Pubblico impiego, si avvicina, forse, il via libera alla Fase 3


Nuova videoconferenza fra ministero e sindacati sulle regole per la ripartenza

La giornata di domani dovrebbe rappresentare un passo avanti verso la definizione del protocollo per il ritorno dei dipendenti pubblici in ufficio in assoluta sicurezza. I sindacati, dalla Cgil alla Ugl, sono stati infatti convocati in videoconferenza, dopo che già la scorsa settimana vi era stato un primo passaggio che per quella che è stata definita la Fase 3. L’attenzione però è già tutta proiettata all’inverno e al 2021, quando, secondo alcune anticipazioni, lo smart working potrebbe interessare anche in condizioni normali fino ad un milione di dipendenti pubblici, un numero oggettivamente molto elevato, perché vorrebbe dire che quasi un terzo del pubblico impiego sarebbe coinvolto nel progetto. Da capire, chiaramente, quali potranno essere le modalità operative, perché oggi abbiamo conosciuto una versione di lavoro agile forzata e obbligatoria per tutti e per tutto l’orario di lavoro. In futuro, la proposta che potrebbe arrivare potrebbe essere quella di alternare giorni di lavoro in sede ad altri da remoto, in linea con quanto sta emergendo anche nel settore privato e per la scuola. Tornando alla Fase 3, molte delle regole per la ripartenza sono, pure in questo caso, mutuate da quelle già adottate per il settore privato, ad iniziare dall’uso di mascherina, visiera e termoscanner per chi opera a contatto con il pubblico; prevista inoltre l’estensione degli orari di apertura degli uffici.


Dipendenti pubblici in lavoro agile, a rischio i buoni pasto


Il governo penserebbe anche al taglio dei congedi parentali per chi non è in sede

Al momento è una delle opzioni in campo, ma avrebbe oggettivamente il sapore della beffa, anche il solo pensarla. La scorsa settimana abbiamo dato nota dell’avvio di un tavolo di confronto della ministra Fabiana Dadone sullo smart working nella pubblica amministrazione. Il tavolo, come si ricorderà, è triplo, con Cgil, Cisl e Uil insieme, poi Ugl, Cisal, Confsal, Usb ed altre sigle ed infine i dirigenti. Parlando in commissione parlamentare, la ministra ha fatto sapere che fra le possibilità in campo vi è anche quella del taglio dei buoni pasto per i dipendenti pubblici che lavorano da casa. Secondo la ministra, «il buono pasto ha senso in un’ottica di presenza fissa, ma è più difficile concepirlo in smart working, le due cose non si connettono tanto». Stesso destino anche per i congedi parentali, mentre soltanto a margine si è parlato di diritto alla disconnessione. La dichiarazione della ministra, chiaramente, ha alimentato un vespaio di polemiche con i sindacati e con l’opposizione, a partire dal leader della Lega, Matteo Salvini. La cosa paradossale è che lo smart working è stato imposto dalla sera alla mattina all’85% dei dipendenti pubblici che hanno garantito un servizio, mettendo a disposizione la loro strumentazione, computer e linea telefonica, senza per questo avere nulla in cambio e rischiando, peraltro, dei richiami disciplinari anche al di fuori del normale orario di lavoro.


Pubblico impiego, il confronto parte dalle promesse


La ministra Dadone apre ai sindacati, ma il Mef rimane molto abbottonato

Un primo giro di tavolo per mettere in chiaro quelle che sono le singole aspettative, con l’obiettivo di trovare un denominatore comune fra le varie posizioni in campo. Dopo il confronto con la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo, sulle pensioni, è partito anche quello con la sua collega alla funzione pubblica, Fabiana Dadone. Come per il primo tavolo, anche in questo non è prevista una vera e propria traccia, se non l’obiettivo di arrivare con una sorta di memorandum di intesa alla vigilia della presentazione del documento di economia e finanza alla metà di aprile, che poi fungerà da base per la prossima legge di bilancio, salvo, naturalmente, complicazioni in corso d’opera. La ministra Dadone ha così incontrato a stretto giro di posta Cgil, Cisl, Uil, i sindacati dei dirigenti e quindi Ugl, Cisal, Confsal, Usb e le altre sigle di categoria. Soprattutto in questo terzo incontro non sono mancate pesanti critiche sull’ultimo rinnovo dei contratti collettivi, avallato proprio da Cgil, Cisl e Uil, che ha assolutamente garantito il recupero del potere d’acquisto perso dal 2009, e sulla stessa gestione delle relazioni sindacali, in particolare con l’immotivata esclusione di sigle rappresentative nella contrattazione di amministrazione. Oltre che di risorse per il nuovo contratto, si è anche parlato molto di assunzioni, formazione, riqualificazione professionale, semplificazione, dotazione strumentale.


Statali, fra tensioni e memorandum


I conti non tornano sul versante delle risorse per il contratto di lavoro

C’è chi, come la Ugl, aveva sollevato la questione già in audizione durante la discussione in autunno sulla legge di bilancio; c’è chi, invece, come Cgil, Cisl e Uil, aveva sperato che, in corso d’opera, le promesse si sarebbero tradotte in fatti concreti. La dura realtà, però, è che quanto stanziato continua a non essere sufficiente ad assicurare tutti gli obiettivi indicati, dal rinnovo dei contratti collettivi all’estensione dei permessi di paternità, dal pagamento della malattia alle carriere nel comparto difesa-sicurezza. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, sta provando a mantenersi in equilibrio, ma, come per la collega al lavoro, Nunzia Catalfo, è costretta a fare i conti con la visione puramente ragionieristica del responsabile del dicastero dell’economia, Roberto Gualtieri. È in questo clima che si avvicina l’appuntamento del 19 febbraio sul memorandum d’intesa sul pubblico impiego, dove si incontreranno ministra e sindacati.


Per gli enti locali pronti i bandi tipo


Ma gli ostacoli restano

La ministra per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Fabiana Dadone, lo ha promesso al presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte: entro il 30 marzo saranno disponibili i bandi tipo per l’espletamento dei concorsi nel pubblico impiego. Una importante novità che dovrebbe servire soprattutto agli enti locali piccoli e medi ad espletare in maniera rapida le diverse incombenze connesse alla predisposizione e allo svolgimento dei concorsi. Occorre, però, ricordare che le assunzioni nel pubblico impiego si scontrano con altri ostacoli, anche questi molto materiali, ad iniziare dai tanti limiti nelle facoltà assunzionali. Nonostante l’allentamento degli ostacoli al turn over avvenuto con la legge di bilancio dello scorso anno e con il decreto Concretezza della ministra Bongiorno, rimangono infatti molti vincoli che penalizzano principalmente i comuni alle prese con difficoltà di bilancio.

 


Pubblico impiego, le criticità crescono di giorno in giorno


Aumenta il lavoro precario. Quota 100 favorisce però il ricambio generazionale

Una fotografia sicuramente non entusiasmante e che, di certo, impone una profonda riflessione. La nostra pubblica amministrazione si caratterizza, infatti, per il più basso tasso di laureati in Europa, per una età media molto alta (superiore ai 50 anni), una costante contrazione di personale (meno 193mila unità in dieci anni) e per un forte ricorso al lavoro precario, almeno 340mila unità. Numeri tutti evidenziati nel rapporto annuale di Fpa, ai quali si aggiunge la considerazione circa la forte perdita di potere d’acquisto, registratasi nello stesso arco di tempo, solo in una piccola parte alleviata dal rinnovo del contratto nel periodo 2016-2018. A fronte di oltre 10 punti percentuali di inflazione, l’incremento è stato di poco superiore ai tre punti percentuali con una netta e marcata discrepanza, quindi. «Quota 100 ha favorito una maggiore vivacità del mercato del lavoro, incentivando anche il turn over nella pubblica amministrazione»: ha osservato il segretario dell’Ugl, Paolo Capone, alla vigilia dell’apertura dei tavoli tecnici sul sistema previdenziale che investiranno direttamente anche tutto il pubblico impiego, ancora oggi privo in larghissima parte della previdenza complementare, la cosiddetta seconda gamba. Il rapporto Fpa fotografa anche un altro elemento di riflessione: la ridotta attività formativa. In media, circa un’ora per dipendente: con una battuta, neanche il tempo di fare l’appello.