Il 58% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese


L’indagine Doxa-Ania

Stando ad un’indagine realizzata dalla Doxa su richiesta del Comitato Edufin, e illustrata dalla presidente dell’ansia Maria Bianca Farina, la quota di famiglie in difficoltà è aumentata sensibilmente a causa della pandemia di coronavirus. Se, infatti, prima del lockdown le famiglie che dichiaravano di arrivare a fine mese con difficoltà era pari al 46%, oggi è salita al 58%. Difficoltà maggiori per giovani, donne e persone residenti nelle regioni del Sud d’Italia.


Povera Italia


Caritas: 450 mila persone sostenute, il 34% sono nuovi poveri. Nel periodo marzo-maggio. Dalla fine del lockdown segnali positivi sono arrivati solo dal 28,4% delle Caritas che hanno registrato un calo delle domande di aiuto

Pessime notizie dall’ultimo monitoraggio condotto da Caritas Italiana: le persone accompagnate e sostenute da marzo a maggio risultano quasi 450.000, di cui il 61,6% italiane. Di queste il 34% sono «nuovi poveri», cioè persone che per la prima volta si sono rivolte alla Caritas. 92.000 famiglie in difficoltà hanno avuto accesso a fondi diocesani, oltre 3.000 famiglie hanno usufruito di attività di supporto per la didattica a distanza e lo smart working, 537 piccole imprese hanno ricevuto un sostegno. Non tutte le Caritas interpellate hanno quantificato con precisione le persone accompagnate e sostenute in quei mesi: su un totale di 218 Caritas diocesane hanno risposto in 169, pari al 77,5% del totale. Rispetto alla situazione ordinaria nell’attuale fase il 95,9% delle Caritas partecipanti al monitoraggio ha segnalato un aumento dei problemi legati alla perdita del lavoro e delle fonti di reddito, mentre difficoltà nel pagamento di affitto o mutuo, disagio psicologico-relazionale, difficoltà scolastiche, solitudine, depressione, rinuncia/rinvio di cure e assistenza sanitaria sono problemi evidenziati da oltre la metà delle Caritas. Nel dettaglio rispetto alle condizioni occupazionali si sono rivolti ai centri Caritas per lo più disoccupati in cerca di nuova occupazione, persone con impiego irregolare fermo a causa della pandemia, lavoratori  precari/saltuari che non godono di ammortizzatori sociali, lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria/cassa integrazione in deroga, lavoratori autonomi/stagionali in attesa del bonus 600/800 euro, pensionati, inoccupati in cerca di prima occupazione, persone con impiego irregolare, casalinghe. Altre questioni evidenziate sono:problemi burocratici/amministrativi, difficoltà delle persone in situazione di disabilità/handicap, mancanza di alloggio in particolare per i senza dimora, diffusione dell’usura e dell’indebitamento, violenza/maltrattamenti in famiglia, difficoltà a visitare/mantenere un contatto con parenti/congiunti in carcere, diffusione del gioco d’azzardo/scommesse. Fondamentale accanto all’impegno degli operatori è stato l’apporto di migliaia di volontari tra cui molti giovani che nella fase acuta della pandemia hanno garantito la prosecuzione dei servizi sostituendo molti over 65 che in via precauzionale rimanevano a casa.

 


LA POVERTÀ DEL PIL


Di fronte a certi dati, diventa quasi retorico domandarsi perché il Pil in Italia non riesce a crescere. Sarà anche in diminuzione, una diminuzione consistente, ma la quantità delle persone in povertà assoluta nel 2019 resta ragguardevole e su livelli di molto superiori a quelli  precedenti la crisi del 2008-2009. Quasi 1,7 milioni le famiglie in povertà assoluta (pari al 6,4%) per un totale di circa 4,6 milioni di individui (7,7%), secondo dati diffusi oggi dall’Istat. Si tratta di un significativo calo rispetto al  2018, quando l’incidenza era pari, rispettivamente, al 7,0% e all’8,4%.  Persino il solito tasto dolente rappresentato dal Mezzogiorno vede la povertà familiare scendere dal 10,0% all’8,6% e quella individuale dall’11,4% al  10,1%. Così anche nel Centro Italia con una riduzione significativa, dal 6,6% del 2018 al 5,6%. Secondo le rilevazioni, la diminuzione della povertà assoluta si deve in gran parte al miglioramento, nel 2019, dei livelli di spesa delle famiglie meno abbienti, in una situazione però di stasi dei consumi a livello  nazionale e all’introduzione del Reddito di cittadinanza (Rdc), che ha sostituito il Reddito di inclusione, e ha interessato, nella seconda parte del 2019, oltre 1 milione di famiglie in difficoltà. Ma sappiamo anche che il Reddito di Cittadinanza non funziona. In pochi tra i beneficiari hanno trovato un lavoro e ancora meno quelli che l’hanno trovato grazie ai Centri per l’impiego: a dirlo è stata la Corte dei Conti che ha sentenziato come siano parenti, amici e conoscenti sono il canale preferito per lasciarsi la disoccupazione alle spalle, soprattutto nel Mezzogiorno. Non solo, ci sono anche i dati dell’Anpal: da quando è partito il programma nel marzo/aprile 2019 fino al 10 febbraio 2020, i percettori del reddito che hanno firmato un contratto lavorativo sono circa 40 mila persone a fronte di 915.600 nuclei familiari raggiunti e 2.370.938 persone coinvolte.

Inoltre stiamo facendo i conti senza l’oste: il Covid-19 e gli effetti del lockdown. Tant’è vero che con il “decreto Rilancio” il Governo ha varato un’altra misura assistenziale: il Reddito di emergenza (Rem) per tutelare gli esclusi dagli interventi ordinari e straordinari predisposti dai precedenti provvedimenti governativi. Ma anche per accedere al Rem è necessario rispettare una lunga serie di requisiti ed è stato calcolato che la platea dei beneficiari potrebbe essere al massimo pari a 550 mila persone, per un costo della misura pari a 280 milioni di euro per ognuna delle due tranche mensili previste dal decreto. La domanda è: non sarebbe meglio cambiare la prospettiva? Se si pensa solo alla povertà, senza parallelamente aumentare la “ricchezza” e quindi il Pil, in termini di posti di lavoro e quindi di stipendi, l’Italia non riuscirà mai a decollare come merita.


«Con il coronavirus, un milione di nuovi poveri»


Si tratta principalmente di artigiani e lavoratori in nero

Cambiando le nostre abitudini – usciamo di casa solo se strettamente necessario, ad esempio –, le misure restrittive introdotte per contenere il virus hanno impedito a molti italiani di poter continuare a lavorare. Parliamo di chi ha perso l’impiego, di quanti non possono lavorare da remoto, artigiani e piccoli commercianti o di chi aveva un lavoro in nero o saltuario. Molti di loro sono quelli che hanno ingrossato le fila dei cosiddetti «nuovi poveri», considerati tali perché hanno bisogno di aiuto per mangiare. Una condizione alla quale non erano abituati prima dell’emergenza sanitaria. Sono un milione di persone, secondo i calcoli della Coldiretti basati sul numero di quanti hanno beneficiato di aiuti alimentari con i fondi Fead, il Fondo di aiuti europei agli indigenti, distribuiti da associazioni come la Caritas ed il Banco Alimentare che registrano un aumento anche del 40% delle richieste di aiuto. Sale così a 3,7 milioni il numero di indigenti in Italia che hanno bisogno di aiuto per poter mangiare. Pur sottolineando che non esistono zone franche in Italia – ovvero territori dove non esiste questo problema –, la Coldiretti osserva che le maggiori criticità si registrano nelle regioni del Mezzogiorno. Le statistiche rivelano che il 20% degli indigenti è residente in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia. Situazioni difficili, però, si registrano anche nel Lazio – qui vive il 10% degli indigenti, secondo i più recenti dati del Fead – e in Lombardia (9%), la regione italiana maggiormente colpita dall’emergenza sanitaria.


Povertà, a rischio oltre 12 milioni di italiani


È quanto emerge dall’ultimo report “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale” dell’Istat

Anche nel 2018 si conferma il Mezzogiorno l’area del Paese con la percentuale più elevata di individui a rischio povertà o esclusione sociale, pari al 45%. Ripartizione nella quale si registra un aumento del rischio di povertà rispetto all’anno precedente, al 34,4% dal 33,1%. È quanto emerge dall’ultimo report “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale” dell’Istat. Secondo lo studio, a livello nazionale, risulta a rischio povertà – percependo quindi meno di 10.106 euro l’anno (842 euro al mese) – il 20,3% dei residenti, ovvero oltre dodici milioni di individui. Si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, invece, l’8,5% degli italiani, mentre l’11,3% vive in famiglie a bassa intensità di lavoro (ovvero famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nell’anno di riferimento del reddito hanno lavorato meno di un quinto del tempo). Nel complesso, spiega poi l’Istat, è pari al 27,3% del totale (contro il 28,9% del 2017) la popolazione che rientra in almeno una delle tre categoria sopraelencate. Tornando alle ripartizioni territoriali, se il Mezzogiorno registra il livello più alto di rischio povertà o esclusione sociale, il dato più basso si registra invece nel Nord-est con il 14,6%. La diminuzione del valore di questo indicatore riguarda soprattutto i residenti nel Nord-ovest (da 20,7% nel 2017 a 16,8% nel 2018), in particolare per la più marcata riduzione dell’indicatore della grave deprivazione materiale. Si registra un miglioramento delle condizioni di vita anche per le persone che risiedono nel Nord-est (da 16,1% a 14,6%) e nel Centro (da 25,3% a 23,1).


Nuovi lavori: ecco il Case Manager


Il nome, Case manager, è sconosciuto ai più, ma si tratta di una professione purtroppo in crescita. Si tratta di un professionista esperto nella gestione degli strumenti per l’analisi multidimensionali del bisogno e per la progettazione degli interventi rivolti alle famiglie beneficiarie di misure di contrasto alla povertà e sostegno al reddito. In altri termini, è quella figura di supporto che oggi viene attivata dalle istituzioni nell’ambito del reddito di cittadinanza, ma che, più in generale, può essere consultata dagli enti locali per una valutazione complessiva del disagio del nucleo familiare che può derivare da fattori diversi, dalla mancanza di lavoro alla salute, dalla ridotta istruzione alla disabilità, passando per le dipendenze e per eventuali pendenze penali. Nell’ambito delle risorse del Pon Inclusione 2014-2020, l’università di Padova ha avvitato la seconda edizione del corso di formazione universitaria. Il corso, che è gratuito e dà diritto a crediti formativi, si integra con la formazione nazionale di base. Gli ambiti territoriali intenzionati a segnalare gli operatori dovranno farlo entro il 15 ottobre. Nei tre anni saranno selezionati 2.400 partecipanti.