«Statale di Milano, prima università europea per articoli sul Covid-19»


Lo certifica un’analisi realizzata dalla rivista Science

L’Università Statale di Milano ha prodotto 287 articoli scientifici sul Covid-19. Si tratta di un primato europeo: nel Vecchio Continente, nessuna università ha fatto meglio. A certificarlo è un’analisi realizzata dalla rivista scientifica “Science”, aggiungendo che l’università italiana è preceduta soltanto dall’Università di Wuhan, la città cinese dove è iniziata la pandemia, e l’Harvard Medical School. Dall’Italia, quindi, è arrivato un contributo fondamentale nel lavoro di ricerca su un virus fino a pochi mesi fa sconosciuto e che ha causato la morte di milioni di persone – secondo la Johns Hopkins University, che monitora l’andamento mondiale della pandemia, ad oggi le vittime hanno raggiunto quota 2.077.332 – e ne ha contagiate circa 97 milioni. Includendo in questa speciale graduatoria anche gli istituti di ricerca, la Statale perde una posizione, cedendola all’INSERM in Francia, l’Istituto Nazionale per la Salute e la ricerca biomedica. «Fa sempre piacere vedere il valore della Statale riconosciuto a livello globale per il suo impatto sulla ricerca e sul controllo del COVID-19 e constatare come l’emergenza sia stata in grado di reclutare immediatamente le forze migliori all’interno dell’ateneo, generando nuova conoscenza a favore della comunità scientifica internazionale», ha commentato il rettore Elio Franzini.


Esiste un legame tra il clima e l’andamento della pandemia»


Lo sostiene uno studio dell’Università Statale di Milano

L’andamento della pandemia è influenzato dalle condizioni meteorologiche. A lungo, specialmente nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, questa è stata soltanto un’ipotesi. Uno studio realizzato dall’Università Statale di Milano, pubblicato sulla rivista Science of the Total Enviroment, offre qualche conferma. Utilizzando il database curato dalla Johns Hopkins University, che monitora quotidianamente l’andamento globale della pandemia, due ricercatori dell’Università Statale di Milano, Francesco Ficetola e Diego Rubolini, hanno analizzato come è variato nel tempo e nelle diverse regioni del mondo il tasso di crescita giornaliero dei casi di Covid-19. Dopodiché lo hanno messo in relazione con diversi fattori ambientali – temperatura e umidità medie dei mesi dell’epidemia; inquinamento atmosferico… – e con le misure restrittive varate dai governi per contenere la pandemia. È emerso così che, fino a marzo 2020, la variazione del tasso di crescita dei casi Covid tra i Paesi è risultata essere fortemente associata alla temperatura e all’umidità. Nel dettaglio, spiegano i ricercatori, il virus si diffondeva più rapidamente nei Paesi dove le temperature medie erano di circa 5°C e con un tasso di umidità medio-basso. In presenza di un forte inquinamento atmosferico da polveri sottili, poi, la diffusione era anche più rapida. Viceversa, in climi molto caldi e umidi, tipici di alcune zone tropicali, l’epidemia sembrava diffondersi molto più lentamente.


«Vaccini contro il Sars-CoV 2 principale risultato scientifico dell’anno»


I vaccini contro il Sars-CoV-2 sono il principale risultato scientifico del 2020, secondo la rivista Science. «Mai prima d’ora i governi, le industrie, le università e le associazioni no-profit avevano impiegato così tanti soldi, muscoli e cervelli sulla stessa malattia infettiva in così poco tempo», scrive Science. Secondo la prestigiosa rivista, però, la scienza ha conseguito anche altri importanti risultati, dall’intelligenza artificiale capace di prevedere la struttura delle proteine alla prima malattia curata con la tecnica Crispr.


Covid, in dubbio l’affidabilità dei test anti-genici


A condurla il Centro Ricerche Altamedica di Roma

Quanto sono affidabili i test anti-genici rapidi nello scovare i casi di positività al coronavirus? Uno studio italiano ha cercato di dare una risposta a questa domanda. Questi sono i risultati. Ebbene, secondo la ricerca, realizzata dal Centro Ricerche Altamedica di Roma, il test antigenico rapido con la semplice tecnica immunocromatografica per la rilevazione del Covid-19, ovvero il test che si esegue negli ambulatori e in farmacia, quello che prevede l’utilizzo della “saponettina”, che rileva solo positivo/negativo – anche detto “test qualitativo” – nel giro di una manciata di minuti, «sbaglia quasi una volta su due». Un risultato allarmante: i test anti-genici fornirebbero quindi un alto tasso di falsi negativi. Lo studio, sottoposto alla rivista “Future virology”, è giunto a questa conclusione dopo aver analizzato i casi di 332 pazienti. I ricercatori hanno confrontato i risultati del test rapido immunocromatografico dell’antigene Sars-Cov-2 con quelli del tampone molecolare RT-qPCR, considerato, al momento, il test più affidabile in assoluto. Un inciso: entrambi i test sono stati eseguiti dagli stessi operatori e nello stesso laboratorio. Dei 332 casi selezionati per il confronto, 249 campioni erano risultati positivi al tampone molecolare e 83 negativi. Tra i 249 campioni positivi, solo 151 erano stati rilevati dal test rapido antigene, con una sensibilità complessiva del 61%. In tutti gli altri 98 casi il test antigienico rapido immunocromatografico era risultato negativo.


«Il virus SarsCoV2 muta, ma non diventa più contagioso»


Lo dice uno studio coordinato dall’University College di Londra

Pur essendo mutato, il virus SarsCoV2 non dovrebbe essere diventato più contagioso per l’uomo. A sostenerlo è uno studio coordinato dall’University College di Londra pubblicato sulla rivista Nature Communications. I ricercatori sono arrivati a questa conclusione, dopo aver analizzato i genomi virali prelevati da oltre 46.000 pazienti positivi al coronavirus, sparsi in 99 Paesi del mondo. Lo studio ha certificato 12.706 mutazioni, indotte per lo più dall’azione del sistema immunitario dell’uomo. Nessuna di queste, però, appare aver dato un particolare vantaggio evolutivo al coronavirus. Tra le mutazioni, 398 si sono sviluppate in più occasioni e in maniera indipendente. In particolare, ne sono state analizzate 185 che nel corso della pandemia sono comparse in almeno tre occasioni in maniera indipendente. Collocandole nell’albero evolutivo del virus, sono riusciti a osservare che nessuna di queste ha dato un particolare vantaggio ai virus portatori: nessuna mutazione ha aumentato la trasmissibilità, neppure la famosa mutazione D614G della proteina Spike. Gli esperti hanno chiesto di «restare vigili», spiegando che il vaccino potrebbe incrementare la pressione selettiva sul virus, favorendo lo sviluppo di nuove forme mutanti. Niente di allarmante, però: «Siamo convinti che riusciremo a individuarle prontamente in modo da adattare i vaccini per tempo, se necessario», ha affermato il coordinatore dello studio, Francois Balloux dell’Ucl.


Pfizer-BioNTech: «Vaccino anti Covid efficace al 90%»


Ad annunciarlo sono state le due aziende

Il vaccino contro il coronavirus, realizzato dal duo Pfizer-BioNTech, è risultato efficace nel prevenire il 90% delle infezioni, nel corso della fase 3 della sperimentazione, ancora non è conclusa e che sta coinvolgendo circa 43mila persone in tutto il mondo. Si tratta di un dato superiore alle attese degli esperti. La notizia è stata annunciata dal presidente della Pfizer, Albert Bourla. A stretto giro, la BioNTech ha confermato l’annuncio del partner, aggiungendo che, a breve, probabilmente già la settimana prossima, le due aziende chiederanno alla Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che regola i prodotti alimentari e farmaceutici, l’autorizzazione per la produzione. Prima, però, intendono raccogliere «ulteriori dati sulla sicurezza» del vaccino. Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico The Guardian, le prime dosi del vaccino potrebbero essere disponibili entro la fine del 2020: Pfizer e BioNTech prevedono di poter consegnare 50 milioni di dosi nel mondo entro quest’anno e 1,3 miliardi nel 2021. «Sono incoraggianti», il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha commentato così le «notizie di oggi sul vaccino anti-Covid-19». «Ma serve ancora tanta prudenza», ha aggiunto, ricordando che «nel frattempo non dobbiamo mai dimenticare che i comportamenti di ciascuno di noi sono indispensabili per piegare la curva» epidemica, che in Italia è in costante crescita, nonostante le misure restrittive introdotte dal governo con gli ultimi dpcm.