Whirlpool, poche ore per salvare Napoli


Sciopero in tutti gli stabilimenti del Gruppo in concomitanza con il Mise

Le settimane sono passate inesorabili, senza che dal ministero dello sviluppo economico arrivasse una qualsiasi ipotesi percorribile per salvare il salvabile, vale a dire almeno 400 posti di lavoro diretti più altrettanti nell’indotto. E così il 31 ottobre lo stabilimento Whirlpool di Napoli chiuderà i battenti, come anticipato già lo scorso anno dalla multinazionale. Una decisione maturata prima della crisi scaturita dall’emergenza epidemiologica da Covid-19 e che, appunto, non si giustifica alla luce dell’attuale andamento dell’economia. I sindacati di categoria, in concomitanza con il vertice convocato a Roma al ministero, hanno indetto, per il 22 ottobre, una giornata di sciopero in tutti i siti, ma i precedenti, da ultimo quello di Riva di Chieri in Piemonte, non fanno sperare in soluzioni positive per i lavoratori e per il territorio di riferimento. Investitori seri e disponibili a rilanciare il sito, al momento, non si vedono all’orizzonte.


Nessun passo indietro, Whirlpool abbandona Napoli


Confermata la data del 31 ottobre per lo stop; il Mise è disorientato

La data del 31 ottobre resta ferma, stampata a lettere cubitali. La Whirlpool è irremovibile sul punto e conferma la chiusura dello stabilimento di Napoli, lasciando al loro destino i dipendenti, come fece a suo tempo con la ex Embraco di Riva di Chieri. Uno scenario nel quale il governo non sembra al momento in condizione di offrire alcuna garanzia alle centinaia di lavoratori e lavoratrici occupati nel sito campano. Anche l’ultimo incontro al ministero dello sviluppo economico si è risolto, quindi, semplicemente in un’ulteriore presa di coscienza di quella che è la volontà di Whirlpool. Il ministro Stefano Patuanelli ha provato a rassicurare i sindacati, parlando di nove manifestazioni di interesse e stimolando Invitalia a mettere in campo tutti gli strumenti possibili per trovare una soluzione che garantisca i livelli occupazionali e il futuro di un territorio che, oggettivamente, non brilla per occasioni di lavoro. I tempi, però, sono molto stretti. Così, mentre la federazione di categoria della Ugl chiede uno slittamento della data del 31 ottobre, dalla Cisl giunge l’invito a non perdere tempo, arrivando al prossimo incontro – fissato per la fine di questo mese – con qualcosa di più consistente rispetto alla vaga prospettiva di alcuni potenziali acquirenti. Del resto, proprio la storia della ex Embraco evidenzia bene quanti siano i rischi legati alla reindustrializzazione di un sito produttivo.


Whirlpool: in cerca di alternative per Napoli


I sindacati proclamano 16 ore di sciopero in tutto il Gruppo

Whirlpool dismetterà la produzione di lavatrici di alta gamma del sito di Napoli il 31 ottobre prossimo, perché secondo l’azienda la sua attività non è più sostenibile economicamente, visto che lo stabilimento campano perde 20 milioni all’anno. Nel frattempo il governo e la stessa azienda vaglieranno eventuali candidature o manifestazioni di interesse ed entro il prossimo luglio appronteranno una short list di possibili partner industriali interessati all’acquisizione del sito di via Argine. Nel frattempo, oggi, Fiom, Fim, Uilm e Uglm hanno proclamato 16 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo Whirlpool. Ieri al Mise è stato tracciato il percorso per dare un futuro che al sito industriale – e quindi ai lavoratori – dopo la tesissima riunione di ieri, più di cinque ore di confronto, il cui obiettivo, per sindacati, Fim Fiom Uilm e Uglm, e Governo, era quello di salvare una realtà industriale con i 420 lavoratori a rischio licenziamento e il relativo indotto. Una trattativa che è iniziata ieri ma si protrarrà fino al 31 ottobre – e non al 31 marzo, come inizialmente voleva l’azienda – data di addio della Whirlpool dal sito campano. C’è da dire che anche tre mesi fa l’azienda aveva avuto un ripensamento rispetto alla volontà di cessione immediata del sito campano. Stavolta la tregua è più lunga ma deve necessariamente generare una risposta vera. Sette mesi di tempo non sono così tanti, vista anche la difficile congiuntura economica, ma è ciò che i sindacati e il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, sono riusciti a ottenere facendo insieme muro. Patuanelli ha imputato ai vertici della multinazionale comportamenti «inaccettabili», ma ha anche dovuto ammettere, davanti ai sindacati, di non avere armi: «Se una azienda decide di non continuare la produzione per insostenibilità economica non esistono strumenti normativi coercitivi che possano impedirle di chiudere un’attività».


Whirlpool, si spera nell’accordo di programma


L’azienda non sembra disponibile a fare passi indietro sullo stabilimento di Napoli

Poche buone nuove dal vertice al Ministero dello sviluppo economico sul destino di Whirlpool a Napoli. I vertici aziendali, infatti, chiarito quanto andava chiarito, dopo le dichiarazioni delle scorse settimane del governo che avevano fatto ipotizzare una retromarcia della multinazionale degli elettrodomestici. Lo stop alla procedura di chiusura/cessione del sito campano non presuppone alcun passo indietro, come aveva invece fatto balenare lo stesso presidente del consiglio, Giuseppe Conte. L’azienda, al tavolo con il governo, la regione Campania e i sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, ha piuttosto confermato quanto nessuno avrebbe voluto sentirsi dire, vale a dire che la scelta di lasciare Napoli è dettata da pure strategie di mercato, non essendo più sostenibile la produzione di lavatrici in quel sito. Insomma, detto così parrebbe tutto deciso per il peggio per i circa 420 dipendenti dello stabilimento. Qualche luce, però, si intravede. La regione Campania ha infatti messo sul tavolo 20 milioni di euro su un possibile accordo di programma su formazione, ricerca e innovazione, una ipotesi cui guardano con interesse anche i sindacati, in particolare l’Ugl. A fronte di questa situazione, nelle prossime settimane partiranno dei tavoli tecnici per le verifiche del caso, mentre è già in calendario un nuovo incontro plenario, al momento fissato per il 20 gennaio, salvo novità, si spera positive.


Whirlpool: un problema solo rimandato


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La notizia di ieri, la decisione presa dalla multinazionale Whirlpool di bloccare la cessione del sito di Napoli, non può che rallegrarci e farci tirare un sospiro di sollievo per la sorte dell’azienda e soprattutto dei dipendenti, più di 400, ai quali occorre aggiungere quelli dell’indotto. Ma, occorre dirlo, la questione è seria e non può essere liquidata in modo semplicistico. Vinta – grazie alla tenacia dei lavoratori – questa prima battaglia, ora, attraverso una trattativa che si preannuncia molto complessa, bisogna anche riuscire a vincere la guerra, ovvero garantire un futuro solido al sito produttivo. Dal canto suo Whirlpool è stata piuttosto chiara: se da un lato l’azienda ha preso la decisione di non interrompere subito la produzione e quindi non avviare la procedura di licenziamento collettivo, per “rilanciare un dialogo costruttivo”, d’altra parte ha ribadito che “va cercata una soluzione condivisa, a fronte di una situazione di mercato che rende insostenibile il sito”. Quindi, nonostante i toni trionfalistici di Patuanelli e del governo, il problema non è stato affatto risolto, ma solo rimandato al prossimo marzo, quando l’azienda comunque lascerà il sito, come ben sanno dipendenti e rappresentanti sindacali, che, infatti, non hanno revocato lo sciopero che oggi ha portato per le strade di Napoli migliaia di persone a protestare per il diritto al lavoro. La vicenda Whirlpool, al di là del singolo caso, sebbene importante, è emblematica perché rappresenta la situazione economica generale. Le vertenze irrisolte sono infatti centinaia e l’esecutivo dovrebbe affrontarle con un’assertività e una lungimiranza che al momento facciamo fatica a riscontrare. Occorre un progetto solido per interrompere il processo di deindustrializzazione in atto nel Paese, che attanaglia in particolare il Mezzogiorno. Un progetto fatto di politiche infrastrutturali ed energetiche, che incentivi le aziende ad investire ed a restare, un progetto che contempli soluzioni innovative e coraggiose volte a semplificare la burocrazia e alleggerire la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese, altrimenti, in un mondo globalizzato, non si riuscirà ad interrompere il processo costante delle delocalizzazioni. Insomma, non basta cercare di rattoppare una diga pronta a crollare di fronte all’alluvione incombente. L’impressione, invece, è che al momento non si riesca ad andare oltre schemi sorpassati: qualche sussidio per tamponare qua e là, per dilazionare un declino che non si riesce o non si vuole affrontare e che non si potrà certamente invertire attraverso le misure deboli messe in atto dal governo, che raschiano il fondo del barile con balzelli volti a racimolare le ultime risorse degli italiani, senza invece realizzare quel cambio di passo significativo, vigoroso, radicale, ormai necessario e non più rinviabile.