LAVORO PROTETTO

C’è l’intesa sul protocollo per le vaccinazioni in azienda. Un’iniziativa rivolta ai lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale con cui prestano attività nell’azienda

Le aziende potranno vaccinare i propri dipendenti: il ministero della Salute ha firmato l’accordo e l’Inail ha fissato le regole con il protocollo, uno dei due in materia di sicurezza, approvati ieri da Governo e parti sociali. Il Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti Covid nei luoghi di lavoro – l’altro è illustrato nella pagina Lavoro – è un’iniziativa rivolta a lavoratrici, lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale con cui prestano attività nell’azienda, e ai datori di lavoro. Questi ultimi, singolarmente o in forma aggregata e indipendentemente dal numero di dipendenti occupati, con il supporto o il coordinamento delle Associazioni di categoria di riferimento, possono manifestare la disponibilità ad attuare piani aziendali per la predisposizione di punti straordinari di vaccinazione anti Covid nei luoghi di lavoro, destinati alla somministrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che ne abbiano fatto volontariamente richiesta. I datori di lavoro, che non sono tenuti alla nomina del medico competente o, in caso di impossibilità a farne ricorso, a strutture sanitarie private, possono avvalersi delle strutture sanitarie dell’Inail. I costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, inclusi i costi per la somministrazione, sono a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe, aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi sanitari regionali. Se la vaccinazione viene eseguita in orario di lavoro, il tempo necessario è equiparato all’orario di lavoro. Nel testo viene richiamato anche il recente decreto Covid che esclude espressamente la responsabilità penale degli operatori sanitari per eventi avversi nelle ipotesi di uso conforme del vaccino. Quanto all’aggiornamento dell’altro protocollo siglato ieri, sono state confermate le misure per contrastare il diffondersi del virus: dalle mascherine al distanziamento fino alla sanificazione periodica. Resta la raccomandazione, ove possibile, di ricorrere «al massimo utilizzo della modalità di lavoro agile o da remoto» da parte dei datori di lavoro privati.

Corsa al vaccino anti-Covid, ora anche l’UE accelera

Comunità scientifica divisa, l’Oms frena. Ma per la Commissione europea le prime dosi potrebbero essere disponibili già a novembre

Accelera la corsa al vaccino anti-Covid. Con più di 26 milioni di casi di coronavirus registrati nel mondo, a fronte di rialzi che stanno interessando alcuni paesi (in Europa soprattutto Spagna e Francia), sembra essere diventata questione di pochi mesi la risposta alla pandemia. Russia e Cina hanno annunciato da qualche settimana il proprio vaccino – tra i dubbi di parte della comunità scientifica su una completa sperimentazione –, ma uno sprint in questo senso si sta osservando anche negli Stati Uniti e in Europa. In molti, data la situazione emergenziale, ritengono la corsa al vaccino una sorta di “soft power”, una competizione che non esclude nuove tensioni tra paesi durante la fase di distribuzione. Nel caso statunitense, i detrattori di Donald Trump hanno immediatamente etichettato le pressioni sul rilascio di un vaccino a breve come uno spot elettorale in vista delle presidenziali di novembre. Due elementi dimostrerebbero l’infondatezza dell’ipotesi. Il primo, è l’opinione di Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, secondo il quale sarà un «obbligo morale» interrompere i test ancora in corso se le risposte saranno soddisfacenti e passare alla fase di distribuzione (i Center for Disease Control and Prevention hanno stabilito che la priorità sarà data tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre ai lavoratori sanitari e ai gruppi più a rischio, ad esempio gli anziani o i soggetti con malattie pregresse). Il secondo, la decisione della Commissione europea di assicurarsi per novembre la fornitura di almeno 300 milioni di dosi del vaccino Oxford (che coinvolge direttamente l’Italia). Eppure l’Organizzazione mondiale della sanità frena gli entusiasmi: «Non ci aspettiamo di vedere una vaccinazione diffusa fino alla metà del prossimo anno», ha spiegato oggi la portavoce Margaret Harris, in un briefing alla stampa sul coronavirus a Ginevra. Ad ogni modo sono oltre 200, stando proprio all’Oms, i possibili vaccini, mentre cinque sono entrati nella fase tre della sperimentazione clinica (negli Usa e in Europa). Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è tornato a sottolineare ieri la necessità di investire, ritenendo il vaccino la soluzione «vera al problema». Nell’attesa, quali soluzioni si sta pensando di adottare? L’attenzione è rivolta soprattutto alla scuola e al lavoro, con il possibile ricorso allo smart working per i genitori con i figli costretti in casa se viene rilevato in classe un caso positivo. Il governo vorrebbe però procedere anche nelle scuole con la sperimentazione dei test rapidi, già utilizzati nelle ultime settimane nei porti e negli aeroporti. Un’idea che, riferiscono alcuni giornali, sembra non convincere del tutto il Comitato tecnico scientifico. La ripartenza della scuola è programmata per il 14 settembre, anche se il ritorno tra i banchi degli studenti non avverrà lo stesso giorno in tutte le regioni.

Anche il pubblico impiego ha il suo protocollo anti Covid-19

La ministra Fabiana Dadone ha riunito una quindicina di sigle sindacali

Finalmente anche il pubblico impiego ha il suo protocollo condiviso per la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro in funzione della gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. E così, se per il settore privato si era arrivati ad una intesa già marzo, successivamente implementata il 24 aprile, per il pubblico impiego si è dovuto aspettare tre mesi in più. Un lavoro lungo, quasi certosino, che alla fine è stato sottoscritto, oltre che da Cgil, Cisl, Uil e Ugl che già avevano contributo alla definizione del protocollo per il settore privato del 24 aprile, da un’altra decina di sigle, comprese quelle dei dirigenti. Gli assi portanti del documento, che è stato vidimato dal comitato tecnico scientifico del Ministero della salute, sono sicuramente rappresentati dalla possibilità di rendere più flessibili gli orari di apertura degli uffici, dall’utilizzo dell’informatica sia per prenotare appuntamenti in sede che per dare risposte all’utenza e dalla riorganizzazione degli stessi spazi di lavoro. Particolare attenzione viene riposta anche sui dispositivi di protezione individuale. Si parla anche di dotazione di termoscanner agli ingressi. Il protocollo si intreccia, inoltre, con la questione dello smart working. Nei prossimi mesi, comunque entro gennaio, le amministrazioni pubbliche dovranno dotarsi del cosiddetto Pola, vale a dire del Piano organizzativo per il lavoro agile.