Ex Embraco e Acc, 700 lavoratori attendono la luce verde


Rallentamento per l’operazione che dovrebbe portare al rilancio dei due siti

Uno dei tanti, ma sicuramente uno dei più urgenti da affrontare. I nuovi ministri dello sviluppo economico e del lavoro del governo Draghi, appena saranno nominati, si dovranno confrontare con la vicenda che riguarda i circa 400 dipendenti della ex Embraco di Riva di Chieri e i 300 della Acc di Mel in provincia di Belluno, due aziende che, per effetto degli accordi sottoscritti con l’uscente Stefano Patuanelli, sono ormai legate a stretto mandato. A fronte del progressivo abbandono della Whirlpool, che, come noto, ha colpito anche lo stabilimento di Napoli, il progetto avanzato sulle due sponde di via Veneto è stato quello di promuovere una joint venture fra i due siti, con la realizzazione di compressori di refrigerazione nello stabilimento veneto e di motori in quello piemontese, il tutto per un totale di sei milioni di pezzi assemblati. La crisi di governo, però, preoccupa le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl che continuano la mobilitazione in Piemonte e in Veneto. Ai rappresentanti sindacali infatti non appare giustificabile il ritardo che si sta accumulando nel rilascio delle garanzie da parte di Sace. Sul futuro dei 700 lavoratori dei due siti pende inoltre la decisione della Commissione europea che ha acceso un faro sull’intera operazione, al fine di valutare la congruità della stessa rispetto alle regole comunitarie, in particolare sugli aiuti di Stato.


Whirlpool, ora cassa Covid-19, ma futuro appeso al Mise


La conferma su Napoli arriva da una videoconferenza con Cgil, Cisl, Uil e Ugl

Una conferma che serve a dare comunque un minimo di respiro, con la consapevolezza che il tempo non è mai stato così tiranno. Nel corso di una videoconferenza organizzata dal ministero dello sviluppo economico, i rappresentanti di Whirlpool Italia hanno confermato ai rappresentanti di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’attivazione della cassa integrazione con causale Covid-19 con l’inizio dell’anno per lo stabilimento di Napoli. Una opportunità che permetterebbe di arrivare fino a marzo, quando, salvo proroghe, verrà meno lo stop ai licenziamenti. La procedura di cassa integrazione riguarda la totalità del personale dipendente del sito campano, vale a dire circa 350 unità. Cosa succederà dopo, però, è tutto da verificare. La certezza è che Whirlpool avvierà la procedura di licenziamento collettivo; l’incertezza è su quali strumenti saranno utilizzati subito dopo. Molto dipende in questo caso da cosa riusciranno a mettere in piedi il ministero dello sviluppo economico e Invitalia. Se finalmente dovesse palesarsi un possibile e concreto acquirente, allora la gestione del post Whirlpool sarebbe molto meno indolore. Si potrebbero, infatti, aprire scenari nuovi, con un bilanciamento fra politiche passive, vale a dire cassa integrazione straordinaria, e politiche attive, con un possibile accesso al fondo nuove competenze. Altrimenti, senza acquirente, le ipotesi si riducono drasticamente.


Whirlpool, Napoli è fuori


Sindacati contrari e governo spiazzato. La multinazionale conferma il piano Italia

Vertice a due facce sul futuro di Whirlpool nel nostro Paese. Da una parte, vi è infatti il caso Napoli, con la multinazionale che conferma la tempistica per la chiusura: ultimo stipendio a dicembre, poi tre mesi di ammortizzatori sociali fino al 31 marzo e, infine, avvio della procedura di licenziamento collettivo a partire dal 1° aprile, al termine del blocco. Una soluzione che non piace assolutamente al governo e, soprattutto, alle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, fortemente preoccupati per gli oltre mille posti, fra diretti, 350, e indotto, circa 800. L’esecutivo ha provato a rassicurare i sindacati, affermando di aver ricevuto diverse manifestazioni di interesse per lo stabilimento. Dall’altra parte, però, Whirlpool conferma il piano industriale per l’Italia, con investimenti in tre anni quantificati in 250 milioni di euro ed una sensibile crescita della produzione industriale fin dai primi mesi del 2021.


Whirlpool, poche ore per salvare Napoli


Sciopero in tutti gli stabilimenti del Gruppo in concomitanza con il Mise

Le settimane sono passate inesorabili, senza che dal ministero dello sviluppo economico arrivasse una qualsiasi ipotesi percorribile per salvare il salvabile, vale a dire almeno 400 posti di lavoro diretti più altrettanti nell’indotto. E così il 31 ottobre lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà i battenti, come anticipato già lo scorso anno dalla multinazionale. Una decisione maturata prima della crisi scaturita dall’emergenza epidemiologica da Covid-19 e che, appunto, non si giustifica alla luce dell’attuale andamento dell’economia. I sindacati di categoria, in concomitanza con il vertice convocato a Roma al ministero, hanno indetto, per il 22 ottobre, una giornata di sciopero in tutti i siti, ma i precedenti, da ultimo quello di Riva di Chieri in Piemonte, non fanno sperare in soluzioni positive per i lavoratori e per il territorio di riferimento. Investitori seri e disponibili a rilanciare il sito, al momento, non si vedono all’orizzonte.


Nessun passo indietro, Whirlpool abbandona Napoli


Confermata la data del 31 ottobre per lo stop; il Mise è disorientato

La data del 31 ottobre resta ferma, stampata a lettere cubitali. La Whirlpool è irremovibile sul punto e conferma la chiusura dello stabilimento di Napoli, lasciando al loro destino i dipendenti, come fece a suo tempo con la ex Embraco di Riva di Chieri. Uno scenario nel quale il governo non sembra al momento in condizione di offrire alcuna garanzia alle centinaia di lavoratori e lavoratrici occupati nel sito campano. Anche l’ultimo incontro al ministero dello sviluppo economico si è risolto, quindi, semplicemente in un’ulteriore presa di coscienza di quella che è la volontà di Whirlpool. Il ministro Stefano Patuanelli ha provato a rassicurare i sindacati, parlando di nove manifestazioni di interesse e stimolando Invitalia a mettere in campo tutti gli strumenti possibili per trovare una soluzione che garantisca i livelli occupazionali e il futuro di un territorio che, oggettivamente, non brilla per occasioni di lavoro. I tempi, però, sono molto stretti. Così, mentre la federazione di categoria della Ugl chiede uno slittamento della data del 31 ottobre, dalla Cisl giunge l’invito a non perdere tempo, arrivando al prossimo incontro – fissato per la fine di questo mese – con qualcosa di più consistente rispetto alla vaga prospettiva di alcuni potenziali acquirenti. Del resto, proprio la storia della ex Embraco evidenzia bene quanti siano i rischi legati alla reindustrializzazione di un sito produttivo.


Whirlpool: in cerca di alternative per Napoli


I sindacati proclamano 16 ore di sciopero in tutto il Gruppo

Whirlpool dismetterà la produzione di lavatrici di alta gamma del sito di Napoli il 31 ottobre prossimo, perché secondo l’azienda la sua attività non è più sostenibile economicamente, visto che lo stabilimento campano perde 20 milioni all’anno. Nel frattempo il governo e la stessa azienda vaglieranno eventuali candidature o manifestazioni di interesse ed entro il prossimo luglio appronteranno una short list di possibili partner industriali interessati all’acquisizione del sito di via Argine. Nel frattempo, oggi, Fiom, Fim, Uilm e Uglm hanno proclamato 16 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo Whirlpool. Ieri al Mise è stato tracciato il percorso per dare un futuro che al sito industriale – e quindi ai lavoratori – dopo la tesissima riunione di ieri, più di cinque ore di confronto, il cui obiettivo, per sindacati, Fim Fiom Uilm e Uglm, e Governo, era quello di salvare una realtà industriale con i 420 lavoratori a rischio licenziamento e il relativo indotto. Una trattativa che è iniziata ieri ma si protrarrà fino al 31 ottobre – e non al 31 marzo, come inizialmente voleva l’azienda – data di addio della Whirlpool dal sito campano. C’è da dire che anche tre mesi fa l’azienda aveva avuto un ripensamento rispetto alla volontà di cessione immediata del sito campano. Stavolta la tregua è più lunga ma deve necessariamente generare una risposta vera. Sette mesi di tempo non sono così tanti, vista anche la difficile congiuntura economica, ma è ciò che i sindacati e il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, sono riusciti a ottenere facendo insieme muro. Patuanelli ha imputato ai vertici della multinazionale comportamenti «inaccettabili», ma ha anche dovuto ammettere, davanti ai sindacati, di non avere armi: «Se una azienda decide di non continuare la produzione per insostenibilità economica non esistono strumenti normativi coercitivi che possano impedirle di chiudere un’attività».