Rischio licenziamenti per i dipendenti


In caso di rifiuto a vaccinarsi: Guariniello e Ichino sostengono questa tesi. Allarme nel sindacato confederale

La gestione dell’emergenza Covid-19 nel mondo del lavoro si arricchisce di un nuovo capitolo di confronto. Secondo alcuni illustri giuslavoristi, su tutti l’ex magistrato Raffaele Guariniello e l’ex parlamentare Pietro Ichino, il rifiuto del lavoratore a sottoporsi alla vaccinazione anti Covid-19 potrebbe comportare addirittura la risoluzione del contratto di lavoro per giusta causa. Una interpretazione forte che lega la profilassi alla necessità del datore di lavoro di dotare il lavoratore di tutti i dispositivi di protezione individuale, compreso quindi il vaccino. In altri termini, e per semplificare, il rifiuto del lavoratore a vaccinarsi potrebbe essere equiparato al rifiuto di indossare un dispositivo di protezione individuale. Il tutto, secondo Ichino, agirebbe anche in assenza di un obbligo di legge specifico, in quanto è sufficiente l’articolo 2087 del codice civile. Insomma, una questione che rischia di diventare molto spinosa che sta già allarmando i sindacati. Si ricorda come, in pieno lockdown, Cgil, Cisl, Uil e Ugl si sono tenuti intorno ad un tavolo – virtuale in quel caso – per definire le regole per la ripresa delle attività produttive, in generale e in settori specifici. È chiaro che con l’arrivo delle prime scorte di vaccino, il confronto è destinato a riaprirsi in tempi molto rapidi, proprio per evitare possibili equivoci o situazioni fuori controllo.


In Italia primo vaccino ad un’infermiera


La somministrazione è in programma per il 27 dicembre allo Spallanzani
In Italia, le prime dosi del vaccino Pfizer-BioNTech contro il coronavirus saranno somministrate ad una infermiera, un operatore socio sanitario, una ricercatrice e due medici dell’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma. La somministrazione del vaccino è in programma il 27 dicembre. Non si tratta di una data casuale: in quello stesso giorno, come richiesto espressamente dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inizieranno anche i piani vaccinali degli altri Paesi dell’Unione europea. Obiettivo: lanciare un segnale d’unità. «Dopo la giornata del 27, intorno al 30 o al massimo ai primi giorni di gennaio partirà la vera e propria campagna vaccinale che interesserà operatori sanitari e lavoratori e ospiti delle Rsa, perché questi ultimi sono tra i più esposti a sviluppare complicanze fatali dell’infezione», ha precisato ieri il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, a SkyTg24. Intanto dall’Unione europea arrivano delle rassicurazioni per quanti temono che il vaccino non sia sicuro: «La rapidità con cui abbiamo approvato il vaccino non compromette minimamente la sua sicurezza: abbiamo cercato di fare il più in fretta possibile ma senza alcun compromesso sulla salute», ha detto la commissaria Ue alla Salute, Stella Kyriakides, in un’intervista a La Repubblica. «L’Europa vince la sfida se lo facciamo tutti», ha aggiunto.


Abbiamo un piano?


Il commissario, Domenico Arcuri, ha detto che sarà pronto per le prossime settimane. In Germania il ministero della Salute lo ha già dato a Lander e Comuni

Non lasciamoci incantare dalla diatriba sulla percentuale di efficacia dei tre vaccini (Pfizer-Biontec, Moderna e Oxford-Astrazeneca) che si stanno contendendo la battaglia di tutte le battaglie: sconfiggere il Covid-19. E nemmeno da quella sulla obbligatorietà o meno della vaccinazione. Una cosa sola è certa: la luce della speranza ormai è accesa, è solo questione di tempo: tra dicembre e gennaio uno di questi vaccini sarà pronto. Noi, in Italia, lo saremo? Il Commissario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, ha illustrato ieri in Commissione bilancio alla Camera alcuni punti del piano per la vaccinazione anti-Covid che dovrà essere pronto nelle prossime settimane e che prevede un punto di «conservazione e somministrazione» dei vaccini anti-Covid ogni 20-30mila cittadini. A parte il fatto che mancano i vaccini antinfluenzali, e non solo in Lombardia, e che il piano per potenziare gli ospedali per contrastare meglio il virus nella seconda ondata è in ritardo di sei mesi (decreto a maggio, bando della Presidenza del Consiglio 1° ottobre, decine di aziende aspettano ancora il via libera per iniziare i lavori in ospedale) come denunciato oggi in un dettagliato articolo del quotidiano La Stampa, è davvero difficile riuscire a credere che l’Italia sarà in grado, come sostenuto dallo stesso Arcuri, che entro settembre 2021 gran parte della popolazione sarà vaccinata. Ma il piano dovrà tenere conto di 4 variabili: distribuzione (a carico dell’azienda produttrice o dello Stato acquirente?), temperatura di conservazione, modalità di somministrazione, intervallo temporale tra la prima e la seconda dose. E poi le risorse: i vaccini vanno acquistati, le risorse saranno sufficienti alla luce di decine di milioni di persone da raggiungere? Organizzarsi per tempo, una chimera per l’Italia Paese dei ritardi, ma qualcuno lo ha fatto: in Germania, oltre ad aver già stabilito le regole per le festività natalizie, il ministero federale della Salute ha delineato come la vaccinazione deve essere somministrata in una raccomandazione di 24 pagine, molto dettagliate, per i Länder e i comuni, e nei quali si è già stabilito che nelle prossime settimane saranno istituiti centinaia di centri in tutta la Germania.

Come ha scritto lo stesso settimanale tedesco «chi riuscirà per primo a distribuire un vaccino sarà il primo a porre fine alle serrate, ad aprire scuole e ristoranti e a dare impulso all’economia».


Coronavirus, avviati colloqui UE-Moderna


Pre-accordo per 160 milioni di dosi

Forse si comincia a intravedere la luce in fondo al tunnel, a livello mondiale ed europeo. Con l’arrivo delle prime dosi dei vaccini anti-Covid – attese a breve, ma i tempi sono ancora da stabilire con precisione – si potrà tornare gradualmente alla normalità. La Commissione europea, infatti, ha avviato gli accordi con Moderna, la casa farmaceutica che ieri ha annunciato un’efficacia del 94,5% del vaccino che sta testando. La trattativa, fa sapere il portavoce della Commissione europea, Stefan De Keersmaecker, riguarda «la fornitura di 160 milioni di dosi ma ora continuiamo con le negoziazioni e dobbiamo vedere come tradurre questa intenzione in contratto». Negli Stati Uniti sono già stati prodotti «diversi milioni di dosi», ha riferito il ceo di Moderna, Stéphane Bancel. Una boccata di ottimismo, comunque, come sembra suggerire anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, intervenendo ad un evento dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung: «Credo che il prossimo anno riusciremo a trovare una via d’uscita» dall’emergenza sanitaria. Ottimismo che però si scontra anche con i numeri di oggi. Nel mondo si registrano oltre 55 milioni di contagi, mentre i decessi da inizio pandemia sono 1.328.685, secondo il bollettino aggiornato della Johns Hopkins University. Negli Stati Uniti la situazione resta preoccupante. Nel paese si è superata la soglia delle 247 mila vittime da Covid-19 (a fronte di più di 11 milioni di casi), nel dettaglio sono 247.202 i decessi secondo i dati della Johns Hopkins University. L’area che registra il maggior numero di vittime è quella di New York, seguita da Los Angeles.


Coronavirus, un italiano su due ha dubbi sul vaccino


Lo rivela un’indagine condotta dall’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica

Alcuni ministri del governo italiano hanno assicurato nei giorni scorsi che le prime dosi di vaccino contro il coronavirus saranno disponibili entro la fine dell’anno. Quanti, però, sono gli italiani disposti a vaccinarsi senza esitare? Non moltissimi, in realtà. A rivelarlo è un sondaggio realizzato dall’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica, il centro di ricerca che si occupa di psicologia dei consumi nella salute e nell’alimentazione, coinvolgendo un campione di 1.000 italiani, rappresentativo della popolazione italiana. Dal sondaggio emerge che oltre il 48% degli intervistati si è mostrato esitante di fronte alla prospettiva futura di assumere un vaccino contro l’epidemia in corso. A preoccupare sarebbe, in particolare, la sicurezza del vaccino: circa un italiano su due teme che il vaccino potrebbe non essere testato in maniera adeguata. Il dato è in crescita rispetto a maggio, quando la percentuale degli italiani indecisi o contrari si era attestata al 40,5%. Non ci sono grosse differenze a livello territoriale – la quota degli indecisi oscilla dal 48% del Nord-Ovest al 50% del Centro, del Sud e delle Isole –, mentre emerge una crescente diffidenza verso il vaccino tra gli under 35. Tra i più giovani, infatti, gli esitanti sono il 49%. A maggio erano il 34%. Le altre due fasce sono rimaste più stabili, anche se si è rilevato un aumento nel numero degli esitanti over 55, da 35 a 44%.