Pa, fra ambizione e incertezza

Il piano Dadone per cambiare la pubblica amministrazione è aleatorio

Le idee ci sono pure, quello che non è chiaro, almeno in questo momento, è la tempistica in cui tutto ciò si dovrebbe realizzare. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, interrogata sui programmi sul dicastero da lei guidato ha messo in fila una serie di progetti sicuramente molto interessanti, ma altrettanto aleatori sotto il profilo dei tempi di applicazione e sulle risorse che dovrebbero arrivare, anche in questo caso, dal recovery fund. Fra le varie proposte, la creazione di 150 poli territoriali avanzati per lo svolgimento delle procedure concorsuali e soprattutto un grande piano formativo per oltre tre milioni di dipendenti pubblici al fine di rafforzare le competenze informatiche, necessarie anche per ottimizzare il cosiddetto lavoro agile. Su quest’ultimo punto, però, si osserva come l’agenda digitale per la pubblica amministrazione, lo strumento programmatorio principale, aggiornato soltanto nel marzo scorso, non cita mai lo smart working.

Anche il pubblico impiego ha il suo protocollo anti Covid-19

La ministra Fabiana Dadone ha riunito una quindicina di sigle sindacali

Finalmente anche il pubblico impiego ha il suo protocollo condiviso per la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro in funzione della gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. E così, se per il settore privato si era arrivati ad una intesa già marzo, successivamente implementata il 24 aprile, per il pubblico impiego si è dovuto aspettare tre mesi in più. Un lavoro lungo, quasi certosino, che alla fine è stato sottoscritto, oltre che da Cgil, Cisl, Uil e Ugl che già avevano contributo alla definizione del protocollo per il settore privato del 24 aprile, da un’altra decina di sigle, comprese quelle dei dirigenti. Gli assi portanti del documento, che è stato vidimato dal comitato tecnico scientifico del Ministero della salute, sono sicuramente rappresentati dalla possibilità di rendere più flessibili gli orari di apertura degli uffici, dall’utilizzo dell’informatica sia per prenotare appuntamenti in sede che per dare risposte all’utenza e dalla riorganizzazione degli stessi spazi di lavoro. Particolare attenzione viene riposta anche sui dispositivi di protezione individuale. Si parla anche di dotazione di termoscanner agli ingressi. Il protocollo si intreccia, inoltre, con la questione dello smart working. Nei prossimi mesi, comunque entro gennaio, le amministrazioni pubbliche dovranno dotarsi del cosiddetto Pola, vale a dire del Piano organizzativo per il lavoro agile.

Pubblico impiego, il blocco del turn over pesa sui cittadini

Il solo personale di regioni ed enti locali è crollato di oltre 100mila unità

Un calo senza precedenti. In appena dieci anni, il personale della pubblica amministrazione è diminuito di 212mila unità, un numero impressionante che, in termini percentuali, si traduce in un meno 6,2%. Il crollo dell’occupazione pubblica è ancora più vistoso nelle regioni e negli enti locali, con 100mila dipendenti in meno, addirittura un quinto in meno rispetto al periodo pre-crisi da mutui subprime. Le politiche di contenimento del personale pubblico, avviate soprattutto a partire dal governo Monti, hanno colpito duramente anche la sanità, con 41mila addetti in meno, mentre i ministeri hanno visto ridurre la loro forza lavoro di 36mila unità. Numeri che si riflettono pesantemente sui servizi erogati ai cittadini, sia in termini quantitativi (chi è uscito non è stato sostituito o è stato sostituito solo in parte, così che si sono aperte delle falle enormi nelle piante organiche) che qualitativi. L’età media sempre più alta ha effetti diretti negativi sulla capacità di intervenire in maniera efficace ed efficiente in diversi comparti, mentre si amplia il gap formativo nelle nuove competenze digitali, considerata anche la riduzione delle risorse destinate alla formazione). Appena il 2,9% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni, a fronte del 16,9% con una età superiore ai 60 anni. Non sorprende, ma sicuramente colpisce il fatto che dal prossimo anno la pubblica amministrazione avrà più pensionati che dipendenti.

Pubblico impiego, si avvicina, forse, il via libera alla Fase 3

Nuova videoconferenza fra ministero e sindacati sulle regole per la ripartenza

La giornata di domani dovrebbe rappresentare un passo avanti verso la definizione del protocollo per il ritorno dei dipendenti pubblici in ufficio in assoluta sicurezza. I sindacati, dalla Cgil alla Ugl, sono stati infatti convocati in videoconferenza, dopo che già la scorsa settimana vi era stato un primo passaggio che per quella che è stata definita la Fase 3. L’attenzione però è già tutta proiettata all’inverno e al 2021, quando, secondo alcune anticipazioni, lo smart working potrebbe interessare anche in condizioni normali fino ad un milione di dipendenti pubblici, un numero oggettivamente molto elevato, perché vorrebbe dire che quasi un terzo del pubblico impiego sarebbe coinvolto nel progetto. Da capire, chiaramente, quali potranno essere le modalità operative, perché oggi abbiamo conosciuto una versione di lavoro agile forzata e obbligatoria per tutti e per tutto l’orario di lavoro. In futuro, la proposta che potrebbe arrivare potrebbe essere quella di alternare giorni di lavoro in sede ad altri da remoto, in linea con quanto sta emergendo anche nel settore privato e per la scuola. Tornando alla Fase 3, molte delle regole per la ripartenza sono, pure in questo caso, mutuate da quelle già adottate per il settore privato, ad iniziare dall’uso di mascherina, visiera e termoscanner per chi opera a contatto con il pubblico; prevista inoltre l’estensione degli orari di apertura degli uffici.

Dipendenti pubblici in lavoro agile, a rischio i buoni pasto

Il governo penserebbe anche al taglio dei congedi parentali per chi non è in sede

Al momento è una delle opzioni in campo, ma avrebbe oggettivamente il sapore della beffa, anche il solo pensarla. La scorsa settimana abbiamo dato nota dell’avvio di un tavolo di confronto della ministra Fabiana Dadone sullo smart working nella pubblica amministrazione. Il tavolo, come si ricorderà, è triplo, con Cgil, Cisl e Uil insieme, poi Ugl, Cisal, Confsal, Usb ed altre sigle ed infine i dirigenti. Parlando in commissione parlamentare, la ministra ha fatto sapere che fra le possibilità in campo vi è anche quella del taglio dei buoni pasto per i dipendenti pubblici che lavorano da casa. Secondo la ministra, «il buono pasto ha senso in un’ottica di presenza fissa, ma è più difficile concepirlo in smart working, le due cose non si connettono tanto». Stesso destino anche per i congedi parentali, mentre soltanto a margine si è parlato di diritto alla disconnessione. La dichiarazione della ministra, chiaramente, ha alimentato un vespaio di polemiche con i sindacati e con l’opposizione, a partire dal leader della Lega, Matteo Salvini. La cosa paradossale è che lo smart working è stato imposto dalla sera alla mattina all’85% dei dipendenti pubblici che hanno garantito un servizio, mettendo a disposizione la loro strumentazione, computer e linea telefonica, senza per questo avere nulla in cambio e rischiando, peraltro, dei richiami disciplinari anche al di fuori del normale orario di lavoro.

Pubblico impiego, il confronto parte dalle promesse

La ministra Dadone apre ai sindacati, ma il Mef rimane molto abbottonato

Un primo giro di tavolo per mettere in chiaro quelle che sono le singole aspettative, con l’obiettivo di trovare un denominatore comune fra le varie posizioni in campo. Dopo il confronto con la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, sulle pensioni, è partito anche quello con la sua collega alla funzione pubblica, Fabiana Dadone. Come per il primo tavolo, anche in questo non è prevista una vera e propria traccia, se non l’obiettivo di arrivare con una sorta di memorandum di intesa alla vigilia della presentazione del documento di economia e finanza alla metà di aprile, che poi fungerà da base per la prossima legge di bilancio, salvo, naturalmente, complicazioni in corso d’opera. La ministra Dadone ha così incontrato a stretto giro di posta Cgil, Cisl, Uil, i sindacati dei dirigenti e quindi Ugl, Cisal, Confsal, Usb e le altre sigle di categoria. Soprattutto in questo terzo incontro non sono mancate pesanti critiche sull’ultimo rinnovo dei contratti collettivi, avallato proprio da Cgil, Cisl e Uil, che ha assolutamente garantito il recupero del potere d’acquisto perso dal 2009, e sulla stessa gestione delle relazioni sindacali, in particolare con l’immotivata esclusione di sigle rappresentative nella contrattazione di amministrazione. Oltre che di risorse per il nuovo contratto, si è anche parlato molto di assunzioni, formazione, riqualificazione professionale, semplificazione, dotazione strumentale.