Istat: l’economia non osservata vale 211 miliardi di euro


È la somma dell’economia sommersa e di quella illegale

In Italia l’economia non osservata che comprende il sommerso e l’economia illegale, vale 118 miliardi di euro con un incidenza sul PIL dell’11,9%. Una cifra enorme, che risulta però in calo rispetto all’anno prima quando si attestava a 213,9 miliardi di euro (-1,3%) ed era pari al 13% del PIL. La diminuzione, spiega l’Istat, è legata al calo che ha interessato il valore aggiunto sommerso da sotto-dichiarazione (-2,9 miliardi di euro rispetto al 2017) e da utilizzo di input di lavoro irregolare (-1,7 miliardi) mentre risultano in crescita le altre componenti residuali (+1,4 miliardi). L’economia illegale, spiega ancora l’Istituto nell’analisi, ha segnato un aumento contenuto in valore assoluto, con un’incidenza che è rimasta ferma all’1,1%.

 


Evasione, sommerso e irregolarità varie pesano sul lavoro


L’Ispettorato si affretta ogni volta a chiarire che il tasso di irregolarità risente di una attività ispettiva a monte, per cui non può essere esteso semplicemente a tutte le aziende, però si tratta sempre di un numero impressionante: nel 70% delle aziende visitate dagli ispettori del lavoro si sono riscontrate delle irregolarità in merito alla posizione lavorativa dei propri dipendenti. In valori assoluti, parliamo di oltre 98mila aziende su un totale di poco superiore a 144mila aziende ispezionate nel corso del 2018. Clamoroso il dato relativa alla vigilanza previdenziale posta in essere dagli ispettori dell’Inps: 14.001 aziende irregolari su 14.726 ispezioni, a conferma di come oggi l’Istituto ha in mano tutte le carte per mappare il sommerso previdenziale quasi fino all’ultimo euro. L’attività ispettiva ha portato alla scoperta di circa 163mila lavoratori irregolari, con oltre 42mila lavoratori totalmente in nero. L’attività ispettiva dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’Inps e dell’Inail ha permesso un recupero di contributi e di premi assicurativi evasi pari ad un miliardo e 356 milioni di euro. Completano il quadro una serie di attività ispettive, in capo sempre all’Ispettorato nazionale del lavoro relative alla gestione della cassa integrazione, ai patronati, ai contratti di solidarietà ed altre tipologie, che hanno riguardato oltre 22mila aziende, per un totale che sale quindi ad oltre 166mila visite ispettive.


Sommerso: Inps ed Inail truffate per 7,5 milioni di euro


Quando arrivano i carabinieri, le magagne escono fuori. Ricordando che le ispezioni sono precedute da una attività di intellingence per individuare i settori più a rischio, fa comunque impressione leggere che nel 68% delle aziende si sono riscontrate irregolarità. Le attività imprenditoriali sospese per la presenza di lavoratori in nero sono state 1.879; le persone denunciate all’Autorità giudiziaria sono state 5.287, quelle tratte in arresto poco meno di quaranta.


190 mld euro: il danno dell’economia sommersa


Nel 2015 abbiamo realizzato circa 208 miliardi di euro, pari al 12,6% del Pil, soldi interamente proveniente dall’economia sommersa. Una beffa se si pensa al governo a caccia di 5,1 miliardi di euro di maggiori entrate da portare in dote alla legge di bilancio.
Quante riforme potremmo fare con 208 miliardi di euro? Quanti ammortizzatori sociali e quanto welfare in più potremmo finanziare, quante tasse in meno potremmo pagare? Il fenomeno è noto e ben consolidato nel paese: non solo crimine e malaffare, ma soprattutto economia e lavoro nero.
Il rapporto Istat sull’economia “non osservata” spiega in dettaglio che il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco più di 190 miliardi di euro, mentre quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 17 miliardi di euro. Ciò significa che su 208 mld ne potremmo utilizzare ben 190, se il nostro sistema fiscale – e la relativa riscossione – fosse diverso da come è oggi e se invece di scoraggiare, incoraggiasse a uscire dal cono d’ombra.
Se poi si viene a sapere che l’incidenza della componente non osservata dell’economia sul Pil, che aveva registrato una tendenza all’aumento nel triennio 2012-2014 (quando era passata dal 12,7% al 13,1%), ha segnato nel 2015 una brusca diminuzione, scendendo di 0,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente, forse viene da pensare che la crisi è arrivata anche lì.
Ma entriamo nel dettaglio. Nel 2015 la quota relativa alla sotto-dichiarazione valeva il 44,9% del valore aggiunto (circa 2 punti percentuali in meno rispetto al 2014). Il resto è attribuibile per il 37,3% all’impiego di lavoro irregolare (35,6% nel 2014), per il 9,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8,2% alle attività illegali (rispettivamente 8,6% e 8,0% l’anno precedente). I settori dove il sommerso ha un ruolo più evidente sono le ‘Altre attività dei servizi’ (33,1% nel 2015), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (24,6%) e le Costruzioni (23,1%).Tutte attività che sfuggono alla tassazione.
Le dichiarazioni inferiori al dovuto hanno – sul complesso del valore aggiunto – un peso maggiore nei Servizi professionali (16,2% nel 2015), nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,8%) e nelle Costruzioni (12,3%). All’interno dell’industria, l’incidenza risulta relativamente elevata nel comparto della Produzione di beni alimentari e di consumo (7,7%) e contenuta in quello della Produzione di beni di investimento (2,3%).
La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare è maggiore nel settore degli Altri servizi alle persone (23,6% nel 2015), dove è principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’Agricoltura, silvicoltura e pesca (15,5%).