Enti locali, è allarme personale


Nulla in legge di bilancio; nel frattempo, restano le regole stringenti sul turn over

Un pacchetto di assunzioni nel pubblico impiego, ma nulla per alcuni fra i comparti in maggiore sofferenza, ad iniziare dagli enti locali. Non è passata inosservata, nonostante il tentativo di alcune sigle di dirottare l’attenzione verso altri aspetti, questa dimenticanza che aggrava una situazione di per sé già decisamente critica. Così, mentre i ministeri si apprestano, con i tempi della burocrazia, a bandire i concorsi per assumere personale, i comuni si trovano stretti in vincoli sempre più complicati a tenere sotto controllo. La circolare di metà marzo, che ha posto ulteriori paletti, rende difficile anche la semplice sostituzione del personale andato in pensione, cosa che inevitabilmente si riflette sulla qualità e sul livello dei servizi erogati. Se poi consideriamo l’emergenza Covid-19 e l’alta età media dei dipendenti, è evidente come il sistema rischia il tracollo da un momento all’altro, come denuncia la stessa Anci.


Nuovo fronte dal pubblico impiego


Scoppia la grana lavoro agile, anche se il tema è il rinnovo del contratto collettivo

Si allarga il solco che divide il governo dal sindacato. Se per qualche sigla, in particolare l’Ugl, questo non è un problema, essendo abituata per natura a ragionare sui provvedimenti, prima ancora che sulle persone, per qualche altra, tutto ciò rappresenta un problema di non poco conto. Dopo la ministra Lucia Azzolina, nell’occhio del ciclone è finita la collega pentastellata alla funzione pubblica, Fabiana Dadone. La causa scatenante è da ricercarsi nel recente decreto ministeriale sul lavoro agile, che regolamenta lo smart working alla luce dei recenti provvedimenti legislativi, anche se il vero snodo è rappresentato dal mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, scaduto al 31 dicembre 2018. Prendersela con la ministra, però, vuol dire disconoscere che la questione va posta al ministro dell’economia, il democratico Roberto Gualtieri. È soprattutto da lui che dipendono le risorse destinate ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego


Pubblico impiego, il rinnovo non c’è


Il governo pensa ai dirigenti di Palazzo Chigi, ma dimentica milioni di dipendenti

Riprendendo un felice slogan di una campagna promozionale di qualche anno fa, la Ugl ha commentato con un “all’Aran piace vincere facile” l’anticipazione della possibile e imminente firma sul nuovo contratto dei dirigenti di Palazzo Chigi, una nicchia di meno di 300 dipendenti pubblici, vale a dire meno dello 0,001% del totale. Il tutto, mentre i restanti tre milioni e più di personale alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni è in attesa del rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. È appena il caso di ricordare che l’ultimo rinnovo, quello arrivato nella immediata vigilia delle elezioni politiche del 2018, era relativo al triennio 2016-2018 con una doppia beffa: in primo luogo, il mancato adeguamento rispetto a quanto si era perso a partire dal 2009, oltre dieci punti percentuali; in secondo luogo, la firma su un contratto praticamente scaduto, una polpetta avvelenata lasciata dal governo Gentiloni a chi sarebbe arrivato dopo.


Pa, fra ambizione e incertezza


Il piano Dadone per cambiare la pubblica amministrazione è aleatorio

Le idee ci sono pure, quello che non è chiaro, almeno in questo momento, è la tempistica in cui tutto ciò si dovrebbe realizzare. La ministra della funzione pubblica, Fabiana Dadone, interrogata sui programmi sul dicastero da lei guidato ha messo in fila una serie di progetti sicuramente molto interessanti, ma altrettanto aleatori sotto il profilo dei tempi di applicazione e sulle risorse che dovrebbero arrivare, anche in questo caso, dal recovery fund. Fra le varie proposte, la creazione di 150 poli territoriali avanzati per lo svolgimento delle procedure concorsuali e soprattutto un grande piano formativo per oltre tre milioni di dipendenti pubblici al fine di rafforzare le competenze informatiche, necessarie anche per ottimizzare il cosiddetto lavoro agile. Su quest’ultimo punto, però, si osserva come l’agenda digitale per la pubblica amministrazione, lo strumento programmatorio principale, aggiornato soltanto nel marzo scorso, non cita mai lo smart working.


Anche il pubblico impiego ha il suo protocollo anti Covid-19


La ministra Fabiana Dadone ha riunito una quindicina di sigle sindacali

Finalmente anche il pubblico impiego ha il suo protocollo condiviso per la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro in funzione della gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. E così, se per il settore privato si era arrivati ad una intesa già marzo, successivamente implementata il 24 aprile, per il pubblico impiego si è dovuto aspettare tre mesi in più. Un lavoro lungo, quasi certosino, che alla fine è stato sottoscritto, oltre che da Cgil, Cisl, Uil e Ugl che già avevano contributo alla definizione del protocollo per il settore privato del 24 aprile, da un’altra decina di sigle, comprese quelle dei dirigenti. Gli assi portanti del documento, che è stato vidimato dal comitato tecnico scientifico del Ministero della salute, sono sicuramente rappresentati dalla possibilità di rendere più flessibili gli orari di apertura degli uffici, dall’utilizzo dell’informatica sia per prenotare appuntamenti in sede che per dare risposte all’utenza e dalla riorganizzazione degli stessi spazi di lavoro. Particolare attenzione viene riposta anche sui dispositivi di protezione individuale. Si parla anche di dotazione di termoscanner agli ingressi. Il protocollo si intreccia, inoltre, con la questione dello smart working. Nei prossimi mesi, comunque entro gennaio, le amministrazioni pubbliche dovranno dotarsi del cosiddetto Pola, vale a dire del Piano organizzativo per il lavoro agile.


Pubblico impiego, il blocco del turn over pesa sui cittadini


Il solo personale di regioni ed enti locali è crollato di oltre 100mila unità

Un calo senza precedenti. In appena dieci anni, il personale della pubblica amministrazione è diminuito di 212mila unità, un numero impressionante che, in termini percentuali, si traduce in un meno 6,2%. Il crollo dell’occupazione pubblica è ancora più vistoso nelle regioni e negli enti locali, con 100mila dipendenti in meno, addirittura un quinto in meno rispetto al periodo pre-crisi da mutui subprime. Le politiche di contenimento del personale pubblico, avviate soprattutto a partire dal governo Monti, hanno colpito duramente anche la sanità, con 41mila addetti in meno, mentre i ministeri hanno visto ridurre la loro forza lavoro di 36mila unità. Numeri che si riflettono pesantemente sui servizi erogati ai cittadini, sia in termini quantitativi (chi è uscito non è stato sostituito o è stato sostituito solo in parte, così che si sono aperte delle falle enormi nelle piante organiche) che qualitativi. L’età media sempre più alta ha effetti diretti negativi sulla capacità di intervenire in maniera efficace ed efficiente in diversi comparti, mentre si amplia il gap formativo nelle nuove competenze digitali, considerata anche la riduzione delle risorse destinate alla formazione). Appena il 2,9% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni, a fronte del 16,9% con una età superiore ai 60 anni. Non sorprende, ma sicuramente colpisce il fatto che dal prossimo anno la pubblica amministrazione avrà più pensionati che dipendenti.