Rinnovi contrattuali in salita


Partenza decisamente in salita per la tornata di rinnovi contrattuali che interessa circa nove milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti. E le ragioni sono sicuramente diverse, ad iniziare dal muro che le associazioni datoriali hanno già iniziato ad innalzare davanti alle prime richieste formulate dal sindacato. Gli aumenti retributivi richiesti, fanno notare da Confindustria e dalle altre associazioni di settore, non corrispondono agli incrementi dell’inflazione e quindi contrasterebbero con le intese sottoscritte anche nel recente passato. È il caso dei contratti collettivi degli alimentaristi (205 euro), dei bancari (200 euro), degli stessi metalmeccanici (153 euro), tre categorie che, messe insieme, pesano per quasi 2,5 milioni di addetti. Si annunciano trattative molto complesse, quindi, sulle quali pesa un altro aspetto: il sovente arroccamento di Cgil, Cisl e Uil, decisamente poco propense a mettere in campo piattaforme unitarie anche con le altre confederazioni più rappresentative nei diversi settori, l’Ugl, la Cisal, la Confsal più il mondo alla sinistra della Cgil, rappresentato dalla Usb e dalla Cub, almeno con quelle che ci vogliono stare. Tutto lascia pensare che le associazioni datoriali vorranno attuare un atteggiamento dilatorio, in attesa di capire se il nuovo governo sarà in condizione di dare seguito alla promessa di tagliare il cuneo fiscale per la parte relativa ai lavoratori.


Tendenze contratti


A fronte di 9,8 milioni di lavoratori con il contratto collettivo vigente, ve ne sono oltre tre milioni in attesa di rinnovo, lo stesso ammontare dello scorso mese. A evidenziare il dato, relativo al mese di settembre, è l’Istat. Secondo l’Istituto di statistica l’attesa media per i lavoratori con contratto collettivo scaduto è di 17 mesi, in deciso e significativo calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quando i mesi medi di attesa erano addirittura 68,5. Ciò, però, non deve trarre in inganno, in quanto su tale dato vi è una distorsione statistica derivante dal fatto che fra il novembre dello scorso anno e i primi mesi del 2018 sono stati rinnovati, purtroppo con incrementi inferiori a quanto realmente spettante, i contratti collettivi del pubblico impiego che in ritardo dal 2009. Sul versante delle retribuzioni, sempre nel mese di settembre si registra un incremento annuo dell’1,9%, mentre nei primi nove mesi del 2018 l’incremento è dell’1,4%. Proiettando questo dato su tutto il 2018, si dovrebbe stare alla fine sempre al di sotto dei due punti percentuali. Anche in questo caso, però, vi è una distorsione statistica dovuta al rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Nei servizi privati, viceversa, la crescita è di appena lo 0,2%; un poco meglio va nell’industria metalmeccanica e nei servi di comunicazione e di informazione con un incremento dello 0,8%


Pubblico impiego, il grande bluff dei rinnovi svelato


Era chiaro fin da subito: il governo uscente di centrosinistra si stava preparando a lasciare una polpetta avvelenata al nuovo esecutivo che sarebbe venuto. E, come se non bastasse, a far mangiare quella stessa polpetta avvelenata pure ad oltre tre milioni di lavoratori, i dipendenti pubblici. Quando sul finire della legislatura, sono stati sottoscritti i contratti collettivi di lavoro del pubblico impiego, un elemento è emerso subito: lo stanziamento copriva appena una parte del mancato adeguamento che si trascina dal 2009. Infatti, a fronte di un ipotetico riconoscimento economico di poco inferiore a dieci punti percentuali, Gentiloni e Madia accordarono un aumento di meno della metà, pari in media a circa quattro punti percentuali. Oltretutto, l’accordo collettivo aveva ed ha una scadenza breve, il prossimo 31 dicembre. Al momento, almeno a scorrere la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, il nuovo governo non ha previsto risorse particolari, anche se alcune delle misure contenute – il superamento della Fornero con Quota 100 e lo sblocco totale del turn over – avranno ricadute positive sul pubblico impiego. Cgil, Cisl e Uil, che avevano sottoscritto l’accordo col precedente esecutivo, ora chiedono un incontro alla ministra Bongiorno, mentre il segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, parla di «triste eredità» e di «bluff» dei rinnovi dell’inverno scorso.