«La pandemia ha creato una spaccatura intergenerazionale»


Un millennial su due vuole penalizzare i più anziani nell’accesso alle cure

L’emergenza sanitaria avrà tantissime conseguenze. Tanto dal punto di vista economico quanto quello sociale. Un esempio? Migliaia saranno i posti di lavoro che andranno persi, causando un aumento della quota di popolazione che soffre di depressione. Un rapporto del CENSIS-Tendercapital – La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19 – ha rivelato un’altro effetto: dai risultati dell’indagine emerge che la pandemia ha alimentato il conflitto tra le generazioni in materia di benessere economico ed accesso alle cure sanitarie. Da una parte gli over 65, dall’altra chi ha meno di 40 anni. Il 49,3% dei millennials – termine che indica quella fascia di popolazione che ha un’età compresa tra i 23 e i 39 anni, pari il 39,2% degli italiani – ritiene che durante l’emergenza sanitaria sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani. E ancora: il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) sostiene che la spesa pubblica destinata agli anziani sia troppo alta. A quale conclusione giunge il rapporto del CENSIS? Conclude che «un nuovo rancore sociale, alimentato e legittimato da una inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione del longevo come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche».


Coronavirus, in Italia un milione di “nuovi poveri” in più


Tra cui molti lavoratori a tempo determinato o piccoli commercianti

Un’analisi di Coldiretti stima che, in Italia, a causa dell’emergenza sanitaria, i “nuovi poveri”, termine che indica tutte le persone che hanno bisogno di aiuto anche per mangiare, sono oltre un milione in più. L’indagine si basa sui dati relativi a quanti hanno beneficiato di aiuti alimentari con i fondi Fead, distribuiti dalla Caritas, dal Banco Alimentari o associazioni simili, dall’inizio della pandemia: le richieste d’aiuto sono aumentate del 40%. L’identikit dei “nuovi poveri”? Coldiretti spiega che sono «coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commerciati o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie». Una fascia di nuovi indigenti che fa salire a 3,7 milioni il numero totale di persone che in Italia in questo momento hanno bisogno di aiuto per mangiare. A livello territoriale, non esistono regioni “esentate”, anche se le maggiori criticità sono state riscontrate nel Mezzogiorno, con il 20% che risiede in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia. Alte anche le quote di indigenti registrate nel Lazio e in Lombardia: 10 e 9%. Tra le persone che l’emergenza sanitaria ha messo in difficoltà, ci sono anche 700mila under 15, con la chiusura delle mense scolastiche, infatti, in molti hanno perso un pasto garantito.


«A rischio la salute mentale del 41% degli italiani»


Situazione economica e lavorativa principali fonti di stress

Il lockdown non ha un impatto solo sull’economia – aziende chiuse, smartworking… –, ma anche sulla salute psicologica dei cittadini, chiamati a rispettare le misure restrittive. Una ricerca finanziata e condotta da Open Evidence, spin-off dell’Universitat Oberta di Catalunya, con la collaborazione del Bdi Schlensinger and Group e i ricercatori di diverse università, tra cui quella di Milano e quella di Trento, ha cercato di offrire un quadro più chiaro sotto questo aspetto. Cosa è emerso? Che la salute mentale del 41% degli italiani è a rischio – quote analoghe sono state registrate in Spagna (46%) e Regno Unito (42%) –, a causa dello stress dovuto all’incertezza sul futuro economico e lavorativo. Dall’inizio della quarantena, proseguono i ricercatori, il 59% degli italiani si è sentito depresso con una certa frequenza. Vale a dire? Il 13% si è sentito tale per la maggior parte del tempo (ovvero 5-7 giorni), il 18% per un discreto periodo (3-4 giorni) e il 28% qualche volta (1-2 giorni). La riduzione del reddito rappresenta la maggiore fonte di stress. In molti l’hanno subìta: il 55% degli italiani coinvolti nell’indagine ha dichiarato che il proprio reddito si è ridotto nell’ultima settimana. Gli italiani non sono soltanto preoccupati dall’epidemia: oltre a contenere il contagio, il governo dovrebbe concentrarsi su come evitare una crisi economica, secondo il 67,4% della popolazione italiana, percentuale che scende, rimanendo comunque elevata, al 63,5%, se il dato non viene “aggiustato” per l’Effetto di desiderabilità sociale. Il 65% chiede al governo anche un piano chiaro per tornare alla normalità.


«Solo il 20% degli italiani pronto alle vacanze»


In pochi si dicono disposti a viaggiare, finita l’emergenza

La cosiddetta Fase 2 è iniziata ufficialmente oggi, ad un passo da un’estate che si preannuncia molto diversa dalle altre. Seppure meno preoccupati dall’emergenza sanitaria, cresce la quota degli italiani che «non si muoverà per fare una vacanza anche dopo la fine dell’emergenza», passando dal 53% di marzo al 57% di aprile. A rivelarlo è un sondaggio di Confturismo e Confcommercio realizzato in collaborazione con Swg. Saranno, dunque, pochissimi gli italiani che andranno in vacanza. “Solo” il 20% degli italiani si dice pronto a viaggiare, una volta conclusa l’emergenza, un numero troppo esiguo per il turismo italiano. A questi si aggiungono quanti non lo faranno per altri motivi: alcuni rinunceranno alle vacanze per motivi economici – a confessarlo è stato il 15% degli intervistati –, altri, invece, lo faranno per impegni lavorativi (8%). Che estate dobbiamo aspettarci, dunque? A rispondere sono sempre Confcommercio e Confturismo, spiegando che «le vacanze degli italiani» assomiglieranno «ai cosiddetti “short break” di mezza stagione, con un impatto molto più ridotto sui consumi». Questo sondaggio delinea un quadro preoccupante, per uno dei settori strategici dell’economia italiana. La sua salvaguardia è un interesse vitale per il nostro Paese. Non farlo significherebbe mettere a rischio 3,5 milioni di posti di lavoro, pari al 15% dell’occupazione totale. Tante sono le persone impiegate nel comparto, secondo i dati dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo.


Coronavirus, azzeramento dei casi prima al Sud


Lo prevede l’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni

Quotidianamente la Protezione civile diffonde alcuni dati – nuovi contagi, guariti, deceduti… – utili per comprendere l’andamento della pandemia in Italia. Una domanda, però, sorge spontanea: quando si verificherà l’azzeramento dei contagi? Una mappa dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane – l’osservatorio è coordinato da Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Sanità durante l’emergenza sanitaria – prevede che l’azzeramento avvenga tra qualche settimana, sottolineando che non si verificherà contemporaneamente in tutte le regioni. Prima un avvertimento, però: chi lo ha realizzato osserva che lo studio tiene conto delle misure restrittive introdotte dai DPCM. Per questo motivo, eventuali misure di allentamento «renderebbero le proiezioni non più verosimili». Adesso, le previsioni: al Sud, l’azzeramento dei nuovi contagi è previsto tra la fine di aprile e l’inizio di maggio – Sardegna e Sicilia rispettivamente 29 e 30 aprile; Calabria 1° maggio; Puglia e Abruzzo il 7 maggio; Campania il 9 maggio –, al Centro-Nord, invece, ci vorrà un pochino di più. In Lombardia, ad esempio, dove è stato registrato il primo contagio, l’azzeramento non dovrebbe verificarsi prima del 28 giugno. Nelle Marche, invece, dove il calo dei casi è particolarmente lento, non prima del 27 giugno. Nel Lazio, dopo il 12 maggio. In Veneto e Piemonte, il 21 maggio. Infine il “caso” della Provincia Autonoma di Bolzano, dove l’azzeramento è previsto a partire dal 28 maggio, nonostante il basso numero di contagi registrati. Il motivo? Il trend dei nuovi casi scende con particolare lentezza.


Coronavirus, lo studio: «Attenzione alla sfiducia sociale»


L’influenza “spagnola” ha avuto un impatto negativo sulla fiducia, danneggiando l’economia per molti anni

Una volta “sconfitto” il virus, il prossimo “nemico” potrebbe essere la sfiducia sociale, capace di causare enormi danni all’economia. Proprio come accaduto con la “spagnola”, l’influenza che, tra il 1918 e il 1920, ha ucciso 50 milioni di persone. A sostenerlo è uno studio dell’Università Bocconi di Milano in collaborazione con la Barcelona Graduate School of Economics, pubblicato su VoxEu, il portale del think tank del Cepr, il Center of Economic and Policy Research. L’analisi suggerisce «che l’influenza spagnola e le sue conseguenze in termini di disgregazione sociale e diffidenza generalizzata hanno avuto conseguenze permanenti sul comportamento individuale in termini di minore fiducia sociale. Questa perdita di fiducia sociale ha limitato la crescita economica per molti decenni a seguire». I ricercatori come sono riusciti a giungere a questa conclusione? Hanno utilizzato «le informazioni sui discendenti di coloro che hanno vissuto l’evento storico». «Questo metodo – ha spiegato chi ha condotto la ricerca – sfrutta il fatto che tratti e atteggiamenti culturali sono ereditati dalle generazioni successive, passando dai genitori ai figli». L’uso dei dati del General Social Survey – un sondaggio rappresentativo della popolazione statunitense – ha permesso ai ricercatori di risalire al livello di fiducia sociale dei discendenti diretti di migranti negli Stati Uniti. Servendosi di queste informazioni, poi, gli studiosi hanno potuto elaborare una stima della fiducia sociale per ogni paese di origine, prima e dopo la diffusione dell’influenza spagnola. «Per ogni paese di origine – ha spiegato ancora il gruppo di ricerca –, abbiamo confrontato i livelli stimati di fiducia sociale per i due periodi e stabilito che la possibile differenza di fiducia dipende dal tasso di mortalità pandemica». Qual è il risultato finale, dunque? La “spagnola” ha avuto un effetto «negativo e statisticamente significativo» sulla fiducia delle persone. In particolare, «un aumento della mortalità per influenza di un decesso per mille ha comportato una diminuzione della fiducia di 1,4 punti percentuali».