FATTO IN CASA


Un vaccino “made in Italy”? Il Governo convoca Farmindustria

Prima se ne parlava da mesi, adesso il tentativo di passare ai fatti. Produrre i vaccini contro il Covid anche in Italia: l’ipotesi sarà esplorata giovedì al Mise quando si incontreranno il ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. Oggetto dell’incontro: mettere a fuoco l’iter della produzione. In un’intervista al quotidiano La Stampa, Scaccabarozzi oggi ha già anticipato i problemi: «Qualcosa si può fare, ma bisogna vedere con quali autorizzazioni e in che tempi». Il presidente di Farmindustria si è detto intenzionato a spiegare «che si tratta di una missione delicata. Se anche trovassimo i bioreattori necessari ci vorrebbero 4-6 mesi dal momento della loro attivazione per ottenere i vaccini». Il rischio con una “produzione fatta in casa” è quello di arrivare dopo le consegne delle dosi già ordinate. Tuttavia una pianificazione nazionale sarebbe sicuramente utile in vista di altre epidemie. Ma, per Scaccabarozzi, ad una serie di precise condizioni: «garanzie» per chiunque decidesse di produrre ora e «uno snellimento di autorizzazioni e ispezioni». «Basti pensare – è scritto in un articolo de Il Sole24Ore – che oggi i tempi medi tra l’ordine e l’effettiva funzionalità di un impianto sono di 22-24 mesi, di cui 14-18 mesi per la fase produttiva e gli altri legati a installazione e validazione da certificatori esterni». Certo, parte del problema è anche l’UE, ne è convinto persino un europeista della prima ora come il prof. Romano Prodi, a La7: «A me piace un’Europa coesa ma non perdente. Siccome noi non abbiamo ancora le tecnologie interne per produrre, le dobbiamo prendere da chiunque le ha e cominciare la produzione di vaccini in tutti i Paesi che possono produrli». Tra le accuse principali mosse alla Commissione – finita sul banco degli imputati anche il 5 febbraio scorso anche in occasione di una riunione di delegati del Wto – vi è stata quella di aver perso tempo prezioso per tirare sul prezzo dei vaccini e in questo modo indurre le case farmaceutiche a dare priorità ad altri committenti. Bruxelles paga 12 euro per ogni dose del vaccini Pfizer, mentre Israele avrebbe accettato un costo di 47 dollari «a persona». E se è la stessa von der Leyen a dire che il problema «è la nostra dipendenza da alcune materie prime provenienti solo da una manciata di produttori» e «esclusivamente dall’estero», ciò che conviene fare è presto chiaro.