RECOVERY IN STALLO


Braccio di ferro a Bruxelles, si dilatano i tempi per l’avvio del programma di sostegno europeo. Scontro sul Recovery Fund tra Consiglio e Parlamento, la presidenza tedesca dell’Unione accusa l’Eurocamera di ostacolare le trattative

La pandemia avanza, la crisi galoppa, ma i fondi europei che dovrebbero aiutare gli Stati ad affrontare la situazione tardano – e tarderanno ancora – ad arrivare. Questo a causa di un inaspettato inasprimento dei negoziati fra Parlamento europeo e Consiglio Ue: le proposte formulate dai capi di Stato e di Governo dell’Unione sono state, infatti, giudicate «inaccettabili per il Parlamento», così come ha dichiarato il belga Johan Van Overtveldt, presidente della commissione Bilanci dell’Eurocamera. Mentre il Consiglio, ossia il consesso nel quale sono rappresentati i governi nazionali, vorrebbe far convergere l’aumento dei fondi solo su alcuni specifici programmi, la maggioranza del Parlamento intenderebbe, invece, destinare le risorse aggiuntive a 15 capitoli di spesa, quindi a un più ampio ventaglio di settori, cosa che scontenterebbe i “frugali”, procedere verso il rafforzamento delle condizionalità per poterne usufruire, basate sul rispetto dello “Stato di diritto”, ossia su una valutazione delle politiche degli Stati membri, indirizzata essenzialmente contro i Paesi di Visegrad, Ungheria in testa, e, infine, partecipare alla governance del programma Next Generation Eu. Al centro delle polemiche anche il ruolo della presidenza di turno dell’Unione, spettante in questo semestre alla Germania. «I colloqui sul bilancio Ue sono interrotti. Senza una valida proposta da parte della presidenza tedesca dell’Ue per aumentare i massimali, è impossibile andare avanti. I margini e la flessibilità sono per esigenze impreviste, non per trucchi di bilancio», così il portavoce del Parlamento, Jaume Duch. Critiche alle quali è immediatamente seguita la replica tedesca, affidata a Sebastian Fischer, portavoce della Rappresentanza della Germania, secondo il quale l’Europarlamento avrebbe «perso l’occasione di portare avanti i negoziati sul bilancio». Per ulteriori sviluppi, ora si attende il prossimo vertice dei capi di Stato e di Governo, previsto per il prossimo 15 e 16 ottobre.


Recovery Fund, Italia in stallo (ma non solo l’Italia)


Lo scontro tra i Paesi di Visegrad e i “frugali” rischia di allungare i tempi

 

Qualche problema con il Recovery Fund c’è, eccome, e il rischio è l’andare in tilt. A chi dobbiamo dare retta? Al presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, che oggi in un’intervista a  Il Fatto Quotidiano difende l’operato del Governo italiano? L’Italia, sostiene l’esponente Pd, non sarebbe assolutamente in ritardo perché «dalle informazioni che arrivano tutti i Paesi sono ai blocchi di partenza…tutti stanno lavorando e alcuni Paesi hanno già annunciato che concluderanno il loro lavoro ad anno nuovo». Nel sottolineare che «proprio ieri è arrivata la buona notizia di una proposta della presidenza tedesca per inserire alcune clausole sul rispetto dello Stato di diritto», si è detto «fiducioso che il negoziato si concluda presto», nonostante «non sarà facile districarsi tra atti legislativi e ratifiche dei Parlamenti nazionali». Oppure dobbiamo dare ragione al ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, intervistato da Repubblica? Diversamente da Sassoli, Amendola sostiene che «si è aperto uno scontro tra Paesi di Visegrad, come la Polonia e l’Ungheria, che non vogliono interferenze o condizionalità sullo Stato di diritto (ovvero sul funzionamento delle istituzioni del Paese, inclusi problemi con il sistema elettorale, l’indipendenza del potere giudiziario e il rispetto per i diritti e le libertà civili), e i cosiddetti “frugali” che spingono perché lo stato di diritto sia irrinunciabile per accedere ai fondi». Sempre colpa dei “frugali”. Ma anche l’Italia, ci ha messo del suo affermando che «l’articolo 7 e le procedure sullo Stato di diritto sono fondamentali». «Rischiamo di finire in una strettoia – ha sottolineato Amendola – che allunga i tempi del Recovery», «se la discussione continua così, con questi toni e con minacce di veto si potrebbe bloccare tutto». Ma in Italia, come scrive oggi Il Messaggero, ci siamo già fermati, siamo una volta tanto in anticipo. La Commissione Bilancio è impegnata a preparare la relazione da presentare all’Assemblea proprio sul Recovery, le altre Commissioni sono impegnate in audizioni, comprese quelle dei ministri sempre sul Recovery. In Senato sta arrivando il Dl Agosto. Sulla Legge elettorale convocazioni ancora non pervenute, riforma del processo penale e Anm (solo audizioni), riforma dell’assegno di divorzio (ferma dal luglio dello scorso anno) e superamento del numero chiuso a Medicina scomparsi nel nulla.

In chi dobbiamo sperare o credere: Sassoli o Amendola?


PROGETTO URSULA


La presidente della Commissione conferma i suoi piani per l’Europa. I soldi del Recovery Fund e le condizioni di Von der Leyen: ambiente, digitalizzazione, famiglie arcobaleno e redistribuzione dei migranti

Se il Covid-19 e poi soprattutto le sue conseguenze economiche e sociali sono stati devastanti per l’Europa – e non solo – costringendo persino le istituzioni Ue a modificare parzialmente il proprio modus operandi, non si può, però, certo dire che il nuovo scenario abbia portato ad altrettanto radicali trasformazioni nella visione e nella strategia della Commissione europea sul futuro dell’Unione. Al di là dell’enfasi su alcuni temi, oltre alle misure economiche emergenziali – a partire dallo stanziamento dei fondi straordinari – che del resto, data la situazione, erano inevitabili, il Progetto Ursula, ovvero il discorso sullo Stato dell’Unione della presidente della Commissione Von der Leyen, nella sostanza è stato piuttosto simile a quanto dichiarato già al momento della candidatura della politica tedesca al vertice delle istituzioni europee, avvenuto un anno e una pandemia fa. Il Green deal, ma manca la concretezza verso progetti che consentano all’Europa di avere un’economia più verde senza soccombere alla concorrenza di altri Paesi meno attenti all’ambiente; la digitalizzazione, altra cosa necessaria, ma che coincide quasi sempre con identità digitale e pagamenti elettronici e quasi mai con un’equa tassazione per i giganti del web. Verso questi due ambiti andrà una parte consistente del Recovery Fund. Poi il salario minimo, argomento spinoso date le forti differenze in termini di costo della vita e tassazione del lavoro e della produzione fra i Paesi europei. I temi etici e relativi alla famiglia, con una particolare attenzione verso quelle “arcobaleno”: «I soldi del Bilancio europeo e Next Generation Eu siano spesi con le garanzie sullo stato di diritto. Questo non è negoziabile», così la Von der Leyen. Poi la redistribuzione dei migranti a suon di carota – ovvero fondi – per chi si renda disponibile ad accogliere e bastone – ossia multe – per chi provi a chiedere una complessiva riforma del sistema di difesa delle frontiere europee, che parta da un superamento delle regole di Dublino, ma che cerchi anche di impedire a monte il flusso costante di immigrati verso l’Europa. Insomma, un film già visto e soprattutto neanche troppo piacevole.


La morsa italiana, tra bassa inflazione e tasse


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Due le notizie, ma sarebbe meglio chiamarle conferme, drammatiche di oggi: l’Istat ha rilevato nelle stime preliminari un’inflazione negativa per il quarto mese consecutivo e, la seconda, l’inizio, domani, del tour de force delle scadenze fiscali. Quanto all’inflazione (+0,3% su agosto e -0,5% sull’anno, il mese precedente era al -0,4%), il segno negativo è determinato sia dall’andamento dei prezzi dei beni energetici regolamentati (da -13,6% a -13,7%) e non regolamentati (da -9,0% a -8,6%) sia dal calo più netto dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da -0,9% a -2,3%). In questa situazione non manca il sospetto dell’esistenza di qualche speculazione in atto. Coldiretti in merito è esplicita nel segnalare che i prezzi pagati ad agricoltori e allevatori spesso non coprono più neanche i costi, nonostante in controtendenza alla deflazione generale si trovino proprio i prezzi al consumo nel carrello della spesa: dai salumi (+3,2%) alla pasta (+2,1%), dal latte (+1,5%) alla frutta (+8,1%) ma anche carne (+2,4%), pesce fresco (+2,1%), pane (+1%) e vino (+0,4%). «Sono in atto tentativi di speculazione al ribasso – continua Coldiretti – nei compensi riconosciuti agli agricoltori». Ma non solo. Perché se gli italiani spendono di più, e forse sarebbe anche più giusto dire fondamentalmente, per mangiare, il dubbio che si speculi anche sui consumatori potrebbe sorgere. A determinare però un peggioramento di sistemi economici, fragili o meno che siano, indubbiamente aggrediti dagli effetti di un’epidemia mondiale senza precedenti, ci sono anche le scelte molto discutibili di chi governa, come nel caso del nostro Paese a trazione giallorossa che non è ancora uscito da una politica economica puramente d’emergenza e neanche efficace. Ricordiamo che, notizia della settimana scorsa, il lavoro è in picchiata, dramma al quale si va ad aggiungere l’inflazione di segno negativo, che, come sostiene il Codacons, produrrà anche un risparmio su base annua stimabile in -200 euro per un nucleo con due figli e -154 euro per la famiglia “tipo”, ma tale presunto risparmio non è certamente il sintomo di un ritrovato benessere, anzi. E la morsa degli impegni fiscali è senza ombra di dubbio l’ulteriore patologia, tutta italiana, che contribuisce a peggiorare il quadro. Per la Cgia di Mestre le scadenze fiscali di domani metteranno a dura prova la tenuta finanziaria di  tantissime imprese, soprattutto di piccole dimensioni. Non tutti i contribuenti dovranno onorare 192 scadenze, ovviamente, ma il conto da pagare sarà salato. Numeri e problemi che, senza considerare la crescita del debito pubblico, con governi di diverso colore, avrebbero fatto gridare alla catastrofe. La domanda legittima da farsi, sapendo purtroppo già la risposta, è se il Conte bis sia davvero in grado di gestire una sfida enorme come quella del Recovery Fund che dovrebbe farci uscire dal pantano. Il condizionale è d’obbligo.


E le nostre campagne?


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Pesa l’incapacità di comprendere cosa serve al settore agroalimentare nazionale

In queste settimane, larga parte dell’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata, giustamente, sulla riapertura delle scuole, su come saranno impiegate le risorse del recovery fund e, in misura forse minore, sulle elezioni regionali e il referendum costituzionale. Eppure, vi è almeno un altro argomento che dovrebbe stare a cuore a tutti gli italiani, perché, perdonate il gioco di parole, rappresenta il cuore di tutti gli italiani: il destino delle nostre campagne, del nostro settore agroalimentare, delle nostre produzioni di qualità. Proprio in queste ore, decine di migliaia di nostri connazionali stanno facendo quello che, nel mese di settembre, facevano i loro padri e i loro nonni: la vendemmia, uno dei momenti più suggestivi della vita agreste, insieme alla mietitura del grano e alla raccolta delle olive. Fortunatamente, nonostante le pessime condizioni atmosferiche delle scorse settimane, gli esperti ci fanno sapere che il raccolto è in larga parte salvo, la qualità è ottima, come abbondante sarà la produzione finale di vino. Ma è proprio qui che iniziano i problemi. I nostri produttori – e la cosa vale anche per tutti gli altri prodotti, dai formaggi ai salumi, passando per i dolci – sono in grandissima difficoltà, poiché rischiano di non avere acquirenti. Il solo mercato interno, infatti, non è sufficiente, anche perché le generali condizioni economiche non permettono particolari voli pindarici per la stragrande maggioranza degli italiani. Il crollo del turismo straniero ha inferto un durissimo colpo: mancano milioni di potenziali acquirenti, ben felici di tornare al loro Paese di origine con una bottiglia di limoncello di Sorrento. Neanche il commercio online è capace di sostituire la presenza fisica, soprattutto perché sono proprio le maggiori piattaforme ad alimentare spesso il fenomeno del cosiddetto Italian sounding, vale a dire quelle contraffazioni da quattro soldi, come Parmesan al posto di Parmigiano, capaci però di ingannare milioni di persone nel mondo, causando un danno da miliardi di euro. In un tale scenario, l’impegno del governo, al momento, non è parso all’altezza. Il sostegno al made in Italy si è ridotto, quasi subito, alla previsione di un contributo per le spese legali, mentre si è pensato che la questione occupazionale nell’agricoltura fosse semplicemente un bisogno di manodopera a prezzi contenuti. Del resto, il fallimento della procedura di emersione del lavoro nero in agricoltura è la conferma che, in realtà, serve personale qualificato, preparato, in grado di coniugare tradizione e innovazione digitale. La stessa concessione di terreni alle famiglie numerose è presto finita nel dimenticatoio. Nel frattempo, ci attendiamo molto dalle nostre cooperative della grande distribuzione: possono diventare le Amazon dell’agroalimentare.