testo molto importante per comprendere cosa sia stato realmente il corporativismo

di Nazzareno Mollicone

Il nostro amico e collaboratore Mario Bozzi Sentieri ha pubblicato lo scorso mese di giugno un testo molto importante per comprendere cosa sia stato realmente il corporativismo e quale incidenza possa avere oggi nel momento in cui i vecchi modelli di rappresentanza, in gran parte di origine ottocentesca, sono in evidente crisi sociale e politica.

In realtà il libro non è solo un testo economico-costituzionale perché – così come è intitolato – riporta una lunga intervista su quell’argomento rilasciata dal prof. Gaetano Rasi poco prima della sua recente scomparsa. Rasi era la persona più qualificata per rispondere alle precise domande ed ai quesiti sul tema posti dall’autore: egli infatti è stato sempre un cultore del sistema politico ed economico corporativo fin dalla sua giovinezza. Fu educato dal prof. Ernesto Massi, ideatore in Italia della geopolitica, geografo, matematico e politico organizzatore del gruppo di “Nazione Sociale”, teorico del corporativismo; s’impegnò attivamente nella politica nel Movimento Sociale Italiano divenendo dirigente nazionale e deputato; è stato cofondatore, insieme con Diano Brocchi che fu segretario generale aggiunto della Cisnal, della “Rivista di Studi Corporativi”; ha organizzato l’Assemblea Nazionale Corporativa indetta dal Msi nel 1974; è stato direttore dell’Istituto di Studi Corporativi.

Bozzi Sentieri fa precedere questa “Intervista sul Corporativismo” da un ampio e completo excursus storico della materia che inizia dall’epoca romana e dal medioevo, si sofferma  sullo scioglimento delle corporazioni di arti e mestieri da parte della rivoluzione borghese francese del 1789, esamina le proposte per un nuovo corporativismo enunciate nell’ottocento da studiosi di origine cattolica, nazionalista e socialista-comunitaria, manifestate con l’enciclica papale “De rerum novarum”, con le iniziative dell’”Action Française”  e con gli scritti di Lassalle e Proudhon.

Ma il pieno sviluppo dell’idea corporativa si attuerà in Italia per effetto  delle indicazioni di nazionalisti come Corradini, le intuizioni dei sindacalisti rivoluzionari come Corridoni ed i fratelli DeAmbris, l’elaborazione costituzionale della “Carta del Carnaro” di D’Annunzio a Fiume occupata. Venne poi il Fascismo a dare soluzioni organiche e costituzionali al sistema corporativo con la “Carta del Lavoro” del 1927, l’istituzione formale delle Corporazioni nel 1930, la trasformazione del Parlamento in “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” nel 1939. Passando attraverso il Convegno di Ferrara del 1932 in cui Ugo Spirito teorizzò che la corporazione divenisse “proprietaria” delle aziende. Vi fu infine l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana dove si tentò, con la legge sulla “socializzazione”, d’introdurre il corporativismo nelle aziende.

Nel dopoguerra, molti corporativisti – divenuti esponenti politici della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, come Amintore Fanfani e lo stesso Ugo Spirito–cercarono di far proseguire, nel nuovo sistema democratico-parlamentare, gli aspetti positivi di quel sistema e qualche traccia si trova nella Costituzione Repubblicana, ad esempio l’istituzione del CNEL e l’articolo 46 sulla partecipazione. Ma, successivamente, per i concomitanti effetti del prevalere della partitocrazia per cui tutte le attività politiche, sociali ed economiche dovevano essere determinate dai partiti politici, del rafforzamento su base classista dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali, della divisione ideologica della Nazione indotta dalla divisione dell’Europa con la cosiddetta “guerra fredda”, ogni spunto di tipo corporativo venne meno ed anche le indicazioni della Costituzione rimasero prive di attuazione.

Vi fu una pallida imitazione dal 1993 al 2011 quando, dinanzi all’emersione di una forte crisi politica, fu attuato il metodo della “concertazione” di tipo triangolare tra le Parti Sociali ed il Governo, avviato dal governo di Carlo Azeglio Ciampi e proseguito con i governi di Silvio Berlusconi e Romano Prodi, e definito da taluni “neocorporativo”: ma l’imposizione al governo di Mario Monti, espressione del liberalismo europeista, interruppe anche quell’esperienza che pure qualche frutto positivo aveva dato.

Questo è il quadro storico che precede l’intervista a Gaetano Rasi il quale, invece, affronta le problematiche ed i principi del corporativismo per chiarire molti equivoci e delinearne le finalità. Il principio di base è esposto nel concetto di dare ai cittadini “la partecipazione consapevole alledecisioni politiche sociali ed economiche”, che non può consistere nel semplice gesto di mettere un segno di matita su una scheda ogni cinque anni. Ciò perché “la corporazione è un istituto intermedio tra i cittadini e lo Stato senza annullare né la sfera dei diritti privatiné quella della sovranità pubblica.” Rasi afferma anche che “all’astrattezza dell’”homo oeconomicus” rappresentato dall’ideologia liberale occorre sostituire quella concreta dell’”homo sociale” il quale non pensa solo al mercato ma anche alla famiglia, al territorio in cui vive, all’azienda in cui lavora, all’idea politica e morale in cui crede.

Secondo il corporativismo, l’espressione politica dal basso verso l’alto deve avvenire “secondo il metodo democratico per elezioni successive nell’ambito di categorie omogenee”, un percorso “piramidale”. Proprio in questo è profondamente diverso dal comunismo, perché “il corporativismo è per la gerarchia dei valori e dellefunzioni dell’uomo inserito nel ciclo produttivo”mentre il comunismo è per l’uguaglianza mortificatrice e per il livellamento degli uomini,

Nel corporativismo è insito anche il principio della partecipazione e della cogestione da parte di tutti i produttori impegnati, a diverso livello, nell’attività aziendale. Occorre quindi introdurre nell’impresa da un lato la partecipazione azionaria al capitale sociale dei lavoratori (di ciò c’è un accenno nel Codice Civile redatto nel 1942 all’articolo 2349 laddove si parla di “azioni di lavoro” da distribuire ai lavoratori dipendenti con una parte degli utili, articolo di fatto inapplicato nella realtà) e dall’altro la cogestione per condividere le finalità produttive dell’impresa: esempi applicativi di questo principio, anche se imperfetti, sono la “mitbestimmung” (codecisione) tedesca ed il diritto alle informazioni ed alla consultazione dei lavoratori stabilito dalla direttiva europea n. 14/2002.

Tutto questo ha un maggior valore oggi, anche rispetto all’epoca in cui furono attuati le norme corporative, perché “il capitale assume sempre più un carattere strumentale mentre il lavoratore, per la qualità dei suoi interventi, assume sempre più il carattere di protagonista”: fra l’altro, la distribuzione di parte degli utili ai lavoratori mediante il capitale azionario li lascia all’interno dell’azienda per il suo sviluppo mediante investimenti ed innovazioni, al contrario di come avviene oggi nei confronti degli azionisti che sono solo in cerca di rapidi guadagni dal loro investimento finanziario, senza alcun interesse per il futuro dell’azienda.

Purtroppo oggi è prevalsa in Italia, sia pure con qualche eccezione e qualche inizio di resipiscenza (l’autore cita interventi di Walter Veltroni, Sergio d’Antoni, Renato Brunetta) la concezione di origine classista della divaricazione tra rappresentanze dei lavoratori e dell’azienda o della categoria la quale ha dato origine ad un’azione sindacale sempre più settorialistica, anarchica e deresponsabilizzata. Azione che, a nostro parere, si accentuerebbe se prevalesse l’esclusività alla contrattazione aziendale la quale eliminerebbe qualsiasi pur timido accenno di programmazione corporativa, ossia un sistema di orientamenti strategici e d’impegni attuativi, che le confederazioni sindacali, in quanto tutrici degli interessi generali del mondo del lavoro, in qualche misura si propongono di attuare.

Ma, per portare la partecipazione di tipo corporativo dal livello aziendale e di categoria a quello nazionale, Rasi – sulla scia di quanto ha elaborato in passato il Centro di Studi Politici ed Economici(CESI) da lui fondato e purtroppo scioltosi alla sua morte – propone una riforma costituzionale che preveda l’inserimento nel Senato dei rappresentanti – eletti all’interno delle singole categorie od associazioni – delle organizzazioni produttive e professionali, delle famiglie, degli enti artistici e culturali. Insomma, istituire un “Senato delle Categorie” che possa legiferare con cognizione di causa sulle materie tecniche e produttive, e sui grandi programmi strategici di sviluppo dell’economia nazionale. Ciò non dovrebbe eliminare il ruolo dei partiti, che restano pur sempre – se però regolamentati sul loro funzionamento interno, essendo organi di rilevanza pubblica – un “corposociale” di primo grado, e dovrebbero far parte della Camera dei Deputati per elaborare gli indirizzi politici in politica interna, estera, giudiziaria, sociale e quant’altro attiene in genere al funzionamento ed al ruolo dello Stato.

A tal fine, Rasi fa l’ipotesi di dotare il cittadino di due voti, uno politico per i partiti e l’altro nell’ambito della professione od attività od associazione di cui faccia parte.

Sistema che presenta certamente aspetti complessi ma che può essere ben regolamentato.

 

In conclusione, trattasi – quella curata da Bozzi Sentieri – di un’opera importante e complessa, perché analizza gli aspetti culturali e storici del corporativismo e poi, tramite l’intervista a Gaetano Rasi (che non è stato solo un teorico ma una persona che ha agito concretamente in organizzazioni politiche, economiche e culturali) espone le risposte ai principali aspetti problematici o controversi dell’esperienza e delle finalità del corporativismo.

 

Gaetano Rasi

“INTERVISTA SUL CORPORATIVISMO: la via sociale oltre la crisi dei vecchi modelli”

A cura di Mario Bozzi Sentieri

Casa Editrice Eclettica – 16 Euro –

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