Capodanno, crolla la spesa per il cenone (-32%)


Secondo la Coldiretti si attesta a circa 65 euro a famiglia

Secondo le ultime stime della Coldiretti, la spesa per il cenone di fine anno crollerà a 65 euro in media a famiglia, riportando un crollo del 32% rispetto allo scorso anno. A pesare, spiega l’associazione di categoria, soprattutto le restrizioni imposte dalle misure anticovid che, oltre ad eliminare i pasti nelle strutture ricettive, impatteranno negativamente anche sulle feste private e sui tradizionali veglioni. In media, secondo l’analisi, le persone presenti al cenone si ridurranno infatti a quattro, contro le nove di un anno fa. Solo tre milioni di cittadini non rinunceranno a festeggiare con parenti e amici. Per quanto riguarda invece la settimana di Natale, stando alle rilevazioni di Fida Confcommercio, le vendite di prodotti alimentari sono aumentate del 20%.


Con la seconda ondata 10 miliardi di spesa in meno nel IV trimestre


Lo stima la Confesercenti

Secondo la Confesercenti, nel quarto trimestre la seconda ondata del coronavi brucerà tra gli otto e dieci miliardi di spesa delle famiglie per i consumi. «Una settimana fa – spiega l’associazione di categoria – stimavamo che le nuove restrizioni avrebbero comportato una riduzione dei consumi di 5,8 miliardi di euro. Ciò sotto l’ipotesi che le misure potessero essere rimosse già alla fine della prima settimana di novembre, senza dunque impatti sulle spese natalizie. La stima però deve ora essere rivista in senso pessimistico».


Senza occupazione non c’è vera crescita


di Claudia Tarantino

La ‘ventata’ di ottimismo portata dalle stime Istat, secondo cui l’indice anticipatore, che è una sorta di ‘spia’ di ciò che accadrà nei prossimi mesi, “mantiene un’intonazione positiva, segnando un rafforzamento delle prospettive di crescita”, seppur aspettata da tutti non sembra avere tuttavia, fuori dai calcoli, un riscontro nella vita reale.

Il quadro economico del nostro Paese, infatti, non è costituito solo di consumi, investimenti, affari, ma comprende anche le difficoltà delle famiglie ad arrivare a fine mese e dei disoccupati a trovare nuovi impieghi.

L’auspicio di tutti, ovviamente, è che la nostra economia possa finalmente registrare quello slancio di cui necessita per la crescita del Paese e l’aumento dell’occupazione. Ma, per conseguire questo risultato, il Governo non può solo aspettare che si verifichino coincidenze astrali particolari o che, come nel caso di oggi, sia il quadro internazionale, caratterizzato dalla crescita dell’economia statunitense e dell’area euro, ad avere un’influenza positiva anche sull’Italia.

E’ lo stesso Istituto di Statistica a spiegare che l’economia italiana accelera se “sostenuta da una crescita diffusa tra i settori produttivi e dall’aumento dell’occupazione”.

Non è sufficiente, quindi, che si sia registrato “un aumento più marcato degli investimenti fissi lordi (+0,7%)” determinata principalmente “dal recupero della spesa per macchine, attrezzature e altri prodotti (+0,6%) e, in misura maggiore, di quella per mezzi di trasporto (+8,2%)”.

Né tantomeno si può parlare di una vera crescita dell’occupazione se, spulciando i dati, viene fuori che “l’aumento degli occupati registrato a luglio è dovuto, in via esclusiva, alla componente maschile (+0,6%, 86 mila unità in più)”, mentre è sceso il numero delle donne a lavoro (-0,3% -28 mila unità) o che “il tasso di occupazione è salito al 58% (+0,1%)” con un aumento per tutte le classi di età, ad esclusione però di quella 35-49 anni, per cui rimane stabile.

Da notare, inoltre, che anche se a luglio l’Istat ha stimato gli occupati in crescita dello 0,3% rispetto al mese precedente, il tasso di disoccupazione giovanile è in crescita della stessa percentuale in confronto a giugno, attestandosi al 35,5%.


Spesa sanitaria, nel 2016 stangata da 150 milioni


di Claudia Tarantino

Con la pubblicazione del report dell’Istat relativo al periodo 2012-2016, si torna a fare i conti con la spesa sanitaria italiana.

Aumenti sono stati registrati sia nella componente pubblica, che rappresenta il 75% della spesa totale, con 149.500 milioni di euro spesi nel 2016 (+ 1% rispetto al 2015), sia in quella privata, che si attesta al 22,7% della spesa totale, pari a 37.318 milioni complessivi, e che è passata dai 2.395 euro pro-capite del 2012 ai 2.466 euro del 2016.

Insomma, da qualsiasi prospettiva vengano visti, questi dati non nascondono certo la ‘stangata’ della spesa sanitaria nel nostro Paese, sostenuta sia dalla pubblica amministrazione, per una cifra pari al 6,7% del Pil, sia dalle famiglie, che raggiungono il 2,0 % del Prodotto Interno Lordo. Senza dimenticare poi che sono proprio le famiglie a sostenere direttamente il 90,9% della spesa sanitaria privata.

Dovrebbe consolarci, però, il fatto che in Italia la spesa sanitaria è più bassa di altri Paesi, come Gran Bretagna, Francia e Germania, dove gli abitanti spendono tra i 3 e i 4 mila euro pro-capite, contro i 2.404 euro ‘sborsati’ dagli italiani. Fatto sta che è più che evidente anche la differenza di qualità dei servizi offerti negli altri Stati rispetto al nostro.

Il “Sistema dei conti della Sanità italiana” realizzato dall’Istat analizza anche la suddivisione per voci di spesa del servizio pubblico. La spesa per l’assistenza sanitaria, per la cura e per la riabilitazione, nel 2016, risulta essere pari a 82.032 milioni di euro, con un’incidenza del 54,9% sul totale della spesa e del 4,9% del Pil. La seconda componente è quella per prodotti farmaceutici e altri apparecchi terapeutici, con 31.106 milioni di euro e una quota pari al 20,8% del totale.

Infine, mentre la pubblica amministrazione ripartisce la spesa soprattutto tra beni e servizi erogati dagli ospedali (57,3%) e dagli ambulatori (17,7%), la spesa diretta delle famiglie per la maggior parte è destinata a beni e servizi forniti da farmacie e altri fornitori di presidi medici (38,9%) e agli ambulatori (35,4%).