«L’inattività fisica aumenta il rischio di ammalarsi gravemente di Covid»

Lo studio ha coinvolto un campione di oltre 48mila persone

L’inattività fisica aumenta le probabilità di ammalarsi gravemente (e morire) di Sars-CoV-2. A stabilire questa connessione è uno studio del centro medico Kaiser Permanente in California, Stati Uniti, pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, sottolineando che l’inattività fisica è un fattore di rischio, secondo solo all’età avanzata. Lo studio ha coinvolto 48.440 pazienti, che si sono ammalati di Covid-19 nel periodo compreso tra il gennaio e l’ottobre del 2020, con un’età media di 47, tutti in sovrappeso e il 62% dei quali era di sesso femminile. Altri dettagli sul campione: la metà non soffriva di nessuna patologia precedente, il 18% ne aveva soltanto una e il 32% ne aveva due o più di due. L’analisi ha evidenziato che le persone inattive, considerate tali perché praticavano meno di 10 minuti di esercizio a settimana, avevano rispetto a chi era stato classificato come “un po’ attivo” – attività fisica settimanale al di sotto dei 149 minuti – un rischio maggiore del 20% di essere ricoverato in ospedale, un rischio maggiore del 10% di richiedere cure intensive e un rischio maggiore del 32% di morire.

«Nell’Ue, Italia prima per il sovraffollamento carcerario»

A renderlo noto è il rapporto “Space” del Consiglio d’Europa

Quelle italiane sono le carceri più sovraffollate dell’Unione europea. A renderlo noto è il rapporto “Space” del Consiglio d’Europa, che monitora annualmente la situazione nelle carceri dei Paesi membri: il Consiglio d’Europa (da non confondere con il Consiglio europeo) è un’organizzazione di difesa dei diritti umani, democrazia e Stato di diritto, che include 47 Stati, tra cui 27 membri dell’Unione europea. Secondo i dati del rapporto, aggiornato alla fine del gennaio del 2020, in Italia, c’erano 120 detenuti per ogni 100 posti. Pur detenendo il primato, il nostro Paese non è l’unico membro dell’Unione ad avere un problema con il sovraffollamento carcerario. Il Consiglio d’Europa denuncia che, a livello Ue, nello stesso periodo, in Belgio c’erano 117 detenuti per ogni 100 posti, in Francia e Cipro 116, in Ungheria e Romania 113, in Grecia e Slovenia 109. In assoluto, tra gli stati membri del Consiglio d’Europa, questo record negativo spetta alla Turchia, con 127 carcerati per ogni 100 posti e dove secondo i dati ci sono in media 11 detenuti per ogni cella (in Italia, questa media è del 1,9). Secondo Marcelo Aebi, professore responsabile del rapporto “Space”, l’Italia potrebbe risolvere il problema del sovraffollamento carcerario riducendo le pene e costruendo più prigioni, anche perché «le amnistie, come quella del 2006, non risolvono il problema».

«Nel 2020, torna a diminuire l’aspettativa di vita nell’Ue»

Lo ha reso noto l’Eurostat, sottolineando che in Italia è stato registrato uno dei cali più marcati

Nel 2020, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea, è tornata a diminuire l’aspettativa di vita, dopo anni di costante crescita. A certificarlo è l’Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea, sottolineando che quello registrato in Italia – nel nostro Paese l’aspettativa di vita è diminuita di 1,2 anni, passando da 83,6 del 2019 a 82,4 anni – è stato uno dei cali più marcati registrati nell’Ue. La diminuzione maggiore è stata rilevata in Spagna, dove il calo è stato di 1,6 anni rispetto all’anno precedente: nel Paese iberico, un bambino nato nel 2020 potrebbe aspettarsi di vivere 82,4 anni, meno quindi rispetto agli 84 anni del 2019. Ciò significa, puntualizza l’Eurostat, che l’aspettativa di vita è tornata al livello registrato nel 2010. A seguire, nella graduatoria che classifica i Paesi in base ai cali più marcati, Bulgaria (-1,5), Lituania, Polonia e Romania, con -1,4 anni. In Germania e Francia, l’Eurostat ha registrato rispettivamente un calo di 0,2 e 0,7 anni. Invariati, invece, i dati di Cipro e Lettonia mentre aumenta, seppure di poco (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

Coronavirus: la “variante brasiliana” è più letale tra i giovani

A confermarlo sarebbe uno studio internazionale (ancora preliminare) condotto su mezzo milione di casi

Un nuovo studio proverebbe la maggiore pericolosità (sia perché più contagiosa, sia perché più letale) della cosiddetta “variante brasiliana” del Sars-CoV-2. Specialmente tra gli under 50. La ricerca, ancora preliminare e pubblicata sulla rivista MedRxiv, è stata realizzata dalla Federal University of Paraná (Curitiba, Brazil), dal Cincinnati Children’s Hospital Medical Center (Cincinnati, Ohio, Stati Uniti) e dall’Università di Verona. A condurlo sono stati diversi autori, tra cui il direttore della sezione di Biochimica clinica nell’ateneo veronese, Giuseppe Lippi, oltre a Maria Helena Santos de Oliveira e Brandon Michael Henry. Se confermati, i dati sarebbero un’ulteriore conferma della necessità di un’accelerazione delle campagne vaccinali, che in molti casi procedono a rilento. Lo studio ha considerato un campione abbastanza ampio – circa 500mila casi di Covid-19, tutti registrati nello Stato del Paraná, nel Brasile meridionale –, mettendo a confronto le diagnosi fatte nel febbraio 2021, quando la variante P.1 – ovvero la “variante brasiliana” – è diventata praticamente endemica e comunque con diffusione superiore al 70% e nel gennaio 2021, quando la variante P.1 era poco (o per niente) diffusa. Secondo l’analisi, in tutte le fasce di età la variante P.1 è associata ad una mortalità maggiore. L’aumento del tasso di decessi è notevolmente marcato – fino a tre volte, osserva chi ha condotto lo studio – tra i pazienti con un’età compresa tra i 20 e i 29 anni. «Pur preliminari, questi risultati sono stati ripresi da molti organi di stampa negli Stati Uniti e Inghilterra, e suggeriscono la necessità di instaurare un sistema di monitoraggio costante della diffusione delle varianti di Sars-CoV-2, aggiungendo enfasi alla necessità di procedere celermente con le vaccinazioni, affinché si possa minimizzare il rischio che ceppi particolarmente virulenti (come P.1 o B.1.351, cioè la variante “Sudafricana”) possano insorgere e diffondersi nella popolazione», ha osservato Giuseppe Lippi, citato dall’agenzia di stampa Adnkronos.

«Nel 2020, crollo significativo per i matrimoni e le unioni civili»

A riferirlo è l’Istat, aggiungendo che l’anno scorso i matrimoni sono stati 96.687, pari al 47,5% in meno rispetto al 2019

«Significativo». L’Istat commenta così il «crollo» dei matrimoni e delle unioni civili celebrate nei comuni italiani durante il 2020. L’anno scorso i matrimoni sono stati 96.687, pari al 47,5% su base annua, confermando un calo in atto dall’anno precedente. «A diminuire sono soprattutto i matrimoni religiosi (-68,1%) ma anche quelli civili registrano una perdita di quasi il 29%».
La pandemia ha inciso moltissimo, ovviamente: tra gennaio e febbraio 2020, l’Istat ha registrato un aumento percentuale dei matrimoni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari al 10,7% in più. Una performance trainata «probabilmente da un effetto calendario del mese di febbraio» che nel 2020 contava un giorno in più. «È con l’inizio di marzo che si assiste a una drammatica inversione di tendenza», osserva l’Istat, riferendo i dati che permettono di comprendere la portata del fenomeno. Le misure restrittive, introdotte tra marzo e maggio 2020 per limitare i contagi – tra le altre cose, le restrizioni prevedevano la sospensione delle cerimonie civili e religiose, limitazioni alla mobilità delle persone, divieto di organizzare eventi –, hanno avuto un impatto devastante, causando il crollo dei matrimoni di circa l’81% rispetto allo stesso trimestre del 2019. Il calo ha riguardato tanto i matrimoni religiosi quanto, seppure in misura minore, quelli civili: per entrambi la diminuzione è stata rispettivamente del 96,6 e del 70,4%. Dalla metà di maggio, con l’allentamento di alcuni divieti, è stato registrato un «effetto di ripresa solo per i matrimoni civili», pur restando «ben sotto la media mensile del 2019 (-65,1%)». Tra giugno e settembre – una «fase di transizione», la definisce l’Istat –, mesi caratterizzati da una graduale «riapertura di tutte le attività commerciali e dei movimenti sul territorio nazionale», non c’è stato «un significativo recupero dei matrimoni rimandati a causa del lockdown». Il motivo? Probabilmente la causa va individuata nella «persistenza di regole restrittive sulle modalità di celebrazione (limite agli assembramenti, numero contenuto di partecipanti consentiti per evento, obbligo di uso di dispositivi di protezione in luoghi chiusi), le limitazioni ai viaggi internazionali, nonché il sopraggiungere delle prime difficoltà economiche». Tutti fattori che «hanno indotto verosimilmente le coppie a rimandare il matrimonio a periodi più favorevoli», ipotizza l’Istat.

«Sette italiani su dieci disposti a vaccinarsi contro il coronavirus»

Lo rivela l’Istat, sottolineando che rimane alta la paura del contagio e che l’utilizzo della mascherina è un’abitudine ormai diffusa tra quasi tutta la popolazione

Sette italiani su dieci sono disposti a vaccinarsi contro il coronavirus. Nove su dieci sostengono che l’emergenza sanitaria sarà superata, anche se occorrerà un po’ di tempo. Escono poco da casa e indossano quasi tutti la mascherina, sia all’aperto che al chiuso, se in presenza di persone non conviventi. Questi sono solo alcuni dei dati che emergono da un rapporto dell’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, che analizza i comportamenti e le opinioni degli italiani nel corso della seconda ondata di contagi, tra dicembre 2020 e gennaio 2021, a quasi un anno di distanza dall’inizio della pandemia e nelle prime settimane della campagna vaccinale, avviata il 31 dicembre. E proprio i vaccini sono stati uno dei temi affrontati dall’ISTAT nel corso dell’indagine. «Ai cittadini è stato chiesto di esprimere la loro posizione rispetto alla seguente affermazione “Se un vaccino Covid-19 diventa disponibile ed è consigliato, lo farei”, utilizzando una scala da 1 a 7 dove uno significa completamente in disaccordo e 7 assolutamente d’accordo». Sottolineando che non sono emerse «differenze significative in base alle caratteristiche individuali o al territorio», l’ISTAT ha riferito che il 70,3% degli italiani ha espresso un punteggio dal 5 in poi, dicendosi d’accordo. Resta altissima, del resto, la paura del contagio: il 93,2% ha espresso preoccupazione, con il 27,6% che ha confessato di essere molto preoccupato dall’eventualità di contrarre il virus. Il rispetto delle misure restrittive introdotte dal governo diventa così uno strumento utile per ridurre le probabilità di contagio. In confronto «al pieno lockdown», è cresciuta la quota di persone maggiorenni uscita in un giorno medio della settimana – il 28% contro il 58,3% –, «ma si è ben lontani dalla normalità descritta dalle indagini Istat dell’Uso del tempo libero (oltre il 90% della popolazione esce di casa in un giorno medio)». Quando escono, gli italiani indossano quasi tutti la mascherina: il 93,2% ne «fa sempre uso» quando si trova in luoghi aperti mentre il 5,9% lo fa spesso. L’84% le usa sempre, anche in luoghi al chiuso, in presenza di persone non conviventi. Resta, infine, molto alta la fiducia che italiani ripongono nel personale medico e paramedico e nella Protezione civile.