Lavoro agile, si apre un nuovo fronte nell’esecutivo


In attesa dei Pola, Movimento 5 Stelle e Partito democratico si dividono

Poche settimane e le pubbliche amministrazioni dovranno dotarsi dei cosiddetti Pola, vale a dire i piani operativi per il lavoro agile, ma non mancano i punti di scontro che ora si estendono anche al lavoro privato. Come noto, nonostante la generale impreparazione – è sufficiente ricordare come nell’agenda digitale nazionale, aggiornata appena a marzo del 2020, quindi alla vigilia del primo durissimo lockdown da Covid-19 non vi è traccia di smart working – la nostra pubblica amministrazione ha abbracciato con entusiasmo la nuova esperienza, riuscendo però soltanto in alcuni casi a coniugare le diverse esigenze, dal contenimento dei contagi alla erogazione dei servizi essenziali. Questa difficoltà è emersa in tutta la sua evidenza soprattutto negli enti locali, già alle prese con una forte contrazione del personale dipendente, e nell’Inps, dove si è scatenata la tempesta perfetta, con larga parte del personale in smart working e un carico di lavoro senza precedenti. intanto, mentre i sindacati continuano a chiedere un confronto più strutturato – finora le ministre Fabiana Dadone, funzione pubblica, e Nunzia Catalfo, lavoro, hanno convocato le sigle confederali, dalla Cgil alla Ugl, in maniera spot -, sembra emergere uno scontro pure in seno al governo. Il Movimento 5 Stelle, infatti, starebbe spingendo per una legge in materia di lavoro, mentre il Partito democratico vorrebbe lasciare spazio alla contrattazione collettiva.


Poste, accordo sul lavoro agile


Firmato da Cgil, Cisl, Uil e Ugl: riconosciuti finalmente anche i buoni pasto

Un accordo sicuramente complesso, ma che potrebbe segnare la rotta per tante altre aziende, visto i soggetti coinvolti. È stato infatti sottoscritto un importante protocollo fra le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl e Poste Italiane per la regolamentazione dello smart working. Era ormai diverso tempo che le parti si incontravano; finora, però, non si era raggiunta la famosa quadra. L’intesa sul lavoro agile resterà in vigore almeno per tutto il 2021, con una prospettiva che va quindi ben oltre gli attuali confini dello stato di emergenza. L’accordo collettivo prevede la garanzia della parità di trattamento economico e normativo fra chi lavora in sede e per chi opera da remoto. Soprattutto, l’intesa supera quel malinteso che ha portato milioni di lavoratori, ad iniziare dal pubblico impiego, a non percepire o a percepire in maniera molto ridotta i buoni pasto: i ticket saranno riconosciuti per ogni servizio quotidiano in lavoro agile.


Smart working, la grande beffa


50 milioni da minori straordinari e mancata erogazione dei buoni pasto

Ora è arrivata anche la certificazione del ministero della funzione pubblica. Che lo smart working producesse dei risparmi era evidente a tutti, anche al netto della sgradevole questione dei buoni pasto non sempre erogati ai lavoratori dipendenti. Dal ministero di Fabiana Dadone arriva però anche un dato sicuramente interessante. Nei primi mesi di pandemia, con il massiccio ricorso al lavoro agile, si è arrivati a circa 50 milioni di risparmi per la sola pubblica amministrazione. Una cifra importante che, assicura l’esponente Cinquestelle, sarà destinata alla contrattazione integrativa, in particolare per la produttività, il welfare integrativo e la formazione. Nessun regalo, però, perché i 50 milioni sono il frutto di 18 milioni di mancati straordinari e di 35 milioni di buoni pasto non goduti. Insomma, una grande beffa per i dipendenti pubblici, già fortemente scossi per le tante promesse non mantenute in questi anni e mesi.


Lo smart working non è buono per tutte le stagioni


Il report sulle pubbliche amministrazioni conferma benefici e forti criticità

In attesa che le singole pubbliche amministrazioni procedano alla definizione dei cosiddetti Pola, vale a dire i piani operativi per il lavoro agile, dal ministero della funzione pubblica arriva un primo rapporto sull’utilizzo dello smart working nelle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un report basato su di un campione di circa 1.500 amministrazioni per un totale di 300mila lavoratori e lavoratrici coinvolte. A conti fatti, parliamo quindi di meno del 10% del totale, con una doppia valutazione nel corso dei primi nove mesi dell’anno. Il picco per lo smart working si è raggiunto nel mese di maggio con una media del 64%; un dato che deve far riflettere, considerando quelli che sono i vincoli numerici introdotti dalla normativa vigente per la definizione dei Pola. La situazione è comunque molto diversa a seconda delle amministrazioni, tanto è vero che le amministrazioni centrali hanno toccato punte medie, sempre a maggio, dell’87% ed ancora a settembre, quindi prima dei Dpcm che hanno istituito le regioni a tre colori, viaggiavano intorno al 71%. Scorrendo il dato relativo all’impiego del lavoro agile negli enti locali (50% a maggio; 30% a settembre), si rafforza la critica formulata in particolare dalla Ugl durante l’audizione sul disegno di legge di bilancio: corrette le assunzioni nelle amministrazioni centrali, ma la grande sofferenza in termini di personale è nei comuni.


Smart working, i conti nella Pa non tornano


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Dal ministero della funzione pubblica assicurano che, a breve, saranno pronte le linee guida definitive per l’adozione dello smart working nella pubblica amministrazione, con particolare riferimento agli enti locali. Intanto, però, diversi comuni hanno iniziato a muoversi, rendendosi conto di quanto sia difficile far quadrare i conti con un personale sempre più ridotto e, molto spesso, avanti con gli anni, con l’aggiunta, peraltro, di un aspetto non secondario: il rapporto di lavoro è quantificato in ore dedicate, prima ancora che in obiettivi, per cui diventa difficile misurare l’effettiva produttività del singolo dipendente in rapporto ai risultati. La norma, immaginata in tempi del Covid-19, prevede la definizione dei Piani Organizzativi del Lavoro Agile, in sigla Pola, con un coinvolgimento fino al 60% della platea con modalità differenti. La questione, però, è che se per determinati uffici il lavoro da remoto non comporta particolari controindicazioni, nel caso dei comuni la situazione diventa praticamente ingestibile, stante comunque la necessità di tenere aperti larga parte degli sportelli al cittadino. Così, mentre la legge di bilancio apre alle assunzioni nelle amministrazioni centrali, gli enti locali si ritrovano a dover mettere in cantiere un’ulteriore riduzione di personale, con pochi margini per assumere, come evidenziato anche dalla Ugl nel corso dell’audizione parlamentare.


Crescono i posti di lavoro a forte rischio


Solo sport e cultura occupano oltre mezzo milione di addetti stabili

In attesa di capire quali strumenti di ristoro vorrà mettere in campo il governo per venire incontro alle categorie maggiormente colpite dal nuovo decreto del presidente del consiglio dei ministri, i sindacati cominciano a fare due conti. Così, mentre il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, continua a seguire la linea dettata dalla stessa ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, impegnata in un duro faccia a faccia con il collega all’economia, Roberto Gualtieri, l’Ugl insiste sul fatto che sport e cultura vanno considerati a tutti gli effetti settori produttivi e non semplicemente aspetti ludico e ricreativi. I soli lavoratori dello sport iscritti in forma esclusiva alla previdenza sono infatti oltre 200mila, ai quali se ne possono aggiungere altrettanti che operano part time o come collaboratori. Discorso simile anche per quanto riguarda il vasto mondo della cultura che genera occupazione sia direttamente che indirettamente, comprese tutte quelle attività complementari relative alla pulizia dei locali e alla ristorazione. A tal proposito, la chiusura del servizio ai tavoli per bar e ristoranti già alle 18 ha un impatto su tutta l’occupazione a tempo determinato, in particolare a tempo parziale che è concentrata proprio nelle ore serali, anche perché la ripresa dello smart working su ampia scala riduce pure i flussi alla mattina e all’ora di pranzo. Senza dimenticare i cosiddetti fieristi.