Smart working, è pasticcio normativo


Prorogato il lavoro agile, ma non la scadenza di presentazione dei Pola

L’allarme è arrivato alle federazioni di categoria del lavoro pubblico, a partire dalla Ugl Autonomie che ha evidenziato una possibile falla normativa. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, ha provveduto, infatti, ad allineare la procedura semplifica di accesso al lavoro agile con l’attuale scadenza dello stato di emergenza, vale a dire aprile. Il problema, però, è che tutte le amministrazioni pubbliche erano tenute a definire i cosiddetti Pola, i piani organizzativi del lavoro agile, entro il 31 gennaio. Trattandosi di una norma di legge, in assenza di un rinvio esplicito, il termine rimane, con tutto quello che ne consegue anche sotto il profilo della valutazione della performance del dirigente che non ha ottemperato all’obbligo. Insomma, un vero e proprio pasticcio normativo che, fermo restando la procedura semplificata, potrebbe portare all’applicazione delle percentuali previste dalla legge in luogo di quelle definite con il Pola.


Pubblico impiego, figli e figliastri


Agli statali dovrebbe andare il doppio di quanto destinato ai dipendenti dei comuni

Si annuncia una stagione da figli e figliastri nella pubblica amministrazione. L’Aran ha iniziato a fare due conti per capire quante sono le risorse effettivamente a disposizione per il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro. Si scopre così che per gli statali dovrebbero essere disponibili sui 107 euro al mese di incremento medio. Infermieri e docenti, però, nonostante si parli molto di loro in questi mesi, si dovrebbero fermare rispettivamente a 97 euro medi e a 91,5 euro medi, mentre ancora peggio andrebbe ai dipendenti degli enti locali, che si fermerebbero ad appena 60 euro. Ai dirigenti, viceversa, andrebbero 334 euro, sempre al mese e sempre medi. Insomma, una situazione di forte differenziazioni che non sembra avere basi logiche rispetto alla realtà che è maturata nel corso dell’ultimo anno. Il tutto senza dimenticare che il rinnovo dei contratti collettivi arriverebbe quasi al termine della scadenza del triennio 2019-2021.


Pubblico impiego, riparte la corsa al merito


La sola soddisfazione del cittadino presenta elementi di criticità

La pubblica amministrazione prova, per l’ennesima volta, a ripartire da se stessa. Sono infatti diversi anni ormai, almeno un decennio, se non di più, che si parla periodicamente di premiare il merito nel personale pubblico, ma ogni volta si ritorna alla casella iniziale. L’ultimo caso certificato, quello dell’abbandono della disposizione sui controlli biometrici delle presenze; il penultimo, le dichiarazioni della ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, che, illustrando i risultati dello smart working, ha evidenziato risparmi per 50 milioni di euro, non però da maggiore efficienza, ma semplicemente dal taglio di buoni pasto e straordinari. Ora nel Recovery plan, il governo propone un nuovo modello di lavoro pubblico da realizzarsi con strumenti normativi, quindi una legge, e contrattuali, in modo tale da agganciare la retribuzione al risultato, misurato anche in termini di soddisfazione dell’utenza. Insomma, non una vera e propria rivoluzione, in quanto determinate suggestioni sono note da tempo, ma una accelerazione sul versante del merito e della produttività. Uno dei meccanismi che saranno adottati dovrebbe essere quello della soddisfazione del cittadino, un aspetto che presenta, però, notevoli criticità, se applicato da solo. È sufficiente richiamare il caso del cittadino che si presenta allo sportello tributi: non sarà soddisfatto, quando il dipendente gli dirà che sono da pagare.


Smart working, la grande beffa


50 milioni da minori straordinari e mancata erogazione dei buoni pasto

Ora è arrivata anche la certificazione del ministero della funzione pubblica. Che lo smart working producesse dei risparmi era evidente a tutti, anche al netto della sgradevole questione dei buoni pasto non sempre erogati ai lavoratori dipendenti. Dal ministero di Fabiana Dadone arriva però anche un dato sicuramente interessante. Nei primi mesi di pandemia, con il massiccio ricorso al lavoro agile, si è arrivati a circa 50 milioni di risparmi per la sola pubblica amministrazione. Una cifra importante che, assicura l’esponente Cinquestelle, sarà destinata alla contrattazione integrativa, in particolare per la produttività, il welfare integrativo e la formazione. Nessun regalo, però, perché i 50 milioni sono il frutto di 18 milioni di mancati straordinari e di 35 milioni di buoni pasto non goduti. Insomma, una grande beffa per i dipendenti pubblici, già fortemente scossi per le tante promesse non mantenute in questi anni e mesi.


Pa, dopo il flop dello sciopero, restano i problemi


Solo il 5% segue Cgil, Cisl e Uil. Ora serve un confronto serio e allargato

Alla fine, l’adesione allo sciopero del pubblico impiego è stata inferiore rispetto anche alle più negative previsioni della vigilia. La fuga in avanti delle federazioni di categoria di Cgil, Cisl e Uil non è stata evidentemente compresa dai lavoratori pubblici, come avevano ampiamente previsto l’Ugl e qualche altra sigla minore. Un flop che va anche oltre al semplice dato del 5% e che si giustifica soltanto in parte con l’effetto combinato dello smart working che, oggettivamente, non invoglia molti a scioperare e, quindi, a rinunciare ad almeno cinquanta euro. Passato lo sciopero e con una categoria oggi più debole davanti al governo, restano in piedi tutte le problematiche evidenziate nei giorni scorsi. Le risorse per il rinnovo contrattuale non sono sufficienti, soprattutto se consideriamo il mancato recupero del potere d’acquisto del periodo 2009-2015, completamente ascrivibile al governo Gentiloni; quanto stanziato in tre tornate dal 2019 ad oggi, potrebbe garantire un incremento medio a regime nell’ordine di circa 90 euro. Ma prima ancora degli aspetti economici, l’attenzione dovrebbe essere rivolta pure agli aspetti normativi, alla assoluta inadeguatezza delle piante organiche, in particolare nella sanità, nella scuola e negli enti locali, al proliferare del lavoro precario e all’assenza di adeguata formazione, proprio mentre si chiede uno sforzo enorme sul versante della digitalizzazione.


Pubblico impiego, la Dadone sul patibolo per colpe non solo sue


Tanti gli errori fatti nel presente, ma anche con il precedente governo Gentiloni
La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, rischia, suo malgrado, di trasformarsi nel capro espiatorio di errori non suoi, anche se, è bene evidenziare, su qualche punto indubbiamente ci ha messo del suo. Appena dopo la festività dell’Immacolata, come noto, le federazioni di categoria di Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato uno sciopero generale del pubblico impiego; una decisione che, al netto delle rivendicazioni, non è stata condivisa da altre sigle sindacali, ad iniziare dalla Ugl che ha più volte parlato di opportunità: scegliere la via dello sciopero generale in un momento di grave crisi per il lavoro privato può non essere compreso, finendo per generare un conflitto fra lavoratori che sicuramente non serve al Paese. Al netto di ciò, Cgil, Cisl e Uil finiscono per scaricare sulla ministra mancanze che, viceversa, investono in primo luogo l’attuale governo e l’esecutivo di centro sinistra guidato da Paolo Gentiloni. Il Conte 2, nonostante le promesse, ha stanziato risorse assolutamente insufficienti rispetto alle esigenze e, soprattutto, non ha liberato il capitolo assunzioni dai tanti vincoli esistenti. Il pacchetto di assunzioni riguarda soltanto le amministrazioni centrali e, spesso, molto in avanti con i tempi, mentre nulla si prospetta per gli enti locali. A Gentiloni si rimprovera invece il fatto del rinnovo al ribasso del 2016, nel quale non si è recuperato il potere d’acquisto perso dal 2009.