Slitta il referendum sul taglio dei parlamentari


D’Inca: Rinvio opportuno, per garantire un’informazione adeguata

Una decisione sarebbe stata presa entro oggi e così è stato. Secondo quanto si apprende dalle principali agenzie di stampa, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari, previsto per il 29 marzo. Al momento, non è stato (ancora) comunicato a quando. Il governo ha tempo fino al 23 marzo per stabilire una data. Di tempo, quindi, ce n’è, anche se non moltissimo. Probabilmente verrà scelto un giorno il 17 o il 24 maggio. Vedremo. Il rinvio è stato deciso per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, evitando gli assembramenti di persone. A questo si aggiunge anche la necessità di garantire il regolare svolgimento della campagna referendaria, cosa, al momento, impossibile, considerando che eventi pubblici e comizi sono vietati. Tra le forze politiche favorevoli allo slittamento, c’è anche la Lega – contraria, invece, Forza Italia –, la cui posizione era stata espressa dal suo leader Matteo Salvini: «Vedo complicato fare una campagna elettorale referendaria normale, con zone isolate e cittadini in quarantena. Questo percorso mi sembra impraticabile, e lo dirò al presidente della Repubblica», aveva detto, poco prima di incontrare il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il 26 febbraio.


Voto prescritto


La Consulta boccia il referendum sulla legge elettorale: italiani condannati al proporzionale. Illusione del voto e ingovernabilità, ciò che attende nei prossimi anni gli italiani

Più di qualcuno nel centro destra ha definito una scelta «politica» il respingimento da parte della Consulta del referendum sulla legge elettorale, sostenuto dalla Lega, per abrogare le norme sulla distribuzione proporzionale dei seggi e trasformare il nostro sistema in un maggioritario puro (all’inglese). Per la Corte il quesito referendario proposto era «eccessivamente manipolativo». Non si può negare però che con il sistema proporzionale si aiutano i “partitini”, quelli che ambiscono a essere l’ago della bilancia, a continuare a sopravvivere. Sarà stato anche duro Matteo Salvini, nell’esprimere il suo pensiero, ma come si può negare che «è il vecchio sistema che si difende: Pd e 5stelle sono e restano attaccati alle poltrone»? Non a caso Luigi Di Maio ha esultato e per esempio Paolo Gentiloni, attuale commissario Ue all’Economia, ha considerato che la bocciatura del referendum «inventato da Salvini» rappresenta «una buona notizia anche per chi non ama il proporzionale». Cioè va bene dire “no” a prescindere quando si tratta della Lega. Allora il punto è sempre quello, centrato benissimo sempre da Salvini: «Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo: così è il ritorno alla preistoria della peggiore politica italica». Non è il proporzionale la risposta da dare a quei cittadini, e non sono pochi, che chiedono di essere governati e bene, non più di tirare a campare. Non sarà un caso se «LeU è stato l’unico gruppo parlamentare a costituirsi contro l’iniziativa referendaria – ha dichiarato Federico Fornaro, capogruppo Leu alla Camera – e non possiamo quindi non nascondere la nostra soddisfazione per la decisione della Consulta». Intanto la maggioranza giallorossa ha già presentato il testo base della riforma elettorale su cui ha trovato l’accordo ovvero il Germanicum, sul quale dovrà iniziare la discussione in commissione Affari costituzionali alla Camera. “Guarda caso” – e soprattutto per un Movimento che ambiva al 50% e ad instaurare la democrazia diretta – si tratta di un sistema proporzionale puro con una soglia di sbarramento e un meccanismo di “diritto di tribuna” per garantire ai partiti minori (o a quelli regionali) di avere una rappresentanza minima in Parlamento a garanzia del pluralismo. Quindi tutti a bordo! Insomma, vogliono regalarci l’illusione di andare a votare e di scegliere, ma in questo modo, oltre a tornare alla Prima Repubblica, dove un partitino potrà permettersi di ricattare chi Governa, si continuerà a mantenere in vita quello “schema politico” che ha dato vita al Conte Bis e sappiamo anche come.


Taglio parlamentari, raccolte le firme per il referendum


Sono state depositate in Cassazione: decisiva l’adesione di tre senatori della Lega

Sfumato all’ultimo secondo ieri, l’obiettivo – raccogliere 64 firme di senatori per presentare il quesito del referendum sul taglio dei parlamentari – è stato centrato oggi. Decisiva l’adesione di tre senatori della Lega – tra cui Ugo Grassi e Francesco Urraro – e due di Forza Italia: si tratta di Roberta Toffanin e Dario Damiani. Ne servivano 64, ne sono state raccolte 71, che sono poi state depositate in Cassazione dai promotori dell’iniziativa: Andrea Cangini (FI), Tommaso Nannicini (Pd) e Nazario Pagano (FI). Ieri quattro senatori di FI avevano deciso di fare un passo indietro. A loro si sono aggiunti Michele Giarrusso del M5s – il motivo? «L’ho ritirata perché la mia posizione è stata strumentalizzata da alcuni e travisata da altri» –, Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo del Pd: «Abbiamo sempre detto che avremmo potuto sostenere il taglio dei parlamentari solo in presenza di una legge elettorale proporzionale. Questo è il fatto politico nuovo raggiunto nelle ultime ore». Evidente il riferimento alla proposta di legge elettorale depositata ieri dal presidente della Commissione affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, del M5s: il cosiddetto Germanicum, in quanto si ispira al modello tedesco, prevedendo una soglia nazionale del 5% e diritto di tribuna. L’iter parlamentare inizierà lunedì con relatori Emanuele Fiano (Pd) e Francesco Forciniti (M5s).


I rischi di un referendum senza quorum


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se la ragione comprensibile che ha spinto il deputato leghista, Igor Iezzi, a ritirare l’emendamento del suo partito, che fissava al 33% il quorum per la riforma del referendum propositivo fortemente voluta dal M5s e senza quorum, è stata quella di evitare un conflitto all’interno della maggioranza, dando il tempo di trovare alla stessa un accordo prima del voto in Commissione previsto per la prossima settimana, e altrettanto comprensibile è l’idea del M5s, con l’abolizione del quorum, di evitare l’astensionismo e rendere più efficace lo strumento referendario – in effetti fin troppe volte disatteso nei suoi esiti -, esistono ragioni altrettanto valide per sostenere la necessità dell’esistenza di un quorum. Le questioni in gioco sono molte e soprattutto il momento storico richiede il mantenimento di strumenti esistenti a garanzia della democrazia.
In un’intervista al Sole 24 Ore oggi l’on. Iezzi, capogruppo della Lega in Commissione Affari costituzionali, ha spiegato: «Siamo convinti che il quorum vada inserito», perché senza «c’è il rischio concreto che una minoranza superorganizzata, ad esempio un’associazione di categoria o sindacale, possa decidere per tutti». Non c’è organizzazione sindacale che più dell’Ugl sia ispirata al principio della democrazia persino nei luoghi di lavoro, avendo ereditato dalla Cisnal, in tempi non sospetti, quale suo principio fondante (e sancito dalla costituzione all’art. 46) la partecipazione dei lavoratori alle scelte e agli utili dell’azienda, e dunque non sarà di certo l’Ugl a mancare di rispetto a decisioni assunte dalla maggioranza degli aventi diritto e, tuttavia, allo stesso tempo non avrebbe paura, come non l’ha avuta, di portare avanti sacrosante battaglie nell’interesse delle persone che rappresenta. Ma il punto non è questo, lo ha spiegato sinteticamente domenica scorsa il vice premier, Matteo Salvini: «Un minimo di quorum bisogna metterlo, altrimenti qua si alzano in 10 e decidono cosa fare», senza per questo voler mettere in discussione l’accordo esistente nella maggioranza sulla riforma costituzionale.
È vero come sostengono il M5s e il ministro dei Rapporti con il Parlamento e della Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, che la riforma del referendum (in particolare abrogativo) con l’abolizione del quorum è prevista nel contratto di governo, ma la complessità e i problemi irrisolti del nostro Paese impongono l’esistenza di argini posti a baluardo di eventuali speculazioni che potrebbero arrivare da qualsiasi parte e di dubbia matrice. Ma quand’anche arrivassero, nella migliore delle ipotesi, dal partito più arrabbiato e più grande dell’opposizione forse non sarebbero il male maggiore, ma creerebbero in ogni caso enormi problemi, se non la paralisi, contro scelte e rinnovamenti profondi che proprio il Governo del Cambiamento dovrebbe ancora mettere in opera.


Referendum Atac


I cittadini romani sono chiamati ad esprimersi, a titolo esclusivamente consultivo e quindi non vincolante per la Giunta capitolina, sul futuro dei trasporti locali su gomma e rotaia sotterranea, ovvero autobus e metropolitane, attualmente gestiti dall’azienda pubblica Atac. Il referendum si svolgerà dalle 8 alle 20 negli abituali seggi elettorali previa presentazione di documenti e tessera elettorale e sarà composto da due quesiti riguardanti la futura gestione, pubblica o privata, dell’azienda.


Macedonia, la Ue alla frutta


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il piccolo Paese balcanico rappresenta una cartina di tornasole per comprendere cosa sta accadendo in Europa. Ieri in Macedonia si è tenuto un referendum per verificare il consenso popolare su due questioni fra loro connesse: il cambiamento del nome dello Stato e l’adesione di questo all’Unione europea. L’elettorato è stato infatti chiamato a decidere se approvare o meno di trasformare il nome del Paese in “Macedonia del Nord”, indispensabile, a seguito dell’accordo fra lo Stato balcanico e la Grecia, per poter procedere verso l’adesione alla Ue ed alla Nato. Un tempo il risultato sarebbe stato uno scontato plebiscito per il sì. Oggi, invece, sappiamo che le cose sono profondamente cambiate: il referendum è stato un vero e proprio flop, con un’affluenza estremamente bassa, al 36% circa, ben lontana dal quorum del 50% più uno. I votanti coincidono sostanzialmente con i sostenitori del sì, che infatti, fra i pochi che si sono recati alle urne, hanno prevalso nettamente, con il 91%. I fautori del no hanno preferito boicottare direttamente il referendum, disertando i seggi. Anche se la bassa affluenza non pregiudica che il processo di adesione continui, dato che il compito di decidere spetta al Parlamento di Skopje, non sembra politicamente conveniente ignorare l’opinione, così chiaramente sfavorevole, della popolazione. Risulta nel complesso sconfessata la linea politica – socialdemocratica ed europeista – del governo di Zoran Zaev, mentre vengono rafforzati i partiti di opposizione, che possono avvalersi del sostegno dello stesso presidente della Repubblica, Ivanov, che ha invitato gli elettori a disertare le urne, e soprattutto i movimenti nazionalisti ed euroscettici. Ora si aprono vari possibili scenari: Zaev ha assicurato che andrà avanti con il processo di ratifica, dato che, almeno formalmente, hanno comunque prevalso i sì, ma non si può escludere l’ipotesi di elezioni anticipate. Al di là del singolo caso relativo al piccolo Stato balcanico e indipendentemente da come finirà questo braccio di ferro fra favorevoli o contrari, da questa vicenda si possono trarre importanti conclusioni sullo stato di salute dell’Ue. Le attuali politiche di Bruxelles spingono molti Stati membri a chiedere profondi cambiamenti, la Gran Bretagna ha addirittura scelto di uscirne, anche a costo di sacrifici, ed ora anche il popolo di un piccolo Paese come la Macedonia, che un tempo avrebbe considerato la prospettiva di far parte dell’Unione come un’occasione da non perdere, preferirebbe restarne fuori. La Ue, per come la conosciamo, è alla frutta.