Smart working, riflessioni in corso

Saltano le percentuali nel pubblico impiego, resta la procedura semplificata

Arrivano conferme sul versante dello smart working. La proroga della procedura semplificata viene infatti estesa anche al settore pubblico, dopo che già il ministro del lavoro, Andrea Orlando, aveva anticipato a Cgil, Cisl, Uil, Ugl e le altre parti sociali la stessa misura per il settore privato. In buona sostanza, non è necessario l’accordo individuale fra datore di lavoro e dipendente, con il quale si regola l’attività a distanza. È quindi sufficiente una comunicazione, appunto in forma semplificata, per formalizzare il fatto che il dipendente non opera in presenza, ma da remoto, non necessariamente la propria abitazione di residenza. La questione, a mano a mano che si allentano i vincoli imposti con i vari provvedimenti urgenti di contenimento della diffusione del virus, potrebbe avere dei riflessi sul versante della salute e della sicurezza del dipendente stesso. Se, infatti, la versione casalinga dello smart working non pone particolari problemi, oggi il dipendente potrebbe pure optare per svolgere l’attività in un altro spazio, non necessariamente al chiuso. Ritorna, quindi, la problematica inerente al rischio infortunio, sia con riferimento allo spostamento sia guardando al dove il dipendente sceglie di piazzarsi con il proprio computer a lavorare a distanza. Una delle questioni che, prima del Covid-19, aveva di fatto frenato la diffusione del lavoro agile in tutti i settori produttivi.

Pubblico impiego, si annunciano novità

Secondo Unioncamere e Anpal, servirebbero almeno 740mila assunzioni

La spinta verso la ripresa occupazionale potrebbe arrivare dal pubblico impiego. Secondo una elaborazione Unioncamere e Anpal, nell’ambito del sistema informativo Excelsior, a legislazione vigente, soltanto per il naturale turn over servirebbe assumere 690mila dipendenti pubblici, ai quali se ne aggiungerebbero altri 50mila per rafforzare la dotazione organica nei vari settori della pubblica amministrazione. La proiezione arriva fino al 2025 e, naturalmente, non tiene conto della possibile riforma delle pensioni post Quota 100. Numeri enormi che, però, non sorprendono i sindacati. Cgil, Cisl, Uil e Ugl lamentano, infatti, da tempo, le carenze di organico che si riflettono inevitabilmente sui servizi erogati al cittadino. Come noto, il blocco del turn over, già avviato nel corso del 2011 e poi accentuato dal 2012 con il governo Monti, ha prodotto delle pesanti falle nel pubblico impiego, ad iniziare, in particolare, dagli enti locali. Uno scenario che è migliorato, almeno sulla carta, dal 2018 e, successivamente, con il decreto Concretezza del 2019 dell’allora ministra Giulia Bongiorno. La variabile Covid-19, però, ha reso praticamente impossibile lo svolgimento dei concorsi pubblici, con l’applicazione di protocolli molto rigidi sul distanziamento, cosa che ha portato al blocco delle procedure per l’assunzione di circa 125mila dipendenti pubblici, in attesa delle novità annunciate da Renato Brunetta.

Concorsi pubblici, si prova lo sblocco

Brunetta e Carfagna indicano un modello da seguire per assunzioni rapide

Il modello per riprendere a svolgere i concorsi nella pubblica amministrazione potrebbe essere, se si rispetta il cronoprogramma indicato, quello che sarà adottato per assumere 2.800 laureati nella pubblica amministrazione fra tecnici, ingegneri e progettisti. I ministri della funzione pubblica e del Mezzogiorno, Renato Brunetta e Mara Carfagna, hanno infatti anticipato che entro tre mesi dovrebbe essere tutto pronto per inserire figure professionali specializzate, in un’ottica di gestione delle risorse del piano nazionale di ripresa e resilienza. Il blocco dei concorsi pubblici a causa del Covid-19 sta creando notevoli problemi, anche soltanto per sostituire il personale che nel frattempo sta andando in pensione. La questione investe tutte le amministrazioni, ad iniziare dalla scuola e dagli enti locali. Soprattutto questi ultimi sono in forte sofferenza per garantire i livelli essenziali delle prestazioni sul territorio e ai cittadini

Smart working, è pasticcio normativo

Prorogato il lavoro agile, ma non la scadenza di presentazione dei Pola

L’allarme è arrivato alle federazioni di categoria del lavoro pubblico, a partire dalla Ugl Autonomie che ha evidenziato una possibile falla normativa. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, ha provveduto, infatti, ad allineare la procedura semplifica di accesso al lavoro agile con l’attuale scadenza dello stato di emergenza, vale a dire aprile. Il problema, però, è che tutte le amministrazioni pubbliche erano tenute a definire i cosiddetti Pola, i piani organizzativi del lavoro agile, entro il 31 gennaio. Trattandosi di una norma di legge, in assenza di un rinvio esplicito, il termine rimane, con tutto quello che ne consegue anche sotto il profilo della valutazione della performance del dirigente che non ha ottemperato all’obbligo. Insomma, un vero e proprio pasticcio normativo che, fermo restando la procedura semplificata, potrebbe portare all’applicazione delle percentuali previste dalla legge in luogo di quelle definite con il Pola.

Pubblico impiego, figli e figliastri

Agli statali dovrebbe andare il doppio di quanto destinato ai dipendenti dei comuni

Si annuncia una stagione da figli e figliastri nella pubblica amministrazione. L’Aran ha iniziato a fare due conti per capire quante sono le risorse effettivamente a disposizione per il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro. Si scopre così che per gli statali dovrebbero essere disponibili sui 107 euro al mese di incremento medio. Infermieri e docenti, però, nonostante si parli molto di loro in questi mesi, si dovrebbero fermare rispettivamente a 97 euro medi e a 91,5 euro medi, mentre ancora peggio andrebbe ai dipendenti degli enti locali, che si fermerebbero ad appena 60 euro. Ai dirigenti, viceversa, andrebbero 334 euro, sempre al mese e sempre medi. Insomma, una situazione di forte differenziazioni che non sembra avere basi logiche rispetto alla realtà che è maturata nel corso dell’ultimo anno. Il tutto senza dimenticare che il rinnovo dei contratti collettivi arriverebbe quasi al termine della scadenza del triennio 2019-2021.

Pubblico impiego, riparte la corsa al merito

La sola soddisfazione del cittadino presenta elementi di criticità

La pubblica amministrazione prova, per l’ennesima volta, a ripartire da se stessa. Sono infatti diversi anni ormai, almeno un decennio, se non di più, che si parla periodicamente di premiare il merito nel personale pubblico, ma ogni volta si ritorna alla casella iniziale. L’ultimo caso certificato, quello dell’abbandono della disposizione sui controlli biometrici delle presenze; il penultimo, le dichiarazioni della ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, che, illustrando i risultati dello smart working, ha evidenziato risparmi per 50 milioni di euro, non però da maggiore efficienza, ma semplicemente dal taglio di buoni pasto e straordinari. Ora nel Recovery plan, il governo propone un nuovo modello di lavoro pubblico da realizzarsi con strumenti normativi, quindi una legge, e contrattuali, in modo tale da agganciare la retribuzione al risultato, misurato anche in termini di soddisfazione dell’utenza. Insomma, non una vera e propria rivoluzione, in quanto determinate suggestioni sono note da tempo, ma una accelerazione sul versante del merito e della produttività. Uno dei meccanismi che saranno adottati dovrebbe essere quello della soddisfazione del cittadino, un aspetto che presenta, però, notevoli criticità, se applicato da solo. È sufficiente richiamare il caso del cittadino che si presenta allo sportello tributi: non sarà soddisfatto, quando il dipendente gli dirà che sono da pagare.