SPECIALE 1° MAGGIO – Amministrazione pubblica

Investire sulla scuola aiuta a ridurre la precarietà nel mondo del lavoro. Tre proposte per valorizzare il lavoro dei dipendenti dello Stato e di tutti gli enti pubblici. Giovani e donne stanno pagando più di altre categorie gli effetti negativi della pandemia

I primi atti del governo Draghi sembrano aver impresso un nuovo corso allo sviluppo del settore pubblico. La volontà appare proprio quella di voler investire sul capitale umano della pubblica amministrazione, come se il datore di lavoro pubblico sia stato colpito da un fulmine, da una vera e propria epifania psicologica, e che di colpo si sia reso conto che non investendo, il capitale, come in qualsiasi impresa, a lungo andare non potrà che deperire e a risentirne sarà sempre la qualità del prodotto. Quel che serve alla pubblica amministrazione, ma il discorso è da estendere anche alle partecipate, senza le quali soprattutto a livello locale sarebbe impossibile garantire i servizi essenziali, è una modifica strutturale del lavoro pubblico finalizzata ad un vero e proprio rinnovamento che si basi su tre punti qualificanti: una attività di alta formazione, dedicata a tutti i livelli e le qualifiche del personale in servizio; una riorganizzazione del lavoro e un aggiornamento tecnologico necessario per snellire e velocizzare l’azione della pubblica amministrazione; una implementazione degli organici, accompagnato dalla possibilità di migliorare la propria posizione, premiando il merito. In un tale scenario, la scuola è destinata a giocare un ruolo centrale. Le politiche scolastiche non possono, però, più essere intese come assiomi definiti e quasi intoccabili; esse necessitano di una vitalità che pone continui dubbi e un mettersi in gioco continuo. E questo vale per tutti gli attori chiamati a forgiare le leve del domani, per tutta l’istituzione scuola nel suo complesso. La struttura educativa stessa, basata su cicli definiti, ha necessità di una maggiore fluidità tra gli stessi in modo che la crescita dello studente sia armonica e potenzialmente aderente alle caratteristiche stesse della persona. Un percorso complessivo che dovrà servire a superare l’attuale dicotomia esistente che finisce per penalizzare, soprattutto, i giovani e le donne. La mancanza di lavoro sommata all’evento pandemico ha privato l’attuale generazione under 35 del diritto alla speranza nel futuro perché ha dato loro la certezza che vivranno peggio dei loro genitori a dispetto però di un’evoluzione tecnologica che fa passi da gigante. La formazione e l’orientamento sono importantissime ma sono nulle se non si crea nuova occupazione, occorre adottare una serie di misure concrete per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. La cultura può essere un formidabile volano di occupazione, ma servono anche strumenti di conciliazione veramente efficaci per non lasciare tutto il peso della famiglia sulle donne.

SPECIALE 1° MAGGIO – Ritorno al futuro

Industria oltre la crisi
La pandemia da Covid-19 ha evidenziato la fragilità del comparto industriale del nostro Paese; molte crisi, però, vengono da lontano: la Fiat a Termini Imerese, Ilva di Taranto e Genova, la ex Lucchini di Piombino, la Thyssengroup di Terni, Whirpool di Napoli. In Campania e in Puglia la crisi degli stabilimenti di Aerostrutture del gruppo Leonardo e le aziende dell’indotto è stata amplificata dalla pandemia e dalla crisi del trasporto aereo con la riduzione del 85% dei voli per tutte le compagnie aeree mondiali. Crisi storica anche per Piaggio Aereo tra Genova e la provincia di Savona, e infine la Embraco di Riva di Chieri (Torino), azienda del gruppo Whirpool per produzione di compressori di frigoriferi. Questi sono solo alcuni esempi delle crisi di aziende produttive italiane e moltissime altre sono in attesa di soluzione attraverso la mediazione del Ministero dello sviluppo economico, dove sono oltre 160 le crisi aziendali che aspettano una risposta. Dietro queste crisi ci sono centinaia di migliaia di lavoratori e famiglie che aspettano una sicurezza occupazionale che finora non hanno avuto. L’Italia è un paese manifatturiero e ancora oggi siamo il secondo in Europa dopo la Germania, ciò non di meno stiamo perdendo fette importanti sui mercati interni e internazionali data la concorrenza spietata da parte dei paesi emergenti.

La transizione possibile
Uscire dalla crisi significa anche puntare sull’innovazione, sulla digitalizzazione dei processi produttivi e della pubblica amministrazione, in un’ottica di semplificazione, e sulla transizione green. Il tema dell’innovazione rappresenta una costante nell’ambito delle programmazioni comunitarie, in quanto non esiste settore di crescita e sviluppo territoriale, sociale ed economico che non sia interessato da processi di innovazione e ricerca. Conseguentemente, l’Accordo di partenariato della prossima programmazione dovrebbe supportare prioritariamente il trasferimento tecnologico e il rafforzamento delle reti tra ricerca e impresa, nell’ambito di una nuova strategia di politica industriale. Ricerca e sviluppo che ritroviamo anche nella digitalizzazione e nella transizione verde. Non possiamo considerare la transizione ecologica senza lo sviluppo dell’economia circolare, attraverso la riduzione degli sprechi, in particolare dell’acqua, valorizzando l’economica degli scarti, spostando l’attenzione della catena produttiva dalla raccolta e gestione di rifiuti verso l’inizio della stessa, perfezionando così il design e la progettazione. Sul versante energetico, servono politiche fiscali adeguate, per la ristrutturazione edilizia, la modernizzazione delle reti, la mobilità sostenibile, l’innovazione.

SPECIALE 1° MAGGIO – Infrastrutture necessarie

La tradizione
Il progresso di una Nazione passa da sempre sulla qualità e quantità di innovazione che si dedica alle infrastrutture. Le infrastrutture sono il sistema circolatorio del sangue di uno Stato: se la loro fluidità è continua e capillare, lo Stato si alimenta e cresce; dove le mancanze di cura portano a intervalli di comunicazioni, si arriva molto facilmente al collasso del progresso e alla morte del sistema. Al progresso e all’innovazione delle infrastrutture chiaramente è proporzionalmente conseguenziale l’organizzazione e l’adeguatezza dei trasporti che ne beneficiano. Sono oltre 80, le grandi opere già finanziate, ma rimaste incagliate per ragioni diverse, spesso connesse alla burocrazia: sono decenni che si parla del ponte sullo Stretto di Messina (che è da realizzazare), mentre, quando si vuole, si costruisce in pochi mesi il nuovo viadotto di Genova sulle ceneri dell’ex ponte Morandi. Fra le cose da fare, terminare i progetti ferroviari dei corridoi europei, potenziare gli interporti, completare la rete autostradale, collegare mar Tirreno e mar Adriatico con l’alta velocità, fare della pianura Padana il più grande hub della logistica europea. Serve anche una compagnia di bandiera, una rinnovata Alitalia, capace di competere sui mercati internazionali, con flotta e personale adeguati.

L’innovazione
Lo sviluppo delle infrastrutture immateriali, ovvero l’insieme di interventi finalizzati alla creazione di reti tecnologiche pubbliche e private che consentono l’accesso delle Istituzioni, delle imprese e dei cittadini ad una serie di servizi che possono essere di pertinenza della Pubblica amministrazione, di business o servizi sociali territoriali, rappresenta lo snodo portante dell’intero processo. Di conseguenza lo sviluppo delle reti di telecomunicazioni è condizione necessaria per consentire un’adeguata digitalizzazione del Paese, in linea con quanto previsto dal programma paneuropeo Digital Europe nell’ottica del Mercato unico, innovazione e agenda digitale. L’emergenza legata al Covid-19 ha messo sotto stress le infrastrutture (in particolare la rete di telecomunicazioni) a causa dell’improvviso aumento della domanda di servizi digitali, evidenziando reazioni diverse nelle aziende e nella P.A. in relazione sostanzialmente a due fattori: gli investimenti pregressi realizzati o meno nella digitalizzazione e le aree territoriali di appartenenza. I cinque pilastri da cui partire (connettività, competenze, alfabetizzazione, integrazione, digitalizzazione Pa) dovrebbero essere accompagnati da ingenti risorse nella cybersecurity, per innalzare il livello di sicurezza dei dati sensibili di cittadini e aziende.

SPECIALE 1° MAGGIO – Relazioni importanti

Il mondo del lavoro sta cambiando velocemente, fra piattaforme web e Multinazionali

Già prima della pandemia, il mondo del lavoro stava cambiando; il Covid-19 ha imposto novità con una velocità inimmaginabile prima. Si pensi, a titolo di esempio, allo smart working che, da fenomeno di nicchia, è diventato uno strumento con una ricaduta sociale enorme che porterà a rivedere la stessa organizzazione delle città. Il mondo del lavoro, da quando la Rete è diventata accessibile a tutti, ha generato nuove concezioni di lavoro e di professioni; tipologie completamente inedite e inimmaginabili sino a qualche decennio fa. In questo contesto di galoppante digitalizzazione, unito a una crisi mondiale, si è sviluppata l’economia digitale o meglio la ormai nota a tutti Gig Economy, il cui termine “gig” si fa risalire addirittura allo scrittore statunitense Jack Kerouac per indicare un lavoro saltuario. in Italia siamo abituati a chiamarlo lavoretto, un’attività – teoricamente – poco impegnativa che non richiede una formazione specifica e che può essere svolta in un ristretto arco temporale, in buona sostanza dei lavori contrapposti a quelli che identifichiamo come tradizionali. Nasce così, quella che oggi è l’economia tra le più recenti e discusse, che comprende un’ampia ed eterogenea tipologia di settori, accomunati tutti dalla fornitura e dallo scambio di beni e servizi, attraverso l’uso di una piattaforma web. In una descrizione semplificata del fenomeno, i proprietari di una piattaforma digitale assumono il ruolo di intermediari, tra chi riceve un servizio (il consumatore finale) e il lavoratore (identificato come Gig worker). In Italia, l’attenzione per la Gig Economy, si è polarizzata, soprattutto sulla condizione dei lavoratori del food delivery, con la discussione relativa all’inquadramento autonomo o subordinato. La Ugl, con la sottoscrizione del contratto collettivo con Assodelivery, ha indicato la strada da percorrere. Le piattaforme rappresentano, altresì, uno spezzone importante dell’universo delle Multinazionali. Quelle più tradizionali di queste non sembrano brillano per responsabilità sociale, questione che attiene anche ad una parte del sistema creditizio, soprattutto nel momento in cui si impone al personale dipendente di porre in essere comportamenti aggressivi. La chiave di volta, in tutti questi casi, è nel rafforzamento delle relazioni industriali. Torna quindi di attualità, e non potrebbe essere altrimenti, la necessità di dare attuazione all’articolo 46 della Costituzione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Un concetto, quello della partecipazione, che parte da Mazzini e Corridoni per arrivare ai nostri giorni.

SPECIALE 1° MAGGIO – Sud, ultima occasione

Lo Stato deve assicurare il rispetto della legalità in tutto il territorio

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha fra gli indirizzi prioritari anche quello di accorciare la distanza esistente tra nord e sud d’Italia. Partendo da questo concetto, l’Unione Generale del lavoro, in particolare nelle sue tappe del tour che si svolte nelle regioni meridionali, ha ricordato come il Mezzogiorno sia indietro in tutti gli indicatori economici, sociali e occupazionali. Il sud contribuisce per appena il 25% del prodotto interno lordo pur avendo un terzo della popolazione residente in Italia, con il tasso di occupazione che arriva anche a venti punti in meno rispetto al resto d’Italia. Le diseguaglianze economiche e sociali hanno poi avuto una ripercussione nella scuola, con il tasso di abbandono scolastico è pari al 18% nel mezzogiorno. Nel frattempo, si registra un forte calo della natalità, mentre rimane aperta la questione femminile. Appare quindi del tutto evidente che il contesto è drammatico, aggravato da una crisi pandemica dalla quale si esce solamente con uno sforzo unitario al fine di garantire una ricostruzione che rappresenta veramente l’ultima chiamata per il sud. Ultima chiamata che passa anche da ruolo che il nostro Paese e il Mezzogiorno in particolare possono avere nel Mediterraneo, che può e deve rappresentare una risorsa, ben al di là della pur pressante questione connessa ai flussi migratori. Una questione, quest’ultima, che richiama l’impellente necessità che lo Stato riprenda il controllo del territorio, cosa che vale per tutto il Paese, affinché la legalità non resti una chimera.

SPECIALE 1° MAGGIO – La grande bellezza

Il ruolo dello Stato nella attività di promozione sui mercati internazionali è fondamentale. La lotta alla contraffazione diventa decisiva: ogni anno vanno in fumo 24 miliardi di euro

Turismo, made in Italy, agroalimentare sono fra loro strettamente interconnessi. Uno trae linfa vitale dagli altri. Il turismo italiano, come del resto il sistema economico italiano, è caratterizzato da dimensionamento aziendale piccolo e micro. Questo rappresenta la sua forza e, contemporaneamente, la sua debolezza. Stando così le cose, à lo Stato a dover sostenere le politiche di promozione del turismo che non possono fare le microimprese, oltre a realizzare le infrastrutture materiali ed immateriali necessarie. Servirebbe un piano strategico di marketing internazionale; sostenere l’adeguamento delle competenze delle imprese turistiche e della cultura dell’ospitalità, realizzando un modello italiano di qualificazione delle aziende del turismo; adottare un piano per la diversificazione e l’incremento dell’offerta turistica italiana, attingendo all’immenso patrimonio culturale ed ambientale. Fondamentale è anche la digitalizzazione dell’offerta turistica italiana e la connessione tra turismo e promozione dei prodotti italiani, nel settore agroalimentare e non solo. I prodotti di qualità rappresentano, unitamente alle bellezze del territorio (l’Italia è ancora il primo Paese al mondo per siti Unesco), un formidabile volano di promozione. Ma il made in Italy è costretto a subire la concorrenza sleale data dalla contraffazione dei marchi con un impatto economico stimato in circa 24 miliardi di euro all’anno e ripercussioni sul mondo del lavoro nell’ordine di quasi 100mila addetti in nero. Senza contraffazione, il numero di occupati crescerebbe dello 0,6%, con un incremento di produzione e di reddito annui pari a 19,4 miliardi di euro: ciò si tradurrebbe in una crescita del prodotto interno lordo nazionale per oltre 7 miliardi. In questo senso, il coinvolgimento e la responsabilizzazione della grande distribuzione organizzata all’interno della filiera agroalimentare italiana, pesca compresa, è un obiettivo fondamentale al fine di tutelare il valore e il lavoro nel settore, soprattutto considerando il suo potere nella determinazione dei prezzi, l’essere lo sbocco principale dei prodotti alimentari, agricoli e ittici, rendendolo attore principale nella tutela dei redditi da lavoro del settore, anche nell’ottica del contrasto a reati quali l’agropirateria e il caporalato. Fondamentale sarà anche la partita del contrasto alla proposta europea del Nutriscore o etichetta a semaforo, che mina fortemente la qualità dei prodotti alimentari del made in Italy, promuovendo messaggi nutrizionali fuorvianti che renderebbero i nostri prodotti d’eccellenza nocivi per la salute.