Terremoto nel Mar Egeo, paura a Smirne

Epicentro a largo di Samos, magnitudo 6,7

Un terremoto di magnitudo 6,7 è stato registrato oggi a largo dell’isola greca di Samos, nel Mar Egeo, con epicentro a 17 chilometri da Smirne, in Turchia. E proprio a Smirne diversi edifici sono crollati e un numero imprecisato di persone si trova sotto le macerie. Un primo bilancio, provvisorio, parla di quattro morti e tre feriti non gravi. Diverse squadre sono impegnate nelle attività di ricerca e soccorso. Il sisma è stato inoltre avvertito in diverse province turche, compresa Istanbul. «Siamo accanto ai nostri cittadini colpiti dal terremoto con tutti i mezzi del nostro stato. Abbiamo avviato le necessarie attività nella regione con tutte le istituzioni e i ministeri interessati», ha scritto su Twitter il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. La scossa di terremoto è stata poi avvertita anche ad Atene, capitale della Grecia, che si trova a circa 300 chilometri di distanza dall’epicentro. Alla luce dell’evento sismico, il primo ministro greco, Kyriakos Mītsotakīs, ha posticipato l’annuncio televisivo sulle nuove misure restrittive contro il Covid-19, in programma per le 15, per fare il punto della situazione. La scossa di terremoto, si apprende, ha fatto crollare la parte anteriore della chiesa della Panagia Theotokou a Karlovassi, una delle località turistiche dell’isola di Samos. A Vathi, altro centro isolano, sono crollate delle case disabitate. Le prime informazioni dall’isola riferiscono di alcuni feriti, tra i quali una donna che si troverebbe in gravi condizioni.

Amatrice chiama Genova

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sono passati più di due anni dal sisma che, durante la notte del 24 agosto 2016, ha sconvolto il Centro Italia, terremoto poi seguito da altre scosse fino al 2017, provocando nel complesso 11.000 sfollati, 388 feriti e 303 vittime. La situazione in quelle zone è tuttora drammatica e non si è neanche vicini ad un ritorno alla normalità. Meno della metà delle macerie sono state rimosse ed ancora oggi il paesaggio è deturpato dai detriti. Ci sono migliaia di persone senza casa, che non hanno ricevuto le spettanti soluzioni per l’emergenza, né tantomeno abitazioni definitive. Anche le strutture pubbliche da ricostruire, come le scuole, sono moltissime ed altrettante quelle da mettere in sicurezza. Insomma, c’è il concreto rischio che queste aree un tempo fiorenti si trasformino in un deserto, costringendo chi può ad abbandonarle definitivamente e chi è costretto a restare, gli anziani soprattutto, a vivere in uno stato di perenne emergenza. Nelle scorse ore due sindaci, quello di Camerino, Gianluca Pasqui, e quello di Amatrice, Filippo Palombini, hanno manifestato la propria indignazione, chiedendo al nuovo Governo di fare di più. Il primo cittadino di Amatrice ha addirittura affermato di non voler più ricevere in veste istituzionale i rappresentanti dell’Esecutivo. Una posizione dura, molto più dura rispetto quanto riservato al passato governo, reo di aver mal gestito, sin dall’inizio, un’emergenza che dura ormai da più di due anni. Ma la drammaticità della tragedia avvenuta nel Centro Italia impone di non pensare a diatribe politiche ed a rimpalli di responsabilità. I partiti a quel tempo al Governo hanno già pagato nelle urne il prezzo dei propri errori e delle proprie inefficienze. Ora ai gialloblu spetta il compito di rimboccarsi le maniche per risolvere la situazione e molti invocano per le zone colpite dal sisma un Commissario con poteri speciali, una figura simile a quella che si vorrebbe trovare per Genova. Già l’ipotesi di un super-commissario che dovrebbe bypassare le norme sugli appalti per procedere speditamente alla ricostruzione nella città ligure sta scatenando attriti con l’Europa. Stessa cosa accadrebbe nel caso in cui si decidesse di nominare un’analoga figura per la gestione post-sisma del Centro Italia. Al Governo, già sotto costante attacco da parte di opposizione e media, in patria come all’estero, soprattutto a Bruxelles, si chiedono, di nuovo, scelte coraggiose, per marcare una differenza rispetto al passato anche a costo di rischiare. Un azzardo forzare le regole Ue, un dovere, poi, mostrare di averle forzate nella massima correttezza e solo al fine del bene pubblico. Ma del resto richiede coraggio il poter restare in piedi, è il caso di dirlo, tra le rovine: i nostri concittadini del Centro Italia hanno bisogno di soluzioni, tutto il resto è secondario.

Bilancio ad un anno dal terremoto del Centro Italia

Siamo ad un anno dalle scosse di terremoto che il 26 e il 30 ottobre del 2016 hanno devastato il Centro Italia, precisamente Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, e il bilancio non può essere definito positivo.
Tra proclami e promesse, i numeri parlano chiaro: secondo i dati della Protezione Civile, ad oggi sono ancora 6.486 le persone assistite. Di queste 4.652 si trovano in strutture alberghiere, di cui 2.256 sul proprio territorio e 2.396 in altre località. Altre 1.034 hanno trovato accoglienza nel proprio Comune nei moduli container allestiti nei mesi scorsi dalla Protezione civile, 800 sono ospitati negli alloggi realizzati in occasione di terremoti del passato in Umbria, Marche e Abruzzo e in altre strutture comunali.
Dopo la scossa del 24 agosto era stato stimato un fabbisogno di circa 1.100 “casette”, un numero più che triplicato dopo i successivi eventi sismici di ottobre e di gennaio 2017: ad oggi sono state ordinate 3.702 Sae in 50 comuni. Ad oggi sono state consegnate ai sindaci 1.054 casette: 436 ad Amatrice, 188 ad Accumoli, 215 in Umbria, 214 nelle
Marche ed una a Torricella Sicura (TE). Attualmente sono in corso lavori in 126 aree di cui 25 in Abruzzo, 16 nel Lazio, 58 nelle Marche e 27 in Umbria. Milioni di tonnellate di macerie private ancora da rimuovere e ritardi nella consegna delle casette bloccano la ricostruzione.
«Confermo, con tutte le difficoltà, le strozzature burocratiche, l’impegno del Governo non solo per l’emergenza ma per essere al fianco delle popolazioni colpite, che devono restare in quei luoghi perché lì ci sia vita», ha detto il premier Paolo Gentiloni.
Ma secondo il report dell’Osservatorio per la ricostruzione di qualità promosso da Fillea-Cgil e Legambiente per monitorare la ricostruzione delle aree del Centro Italia «la ricostruzione al palo a un anno dagli eventi sismici». Alla vigilia del secondo inverno, il ritardo è gravissimo e riguarda tanto le scuole quanto la consegna delle soluzioni abitative d’emergenza. Solo una scuola realizzata sulle 108 da ricostruire previste da due piani straordinari approvati dal Commissario straordinario alla ricostruzione, e un’altra è in costruzione. Mentre su 3.570 casette richieste complessivamente nelle quattro regioni colpite, quelle consegnate sono 995, discostandosi di solo 59 unità rispetto ai dati della Protezione civile.
Ci si interroga sulle cause ancora non molto chiare di questi ritardi: basti sapere che il compito di coordinare la realizzazione delle casette è della Protezione Civile, mentre quello di coordinare la realizzazione delle scuole è della Struttura del Commissario straordinario. La progettazione esecutiva delle opere, che spetta a Regioni e Comuni, in diversi casi andata molto a rilento. Le responsabilità sembrano interessare tutta la complessa catena di comando, non sempre chiara. Insomma, il male è sempre nella burocrazia, mentre migliaia di persone passeranno un altro gelido e triste inverno guardando i loro paesi ancora diroccati e irriconoscibili.
Non si può dire che lo Stato, la Protezione Civile e i Vigili del fuoco abbiano mai abbandonato quei territori, per non parlare dei sindaci quotidianamente in prima linea risolvere migliaia di problemi.
Ma c’è ancora molto, troppo, da fare.

Per Unimpresa in Italia mezzo milione di immobili sono in dissesto

di Claudia Tarantino

Ad un anno dal terremoto che ha distrutto un’ampia area del centro Italia e dopo una settimana di discussioni e polemiche circa l’abusivismo che avrebbe contribuito ai crolli causati dal sisma di Ischia dello scorso 21 agosto, arriva la denuncia di Unimpresa: nel nostro Paese c’è quasi mezzo milione di immobili in dissesto, parzialmente o totalmente inutilizzabili.

“Si tratta di 452.410 costruzioni classificate, secondo i parametri catastali, come degradati o, più dettagliatamente, collabenti. Il rapporto rispetto agli edifici sani, che in totale sono 62.861.919, è pari allo 0,72%”.

Già il fatto che l’Italia sia uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo per la sua particolare posizione geografica desta forti preoccupazioni, soprattutto alla luce dei drammi che puntualmente si verificano ad ogni movimento del suolo, anche se di ‘modesta’ entità.

Poi c’è la questione dell’abusivismo edilizio e dell’uso di cemento impoverito che mette maggiormente a rischio la vita di chi vive in abitazioni costruite senza rispettare non solo i criteri antisismici, ma anche le più basilari norme di sicurezza.

Ora, si aggiungono i dati sugli immobili in dissesto che evidenziano come le nostre città siano letteralmente piene di edifici pericolanti, diroccati, lesionati, fatiscenti, che suscitano quindi ulteriori preoccupazioni per la nostra sicurezza.

Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Corte dei Conti e dell’Agenzia delle Entrate aggiornati al 2015, “sono 10 le province più a rischio, la maggior parte situate nel Sud del Paese, ma spiccano alcune realtà del Nord Ovest (in Piemonte e Val d’Aosta): Frosinone, Cosenza, Cuneo, Benevento, Foggia, Aosta, Siracusa, Piacenza, Verbanio Cusio Ossola, Vibo Valentia”.

Ciò non significa che nelle altre province si possano dormire sonni tranquilli, perché – sempre secondo lo studio dell’associazione – “in tutto il resto del Paese si contano 345.848 costruzioni degradate e 58.393.439 edifici ‘sani’, con un rapporto dello 0,58%”.

Tuttavia, a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, al di là delle preoccupazioni sul versante della sicurezza, – come sottolinea il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, gli immobili catastalmente rovinati rappresentano anche “una possibile fonte di sviluppo dell’economia, per il settore dell’edilizia e per tutto l’indotto, dall’arredamento agli accessori”.

Per Ferrara “bisogna insistere anche per quanto riguarda la valorizzazione di alcuni beni sul fronte artistico e culturale, con tutto quello che se ne può trarre anche per il turismo”.

Tabella-immobili-degradati-Unimpresa

Emergenza sismica, l’Italia è ad alto rischio

di Claudia Tarantino

Che nel nostro Paese il rischio sismico sia elevato è ormai noto da tempo.
Così come è risaputo, e avvalorato da diversi studi e ricerche, che circa 21,5 milioni di italiani risiedono in zone ad elevato rischio sismico, con ben 12 milioni di abitazioni realizzate senza l’utilizzo di tecniche costruttive antisismiche.

Eppure, quando si verifica un terremoto, anche di ‘modesta’ entità come quello del 21 agosto ad Ischia, quasi ci si meraviglia dei danni provocati, purtroppo non solo in termini di edifici crollati o lesionati, ma soprattutto per l’inaccettabile perdita di vite umane.

E mentre incalza la polemica sugli abusi edilizi e sui materiali scadenti che sarebbero stati utilizzati nelle costruzioni, che nel caso specifico di Ischia vede da un lato la Protezione Civile e il Consiglio Nazionale dei Geologi puntare il dito e dall’altro i sindaci dei comuni interessati negare ogni nesso, le misure per la prevenzione che sarebbero – con il beneplacito di tutti – l’unica strada per non ritrovarsi periodicamente con il fiato sospeso per le sorti di chi rimane intrappolato nelle macerie, a fare la conta dei danni e a sborsare miliardi per la ricostruzione, restano lettera morta e non trovano spazio nell’agenda di Governo.

Si sa che nel nostro Paese la cultura della prevenzione passa innanzitutto dal sostegno pubblico all’iniziativa privata. Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi spaziano da 6 a 850 miliardi di euro in funzione dell’ampiezza degli interventi.
Cifre enormi, ma comunque inferiori ai costi provocati dai terremoti, senza contare ovviamente il prezzo inaccettabile ed incommensurabile di vite umane.

La Protezione Civile ha calcolato in quasi 150 miliardi di euro i danni diretti degli eventi sismici negli ultimi 40 anni. L’Ordine degli Ingegneri ha stimato oneri per 121 miliardi tra il 1968 e il 2014 con una media di 2,6 miliardi l’anno. Uno studio dell’Ance (associazione dei costruttori) indica i 3,5 miliardi l’anno i costi per la mancata prevenzione.

E’ di fondamentale importanza, però, anche la sensibilizzazione dei cittadini a verificare la qualità della propria casa. Perché, non dimentichiamo che in Italia si è costruito sugli argini dei fiumi, a ridosso delle scogliere, alle pendici dei vulcani, anche là dove leggi e buon senso non lo avrebbero permesso e, in molti casi, lo si è fatto di fretta, utilizzando materiali e tecniche di scarsa qualità e senza prevedere alcun accorgimento antisismico, perché l’atteggiamento predominante è quello di costruire e attendere un condono che presto o tardi arriverà.

Per dare un’idea della portata del fenomeno sull’isola di Ischia, il quotidiano Repubblica sottolinea che “sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni, 4.408 delle quali risultavano ancora da evadere ad aprile dello scorso anno. Numeri che raccontano di un patto sottotraccia, una contiguità malata tra interesse pubblico e privato”.

Anche il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha ammesso che “bisogna essere in grado di mettere in sicurezza sismica il nostro Paese perché spendiamo più di 3 miliardi all’anno per riparare i danni del terremoto, quindi vale la pena investire in prevenzione”.

Ma poi ci sono casi, come quello della Campania, dove le demolizioni, prospettate dallo stesso Delrio come unico deterrente alla speculazione edilizia, vengono bloccate da una legge anche nelle zone vincolate.

Da qui, dunque, la necessità di interventi più seri perché, nonostante lo Stato abbia messo a disposizione con il cosiddetto ‘Sismabonus’ incentivi fiscali per le spese sostenute dai privati per la messa in sicurezza delle proprie abitazioni, ci sono ‘cattive abitudini’ che nemmeno la promessa di un rimborso può estirpare.

Terremoto a Ischia

di Claudia Tarantino

“A un anno dal sisma dell’Italia centrale riviviamo di nuovo il dramma del terremoto, che stavolta ha colpito Ischia”. Così il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto, dà notizia dell’evento sismico che ha interessato la zona tra l’isola e la costa flegrea ad una profondità di 5 chilometri e conferma quanto il nostro Paese sia “estremamente vulnerabile dal punto di vista dei rischi geologici, non solo rischio sismico, ma anche vulcanico e idrogeologico”.

Erano le 20.57 di ieri sera quando la terra ha iniziato a tremare. Una scossa più forte, di magnitudo 4.0, ed altre 14 di minore intensità hanno messo in ginocchio l’isola, in particolare i comuni di Casamicciola e Lacco Ameno, più vicini all’epicentro e, quindi, maggiormente interessati dai crolli.

Il bilancio provvisorio è di due donne morte (si tratta di due anziane rimaste uccise sotto le macerie, una delle quali colpita dai calcinacci della chiesa di Santa Maria del Suffragio a Casamicciola) e di 39 feriti, tra cui uno gravissimo.

I Vigili del Fuoco sono a lavoro per trarre in salvo l’ultimo dei tre fratellini rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa, dopo aver estratto vivi i genitori, il figlio più piccolo, di 7 mesi, ed il secondo fratello, con grande commozione di tutti.

I turisti, numerosissimi in questo periodo, stanno lasciando velocemente l’Isola, accalcandosi all’imbarco dei traghetti per Napoli, che sono stati potenziati.

L’ospedale Anna Rizzoli di Lacco Ameno, in un primo momento evacuato, è pienamente funzionante e tutti i pazienti sono rientrati nella struttura a seguito delle positive verifiche statiche sull’edificio.

Il Capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha comunicato che gli sfollati “sono in tutto circa 2.600”, 2000 su Casamicciola e 600 su Lacco Ameno.

Nelle prime tre ore dopo il sisma, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia aveva parlato di magnitudo 3.6. Un valore considerato da subito troppo basso alla luce dei crolli e della devastazione causati dal terremoto. Dopo mezzanotte, la magnitudo calcolata sulla base della durata dell’evento è arrivata a 4.0.

Ad ogni modo, si tratta comunque di un valore di modesta entità rapportato ai diversi danni provocati a palazzi ed edifici e al black out causato in alcune zone dell’Isola.

E’ la nota del presidente dell’Ordine dei geologi della Campania, Egidio Grasso, che risponde all’interrogativo principale: “Non è normale che un terremoto di 3,6 determini crolli di edifici ed evacuazione di ospedali. Le cause potrebbero essere ricercate negli effetti di amplificazioni sismiche locali o nelle costruzioni abusive realizzate senza alcuna verifica sismica”.

Dello stesso parere anche l’ex magistrato Aldo De Chiara, Procuratore aggiunto di Napoli fra il 2007 e il 2012 e coordinatore della sezione tutela del territorio che, intervistato dal Corriere della Sera, sottolinea come “con l’abusivismo non si scherza, altrimenti queste sono le conseguenze”. Il Pm spiega che Ischia “è gravata da una serie di vincoli e tutte le costruzioni degli ultimi anni sono in gran parte fuori legge. Entro i 500 metri dal mare c’è un vincolo di inedificabilità assoluta”.

Una scossa che tutto sommato può considerarsi ‘modesta’, quindi, ha fatto tanti danni “per ciò che abbiamo detto in questi anni e che è emerso dalle indagini. In molti casi è stato accertato che viene utilizzato cemento impoverito. E noi avevamo lanciato l’allarme sul rischio di crolli anche in caso di scosse non particolarmente forti. Purtroppo quello che denunciavamo è successo ieri sera”.

Ma De Chiara va oltre e aggiunge anche che “il dibattito sull’abusivismo è viziato dalla necessità di incoraggiare la ripresa edificatoria. Capita, per esempio, che le regioni varino provvedimenti per il riuso dei sottotetti. Ma la trasformazione in mansarda spesso avviene a discapito della sicurezza”.
“Più in generale, – sottolinea – il fenomeno è tollerato dalla politica per motivi clientelari”. Inoltre, “accertato un illecito bisognerebbe demolire, ma se queste misure non le dispone la magistratura non si fanno. E anche quando c’è una sentenza – rileva – sono difficili da attuare. Le ruspe si possono attivare solo se arriva il finanziamento e l’unico abilitato a chiederlo è il Comune. Se c’è un sindaco che si muove, come a Licata, viene pure sfiduciato”.

I sei sindaci dei comuni di Ischia, però, non sembrano dello stesso avviso e in una nota congiunta “deplorano le notizie false relative a presunti danni e crolli in tutta l’isola e alle inesistenti connessioni tra l’evento sismico e i fenomeni legati all’abusivismo edilizio, rilevando che i crolli circoscritti alla zona colpita, hanno interessato per lo più strutture antiche e risalenti tra le quali finanche una chiesa già distrutta dal terremoto del 1883 e poi riedificata”.

Sicuramente, come sempre accade quando si verificano eventi di tale portata, seguiranno giorni di discussioni e polemiche sulle possibili cause, sulle presunte responsabilità, sull’efficacia dei soccorsi e sulla velocità o meno della ricostruzione, “ma – come sottolineato dal Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto, – quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”.
“Si è parlato di tante cose, – aggiunge – dall’informativa alle popolazioni alle lezioni nelle scuole, dal fascicolo del fabbricato alle assicurazioni sui fabbricati, dal rifinanziamento della carta geologica a quello per la micro zonazione sismica fino alla necessità di abbattere le case abusive, come ribadito ieri anche dal Ministro Delrio”.

Ma, per l’appunto, se ne è solo ‘parlato’.