Reddito: la domanda va integrata


Al momento il feedback, vale a dire le risposte pervenute, è vicino al 28%. Nei giorni scorsi, l’Inps ha inviato circa 520mila sms ad altrettanti percettori del reddito di cittadinanza, per ricordare l’obbligo scattato il 1° ottobre di integrare le informazioni sul reddito, già fornite al momento della presentazione della domanda. Le risposte già pervenute sono oltre 114mila, ma c’è tempo fino al 21 ottobre per avere comunque accreditata la rata di ottobre. L’obbligo vale per chi ha presentato domanda a marzo.


RdC: assumere in nero ti costa caro


Mancava la quantificazione, ora è arrivata anche a quella a conferma della pericolosità per il datore di lavoro di occupare in nero un percettore del reddito di cittadinanza. Una nota dell’Ispettorato nazionale del lavoro ritorna su uno dei punti più controversi della misura entrata a regime nel marzo di quest’anno. Come noto, il reddito di cittadinanza presenta un sistema sanzionatorio particolarmente rigido sia per chi fornisce false attestazioni per accedere all’indennità integrativa sia per quanto attiene il mancato rispetto delle regole sull’attivazione del nucleo familiare sul versante del lavoro e dell’inclusione sociale. L’Ispettorato nazionale del lavoro, con la nota 7964/2019, aggiunge un ulteriore tassello, facendo sapere che, in caso di lavoro in nero di percettore di reddito di cittadinanza, il datore di lavoro rischia una sanzione amministrativa fino a circa 52mila euro, ridotti a 17mila con pagamento entro i 60 giorni. La sanzione è direttamente proporzionale al numero di giornate lavorate in nero, per cui il massimo scatta superati i 60 giorni di occupazione irregolare. Il datore di lavoro dovrà prestare la massima attenzione, in quanto la sanzione verrà comminata anche nel caso in cui il lavoratore occupato in nero non sia il richiedente, ma soltanto uno dei componenti del nucleo beneficiario del reddito di cittadinanza. In caso di recidiva, la sanzione è anche più corposa.


Nuovi lavori: ecco il Case Manager


Il nome, Case manager, è sconosciuto ai più, ma si tratta di una professione purtroppo in crescita. Si tratta di un professionista esperto nella gestione degli strumenti per l’analisi multidimensionali del bisogno e per la progettazione degli interventi rivolti alle famiglie beneficiarie di misure di contrasto alla povertà e sostegno al reddito. In altri termini, è quella figura di supporto che oggi viene attivata dalle istituzioni nell’ambito del reddito di cittadinanza, ma che, più in generale, può essere consultata dagli enti locali per una valutazione complessiva del disagio del nucleo familiare che può derivare da fattori diversi, dalla mancanza di lavoro alla salute, dalla ridotta istruzione alla disabilità, passando per le dipendenze e per eventuali pendenze penali. Nell’ambito delle risorse del Pon Inclusione 2014-2020, l’università di Padova ha avvitato la seconda edizione del corso di formazione universitaria. Il corso, che è gratuito e dà diritto a crediti formativi, si integra con la formazione nazionale di base. Gli ambiti territoriali intenzionati a segnalare gli operatori dovranno farlo entro il 15 ottobre. Nei tre anni saranno selezionati 2.400 partecipanti.


RdC: allarme evasione


I primi dati che arrivano dalle regioni evidenziano un tasso medio di evasione dall’obbligo di attivazione previsto nell’ambito dell’erogazione del reddito di cittadinanza pari a circa il 25%. Un quarto dei percettori non avrebbe risposto alla chiamata del centro per l’impiego per la sottoscrizione del patto personalizzato, mancando la quale i percettori stessi si pongono a rischio sanzioni, compresa la revoca dell’assegno. Intanto, non si sblocca la vicenda navigator in Campania.


Rei-Rdc, la sovrapposizione


In quasi il 40% dei casi, per la precisione nel 37% dei casi, si tratta di una osmosi, vale a dire di un passaggio da uno strumento, il Reddito di inclusione, ad un altro, il Reddito di cittadinanza. Su 674mila nuclei beneficiari, 248mila, infatti, già erano inseriti nel Rei, la misura di contrasto alla povertà lanciata nella passata legislatura dal governo di centrosinistra. Ciò, se da una parte conferma l’esistenza di uno zoccolo duro di povertà difficile da superare, dall’altra rimanda all’incapacità finora dimostrata dagli organi preposti di avviare i nuclei familiari verso un percorso di inclusione sociale e lavorativa. È questa la sfida che aspetta i centri per l’impiego fin dalla prossime settimane, centri per l’impiego che potranno contare sul supporto dei circa 3mila navigator, che hanno svolto le prove selettive la scorsa settimana, il cui esito è stato appena comunicato dall’Anpal, sul cui sito è disponibile l’elenco dei vincitori di concorso.


La sfida dei centri per l’ impiego


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Con l’introduzione del reddito di cittadinanza che a breve sarà istituito dal Governo, si renderà necessaria una riforma dei centri per l’impiego. L’uno, infatti, non può prescindere dagli altri. Se ancora non sono noti tutti dettagli della misura di contrasto alla povertà ed alla disoccupazione, è invece molto chiaro il piano complessivo ideato dai gialloblu. L’erogazione del sussidio in favore dei disoccupati e dei sottoccupati italiani con reddito inferiore alla soglia di povertà, calibrato sulla base di situazione familiare e patrimoniale, sarà infatti condizionata al rispetto di un programma di formazione ed allo svolgimento di 8 ore di lavori di pubblica utilità per il Comune di appartenenza e dovrebbe avere una durata massima di tre anni. Nel frattempo l’assegnatario del reddito si dovrà rendere disponibile ad accettare le offerte di lavoro congrue proposte dal centro per l’impiego, pena, al superamento della terza offerta rifiutata, la decadenza dal sussidio stesso. Inoltre il reddito sarà spendibile solo in forma di carta per acquisti di beni di prima necessità. Si tratta nel complesso di un programma profondamente innovativo per il nostro Paese e molto ambizioso, che necessita, come precondizione, di una radicale riforma del collocamento pubblico, al momento decisamente inefficiente. Oggi in Italia abbiamo un sistema misto di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro, con agenzie private accanto a uffici pubblici. Il collocamento pubblico, con la presenza complessiva di circa 500 centri che impiegano in totale 8mila addetti, svolge un ruolo del tutto residuale, tanto che solo il 3% delle persone occupate, per lo più appartenenti a categorie protette, hanno trovato lavoro tramite un Cpi. Gli altri lavoratori si sono rivolti alle agenzie private o – soprattutto – ai canali informali, alla rete di amicizie e conoscenze, alla famosa partita di calcetto di “polettiana” memoria. Cambiare radicalmente questo stato di cose sarà un’impresa ardua. Mettere in rete le informazioni, potenziare i centri e renderli effettivamente capaci di garantire quella presa in carico complessiva del cittadino disoccupato o sottoccupato – fatta non solo di reddito, ma anche e soprattutto di formazione e reinserimento – significa prepararsi ad un’opera titanica finalizzata a trasfigurare completamente una delle criticità più annose e calcificate del nostro mondo del lavoro. Tanto più che il tutto dovrebbe avvenire in pochi mesi, dato che il reddito di cittadinanza dovrebbe diventare operativo a partire dal prossimo aprile. Tanti altri Stati hanno da tempo un sistema di collocamento efficiente e forse finalmente anche da noi si potrà trovare un migliore raccordo fra domanda e offerta di lavoro. L’evidente difficoltà della sfida non impedisce di sperare che l’obiettivo possa essere raggiunto.