USA-Cina, prosegue il dialogo


Al via oggi il secondo giorno di colloqui dopo la ripresa delle trattative tra l’amministrazione statunitense e il governo cinese per trovare un accordo che possa raffreddare la guerra commerciale tra i due Paesi. Oggi il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, incontrerà infatti il presidente cinese Liu He direttamente alla Casa Bianca, lasciando trasparire una distensione dei toni tra le parti. Una notizia positiva che si aggiunge al commento che il presidente USA ha rilasciato su Twitter in seguito alla prima tranch di colloqui, avvenuta ieri tra la delegazione guidata dal rappresentate per il Commercio Robert Lighthizer e dal vicepremier He: «I negoziati con la Cina sono andati molto bene», ha scritto infatti il tycoon. Segnali che hanno incoraggiato gli investitori, con le borse asiatiche e europee che in mattinata hanno registrato forti rialzi: Tokyo in chiusura ha registrato una crescita dell’1,15%, mentre Parigi e Milano viaggiavano intorno all’1%. Meglio Francoforte vicina al 2%, mentre Londra continua a pagare le incertezze sulla Brexit, rimanendo intorno al quarto di punto. C’è forte attesa quindi per l’esito dei colloqui, soprattutto ora che le aspettative su un accordo sono leggermente più alte rispetto alla vigilia.


Di Maio difende il Made in Italy


«Difenderemo le nostre imprese, il made in Italy, le nostre eccellenze. Non faremo sconti, metteremo le nostre forze per aumentare la capacità di esportare e non diminuire le esportazioni», così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante la conferenza stampa congiunta con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo. «I dazi ci preoccupano molto – ha aggiunto -. Le aziende italiane hanno bisogno di certezze». L’Italia è un paese sovrano, ha invece detto Pompeo, il quale però ha poi spiegato che la Cina ha un approccio predatorio negli scambi commerciali, negli investimenti ed è quindi una minaccia comune».


Usa-Cina, Trump ottimista


«Speriamo che entrambe le parti possano lavorare insieme e agire significativamente per creare condizioni commerciali a sostegno di questo tipo di cooperazione». Così il ministro del commercio cinese Gao Feng riferendosi alla diatriba commerciale con gli Stati Uniti e annunciando che le società cinesi hanno fatto acquisti notevoli di maiale e soia senza pagare alcuna tariffa aggiuntiva. «La Cina vuole disperatamente concludere un accordo – ha detto il presidente Trump -. Potrà accadere prima di quanto pensiate. Sapete perché? Perdono posti di lavoro, la loro catena di approvvigionamento va molto male e le imprese lasciano la Cina per trasferirsi altrove, anche negli Stati Uniti».


Da Riad schizza il prezzo del petrolio


Una serie di attacchi con droni sono stati sferrati sabato contro due istallazioni petrolifere della Aramco, la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita. Nonostante i bombardamenti siano stati subito rivendicati dai ribelli houthi, che fronteggiano i sauditi in Yemen sostenuti dall’Iran, ci sono ancora molti dubbi su chi sia effettivamente il responsabile: gli Stati Uniti puntano il dito contro Teheran che a sua volta respinge le accuse. Ad essere colpiti sono stati gli impianti di produzione di Khurais e la raffineria di Buqyak, con quest’ultimo che, con una capacità di lavorazione di sette milioni di barili al giorno, è il più importante sito petrolifero di questo tipo al mondo. Dimezzata, di conseguenza, la produzione saudita di petrolio: secondo le stime, con l’attacco si sono persi cinque milioni di barili al giorno, quasi il 5% della produzione giornaliera mondiale (da sola l’Arabia Saudita esporta il 10% delle forniture globali). Riad ha comunque assicurato che con le riserve riuscirà a garantire gli impegni presi per circa due mesi, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha autorizzato l’uso delle riserve strategiche per evitare shock. Intanto sono state immediate le ripercussioni sui mercati, con i benchmark londinese e nordamericano, il Brent del Mar del Nord e il West Texas Intermediate, che all’avvio delle contrattazioni hanno registrato crescite dei prezzi superiori anche al 15% (+15,5% per il WTI e +19.5% per il Brent), registrando il maggior aumento giornaliero dal 1988, ovvero da quando sono stati introdotti i future.