Pubblico impiego, il confronto parte dalle promesse


La ministra Dadone apre ai sindacati, ma il Mef rimane molto abbottonato

Un primo giro di tavolo per mettere in chiaro quelle che sono le singole aspettative, con l’obiettivo di trovare un denominatore comune fra le varie posizioni in campo. Dopo il confronto con la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, sulle pensioni, è partito anche quello con la sua collega alla funzione pubblica, Fabiana Dadone. Come per il primo tavolo, anche in questo non è prevista una vera e propria traccia, se non l’obiettivo di arrivare con una sorta di memorandum di intesa alla vigilia della presentazione del documento di economia e finanza alla metà di aprile, che poi fungerà da base per la prossima legge di bilancio, salvo, naturalmente, complicazioni in corso d’opera. La ministra Dadone ha così incontrato a stretto giro di posta Cgil, Cisl, Uil, i sindacati dei dirigenti e quindi Ugl, Cisal, Confsal, Usb e le altre sigle di categoria. Soprattutto in questo terzo incontro non sono mancate pesanti critiche sull’ultimo rinnovo dei contratti collettivi, avallato proprio da Cgil, Cisl e Uil, che ha assolutamente garantito il recupero del potere d’acquisto perso dal 2009, e sulla stessa gestione delle relazioni sindacali, in particolare con l’immotivata esclusione di sigle rappresentative nella contrattazione di amministrazione. Oltre che di risorse per il nuovo contratto, si è anche parlato molto di assunzioni, formazione, riqualificazione professionale, semplificazione, dotazione strumentale.


Statali, fra tensioni e memorandum


I conti non tornano sul versante delle risorse per il contratto di lavoro

C’è chi, come la Ugl, aveva sollevato la questione già in audizione durante la discussione in autunno sulla legge di bilancio; c’è chi, invece, come Cgil, Cisl e Uil, aveva sperato che, in corso d’opera, le promesse si sarebbero tradotte in fatti concreti. La dura realtà, però, è che quanto stanziato continua a non essere sufficiente ad assicurare tutti gli obiettivi indicati, dal rinnovo dei contratti collettivi all’estensione dei permessi di paternità, dal pagamento della malattia alle carriere nel comparto difesa-sicurezza. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, sta provando a mantenersi in equilibrio, ma, come per la collega al lavoro, Nunzia Catalfo, è costretta a fare i conti con la visione puramente ragionieristica del responsabile del dicastero dell’economia, Roberto Gualtieri. È in questo clima che si avvicina l’appuntamento del 19 febbraio sul memorandum d’intesa sul pubblico impiego, dove si incontreranno ministra e sindacati.


Per gli enti locali pronti i bandi tipo


Ma gli ostacoli restano

La ministra per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Fabiana Dadone, lo ha promesso al presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte: entro il 30 marzo saranno disponibili i bandi tipo per l’espletamento dei concorsi nel pubblico impiego. Una importante novità che dovrebbe servire soprattutto agli enti locali piccoli e medi ad espletare in maniera rapida le diverse incombenze connesse alla predisposizione e allo svolgimento dei concorsi. Occorre, però, ricordare che le assunzioni nel pubblico impiego si scontrano con altri ostacoli, anche questi molto materiali, ad iniziare dai tanti limiti nelle facoltà assunzionali. Nonostante l’allentamento degli ostacoli al turn over avvenuto con la legge di bilancio dello scorso anno e con il decreto Concretezza della ministra Bongiorno, rimangono infatti molti vincoli che penalizzano principalmente i comuni alle prese con difficoltà di bilancio.

 


Pubblico impiego, le criticità crescono di giorno in giorno


Aumenta il lavoro precario. Quota 100 favorisce però il ricambio generazionale

Una fotografia sicuramente non entusiasmante e che, di certo, impone una profonda riflessione. La nostra pubblica amministrazione si caratterizza, infatti, per il più basso tasso di laureati in Europa, per una età media molto alta (superiore ai 50 anni), una costante contrazione di personale (meno 193mila unità in dieci anni) e per un forte ricorso al lavoro precario, almeno 340mila unità. Numeri tutti evidenziati nel rapporto annuale di Fpa, ai quali si aggiunge la considerazione circa la forte perdita di potere d’acquisto, registratasi nello stesso arco di tempo, solo in una piccola parte alleviata dal rinnovo del contratto nel periodo 2016-2018. A fronte di oltre 10 punti percentuali di inflazione, l’incremento è stato di poco superiore ai tre punti percentuali con una netta e marcata discrepanza, quindi. «Quota 100 ha favorito una maggiore vivacità del mercato del lavoro, incentivando anche il turn over nella pubblica amministrazione»: ha osservato il segretario dell’Ugl, Paolo Capone, alla vigilia dell’apertura dei tavoli tecnici sul sistema previdenziale che investiranno direttamente anche tutto il pubblico impiego, ancora oggi privo in larghissima parte della previdenza complementare, la cosiddetta seconda gamba. Il rapporto Fpa fotografa anche un altro elemento di riflessione: la ridotta attività formativa. In media, circa un’ora per dipendente: con una battuta, neanche il tempo di fare l’appello.


Si sblocca il pubblico impiego


Alla fine, la spinta per l’occupazione potrebbe arrivare dagli enti locali

La conferenza Stato-Regioni ha infatti formalizzato uno dei punti principali sui quali si era battuto l’allora ministro Giulia Bongiorno ai tempi del governo giallo-verde, vale a dire lo sblocco del turn over nella pubblica amministrazione, comuni compresi. Ora, dopo una lunga gestazione, si comincia  fare sul serio, tanto che nei prossimi mesi potrebbe arrivare una vera e propria ondata di nuove assunzioni, quantificate in almeno 40mila unità. Un numero importante, dopo anni e anni di pesanti ristrettezze, ma che non è ancora sufficiente a coprire i disastri dei mancati adeguamenti delle piante organiche. Le inefficienze, vere o presunte, della pubblica amministrazione dipendono da tanti fattori, compreso il mancato ricambio generazionale che non ha permesso finora di integrare nella macchina pubblica tutte le nuove professionalità che sono emerse negli ultimi anni. Un fenomeno sul quale, peraltro, ha anche pesato negativamente la stretta partita con il governo Monti degli investimenti in formazione del personale già in servizio, che si è ritrovato a parlare di digitale senza avere le necessarie competenze.


Dipendenti pubblici mazziati


Crescono gli stipendi, ma soltanto per la statistica. Gap di genere al 31,8%

Per chi ha memoria corta, la notizia potrebbe anche sembrare buona, quasi ottima. Nel 2018, fa sapere l’Inps, la retribuzione media dei dipendenti pubblici è cresciuta del 3,1% rispetto all’anno precedente per effetto dei rinnovi contrattuali per il periodo 2016-2018 nei vari comparti. Peccato, però, che nello stesso periodo anche l’inflazione è cresciuta con una tendenza simile, per cui il potere d’acquisto reale è rimasto invariato. Peccato, soprattutto, che l’ultimo rinnovo contrattuale nel pubblico impiego vi era stato nel 2009 e che, quando alla vigilia delle elezioni politiche del 2018 sono stati sottoscritti i diversi rinnovi, l’inflazione cumulata è stata di oltre dieci punti percentuali, una perdita secca che non è mai stata recuperata. Sempre l’Inps certifica un’altra cosa, sempre con riferimento al lavoro pubblico: il divario di genere al 31,8% con lo stipendio medio annuo degli uomini a 38.400 e quello delle donne a poco di 29mila euro